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Rivolte giovanili e indifferenza: un breve promemoria

In un mix di paternalismo ed esterofilia, come spesso accade, da qualche giorno è tornato ad aggirarsi per il web e a fare capolino sulle pagine dei giornali un tema tanto caro a molti opinionisti italiani: "Ma perché i giovani non si ribellano? Perché nonostante la crisi, il futuro distrutto, la precarietà, non invadono le strade come fanno i giovani della Turchia?". Anni fa Curzio Maltese scrisse un editoriale intitolato "Aspettando la rivolta dei giovani", e fu sommerso da una grande quantità di risposte, più o meno argomentate. Alcune sono raccolte in questo blog. Era il maggio del 2010, molte università in Italia (Bari, Siena, Torino) erano occupate contro l'aumento delle tasse, nel silenzio generale anche di quei giornalisti che…

La telefonata di Letta, il Campidoglio e le larghe intese

Mentre nella piccola Piazza di Pietra a Roma si stava ancora festeggiando le agenzie hanno battuto una notizia, apparentemente innocua: "il premier Enrico Letta ha telefonato a Ignazio Marino per complimentarsi della vittoria e fargli auguri di buon lavoro. Il premier ha telefonato anche a Gianni Alemanno." Poco prima lo stesso Letta aveva dichiarato: "Il risultato delle amministrative, visto nel suo complesso, rafforza lo schema del governo di larghe intese". In molti sono rimasti sbigottiti e hanno provato a smentire il premier.

Dopo il voto: gli spiccioli a noi, le briciole ai partiti, le macerie per tutti

Le amministrative 2013, complici il calo dell'affluenza (enorme se raffrontato con l'analoga tornata amministrativa del 2008, notevole se raffrontato alle ultime votazioni politiche) e il radicamento del Partito Democratico sul territorio, consegnano un dato che consente al PD di evitare la debacle aggrappandosi in particolare al "Grillo dimezzato". Ma quello di Grillo non è un voto dimezzato. Certo, nonostante le larghissime intese e la situazione sociale del paese, il Movimento 5 Stelle non cresce nei consensi, ma nonostante gli errori commessi conserva percentuali molto alte e nonostante l'inconsistenza di molti tra i suoi candidati elegge consiglieri comunali in tutt'Italia, gettando le basi per un suo possibile radicamento nazionale. Si tratta di un dato che in troppi sottovalutano, specialmente se raffrontiamo…

Il fuoco della Costituzione e le ragioni di una vittoria. Note sul referendum bolognese

Il risultato del referendum bolognese è talmente evidente che l’unica arma che è rimasta per poterlo contrastare è il balletto delle percentuali. Potrei provare a rispondere a chi parla di affluenza bassa, di un dibattito che non ha coinvolto la città, di minoranze di attivisti impegnate in uno scontro ideologico. Potrei dire che a scegliere A sono state più di 50.000 persone, quasi il doppio dei 28.000 votanti delle primarie, potrei dire che 50.000 persone sono la metà dei 100.000 che hanno votato il Sindaco Merola, potrei dire anche che uno dei pochi precedenti di referendum comunale a Bologna è quello del 1997 sulle farmacie, dove andò a votare il 37% della cittadinanza (ma in una consultazione che rimase aperta…

Cosa insegna il referendum di Bologna?

Spesso nelle piazze del 2010 prima del referendum, nelle assemblee e nelle mobilitazioni del 2010/2011 dopo la vittoria referendaria, gli studenti avevano detto: i saperi sono come l'acqua, sono pubblici per natura e bisogna difenderli da un decennale attacco di chi mira alla sua privatizzazione. Così come era successo con il referendum per l'acqua pubblica, contro quasi tutti i pronostici, e soprattutto contro tutti i maggiori soggetti politici organizzati (in questo caso di Bologna) si è vinto un referendum che aldilà dello specifico intervento normativo esprime un chiaro messaggio politico: vogliamo la scuola pubblica.

Ciao Don Andrea, prete forte tra amici fragili

Genova per la nostra generazione non è solo una città col porto, non è solo la città di Fabrizio De André, Genova per noi sono i giorni del G8 in cui fu ucciso Carlo Giuliani, giorni che non sappiamo se sono finiti e Genova per noi è la casa di Don Andrea Gallo. Non poteva esser prete in una città diversa il Don, così sbilanciata, assurda, drammaticamente reale e poeticamente straziante. Era il prete dei vicoli, del porto, dei viados e delle prostitute e mentre la Chiesa sbandava su derive confessionali ed ecumeniche che la allontanavano dai suoi credenti, c’era lui che con due o tre strattonate ben assestate rimetteva equilibrio nella discussione.

'Senza Confini' - l'ultimo editoriale di Luigi Pintor

Luigi Pintor ci ha lasciato dieci anni fa, il 17 maggio 2003. Di seguito pubblichiamo il suo ultimo editoriale, di una attualità spiazzante. La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Da Togliatti a Napolitano, il realismo subalterno della sinistra

La scelta del gruppo dirigente del PD di siglare un patto di governo con il PDL ha lasciato interdetti tanto i militanti quanto gli osservatori indipendenti. Ci si è chiesti come sia stato possibile disattendere in maniera tanto evidente il mandato assegnatogli dagli elettori al punto da allearsi con colui che veniva tacciato come un pericolo per la democrazia. Vi è chi, citando Hannah Arendt , ha sottolineato il disprezzo che le classi politiche nutrono verso i propri elettori. Altri hanno correttamente ricondotto le alleanze tra gli schieramenti principali a un sintomo della governance europea al tempo della crisi: così come in Grecia, dove governano assieme socialisti e conservatori, anche in Italia sarebbe nato un esecutivo costituito dalle forze disposte…

Primo Maggio tutto l’anno

È stato forse il Primo Maggio più teso degli ultimi anni. Servono, ma non bastano, lunghe elaborazioni, speculazioni e riflessioni. È il tempo dell’azione, non certo dei fiumi di parole. Abbiamo bisogno di pensieri lunghi, ma di risposte e azioni immediate, di praticare cambiamento più che predicarlo, un esercizio fin troppo abusato negli ultimi anni da una politica che non perde occasione di offrire spettacoli indecorosi. Sono tempi di crisi economica, finanziaria, ma anche democratica e politica. Personalmente non penso che l’Italia se la passasse molto meglio prima che i grandi centri finanziari, i media mainstream, le commissioni ministeriali certificassero l’inizio della recessione. Abbiamo subìto negli ultimi quindici anni la precarietà come cavie da laboratorio, la scomparsa di qualsiasi risposta…
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