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Democrazia partecipata e pratiche di governo del territorio

Democrazia partecipata e pratiche di governo del territorio

Articolo tratto dal terzo numero dei Quaderni Corsari, scarica la tua copia.

Una cosa è certa: in Italia la democrazia rappresentativa non funziona più. E questa, si potrebbe dire, non è certo una novità. Il punto è che lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati aumenta esponenzialmente e molti indicatori sono lì a provarlo. C'è stata, forse, un'epoca nella quale la democrazia rappresentativa riusciva efficacemente a interpretare i bisogni della società e a farsene carico. Questo succedeva grazie anche a un articolato sistema di corpi intermedi che metteva in connessione l'individuo con il suo rappresentante istituzionale.

Oggi la rete capillare di partecipazione e intermediazione politica che esisteva un tempo non c’è più. La partecipazione politica si è ridotta a un fatto effimero, si organizza per le competizioni elettorali e poi scompare. È in atto, da anni ormai, una netta virata del sistema politico italiano verso il modello del caucus americano, ovvero grandi macchine di organizzazione del consenso che si mettono in moto per le elezioni e funzionano come grandi “imprese” del voto: orientano le proprie scelte politiche sui sondaggi, puntano tutto sulla comunicazione, sul branding e sul marketing, intercettano l'interesse e il consenso dell'elettore utilizzando le più moderne tecniche commerciali. In altre parole, vendono prodotti. La politica, in questo modo, smette di essere lo spazio del confronto tra diverse idee di società e modelli di sviluppo, per diventare un supermercato dove la proposta politico-commerciale è il risultato di precisi calcoli di convenienza nella raccolta del consenso. Questo fenomeno si accompagna a quello della personalizzazione della politica: si punta tutto su leader mediatici, su comunicatori in grado di vendere meglio il prodotto. Spariscono del tutto i corpi intermedi.

In questo contesto, i cittadini non hanno più occasioni né strumenti per incidere sulle scelte politiche, per avanzare le proprie istanze, per esercitare i propri diritti democratici. La partecipazione politica, in sostanza, si riduce al voto. Poi non c'è quasi nulla, non ci sono vere occasioni di partecipazione, non ci sono strumenti per esercitare la sovranità. La politica rappresentativa, insomma, è in crisi. La democrazia basata sulla delega è in crisi. A dimostrarlo sono sia l'altissimo dato dell'astensionismo galoppante, sia il voto a forze politiche che promettono di puntare tutto sulle nuove frontiere della democrazia diretta, sui referendum on line e su altre forme di condivisione tra eletti ed elettori. È un segnale, i cittadini sentono il bisogno di riappropriarsi del potere di scegliere e premiano chi si adopera in questa direzione. Per la verità, la democrazia diretta portata avanti a suon di referendum on line, al di là delle apparenze, comporta in sé un rischio drammatico: quello di determinare l'agire politico sulla base di continui e oscillanti sondaggi di opinione senza, di fatto, adoperarsi per costruire dei modelli di società. Insomma, la deriva della democrazia diretta potrebbe essere proprio quella dei caucus americani.

Non è detto, tuttavia, che questo stato di crisi della democrazia sia necessariamente un male. I momenti di crisi possono essere anche delle grandi opportunità per produrre cambiamenti, sono i momenti ideali per innovare. A patto, chiaramente, di saper cogliere gli elementi determinanti della crisi e saper cambiare la rotta scegliendo nuove strade. In questo contesto, la frontiera che potrebbe salvarci è quella della democrazia partecipativa, pensata come un sistema articolato di assemblee, raccolta di proposte, istanze e votazioni che metta i cittadini nelle condizioni non solo di scegliere, decidere e riappropriarsi di pezzi di sovranità ma anche di crescere insieme come democrazia, di approfondire, di confrontarsi. E tutto questo, chiaramente, non può avvenire attraverso un sondaggio on line, se non con molti limiti. Le tecniche della democrazia partecipativa dovrebbero diventare innanzitutto un patrimonio di ciò che resta dei corpi intermedi, dovrebbero rappresentare il grimaldello che restituisce senso e sostanza ai corpi intermedi. Dovrebbero, in altre parole, caratterizzare un rilancio di partiti, sindacati e associazioni di categoria, diventati troppo spesso spazi autoreferenziali, privi di democrazia sostanziale. E poi, chiaramente, la democrazia partecipativa va sperimentata a livello territoriale, nella vita delle comunità locali.

Quanto realizzato a Troia, comune di settemila abitanti in provincia di Foggia, è stato uno degli esperimenti più classici della democrazia partecipativa: il bilancio partecipativo. Un progetto ambizioso, durato ben 18 mesi, grazie al quale i cittadini hanno potuto decidere direttamente come utilizzare una parte del bilancio comunale, ovvero 100 mila euro, attraverso un articolato sistema di assemblee, raccolta di proposte  e votazioni. Troia è stata la prima città pugliese a praticare il bilancio partecipativo, e forse l’unica in Italia a farlo non su spinta di un’amministrazione, ma su proposta di una vasta schiera di associazioni, movimenti e partiti. L’idea è partita infatti da un gruppo di organizzazioni e liberi cittadini, convinti che la politica non possa ridursi soltanto a un evento elettorale, ma debba essere responsabilità quotidiana non solo di ogni amministratore pubblico, ma anche di ogni elettrice ed elettore. Questo gruppo di persone ha provato a trasmettere un messaggio: una democrazia matura non può limitarsi ad interpellare i cittadini soltanto nel momento del voto, una volta ogni cinque anni, ma deve invece farlo costantemente per conoscere i problemi, le priorità, le idee e le proposte per una città migliore.

Tutto è cominciato nel novembre del 2011, con un appello che invitava l'amministrazione comunale a praticare il bilancio partecipativo seguendo l'esempio di altri enti in tutta Italia. L’appello ha raccolto l'adesione di 16 realtà tra partiti, movimenti e associazioni, ovvero più del 90 per cento di ciò che si muove sul piano politico e culturale sul territorio. L'amministrazione comunale, in una prima fase, pur guardando all'iniziativa con incertezza e diffidenza, non ha sbattuto la porta in faccia ai promotori, ma ha preso tempo, chiedendo di presentare un progetto articolato, con una definizione delle fasi, dei tempi e dei ruoli. Hanno così avuto inizio cinque lunghi mesi di incontri tra i vari soggetti promotori. Cinque mesi difficili, forse i più difficili, perché bisognava definire insieme le regole di questa esperienza di bilancio partecipativo: non esistono infatti formule standard, ma ogni comune adotta regole e strumenti diversi. Cinque mesi di studio su esperienze analoghe e di confronto serrato, settimana dopo settimana, con riunioni itineranti per coinvolgere anche fisicamente tutti gli spazi dei soggetti promotori e fare in modo che tutti si sentissero a pieno titolo coinvolti. Alla fine, si è scelto di praticare il “modello Colorno”, un comune della provincia di Parma che fa parte dell'Associazione dei Comuni virtuosi[1] e che pratica da tempo il bilancio partecipativo. Era l'esperienza più difficile da praticare, ma si è deciso di adottarla e declinarla a livello locale perché era anche quella che somigliava di più alla realtà di Troia. Questo modello prevede la realizzazione di assemblee di quartiere e poi di assemblee cittadine alle quali possono partecipare tutti i cittadini che vogliano avanzare idee e proposte. A differenza di questo modello, nell’esperienza di Capannori, in provincia di Lucca, per esempio, alla discussione partecipa solo un gruppo “rappresentativo” di 80 residenti (uomini, donne, anziani, migranti) su 40mila abitanti.

Il progetto troiano è stato articolato in sei fasi distinte. La prima (giugno-settembre 2012) è stata la fase informativa nel corso della quale i cittadini sono stati messi al corrente del progetto attraverso tutti gli strumenti possibili: dalle assemblee in piazza, ai gazebo, dai bollettini comunali a manifesti e flyer. La fase due, invece, è stata quella propositiva, ovvero quella delle assemblee e della raccolta delle proposte: è partita nel settembre del 2012, con due cicli di incontri, prima nei quattro quartieri e poi in assemblee cittadine. Nelle assemblee si è provato a sperimentare sin da subito le pratiche partecipative: piccoli gruppi di lavoro elaboravano proposte e idee progettuali, le condividevano in plenaria, le proposte venivano poi ridiscusse ed accorpate con quelle simili, fino ad arrivare ad una sintesi. Ogni assemblea aveva un facilitatore, con l’obiettivo di far rispettare le poche regole condivise a inizio discussione (per esempio, la durata degli interventi, che non dovevano superare i tre minuti) e un rapporteur con il compito di fare la sintesi condivisa delle proposte su grandi tabelloni e poi scrivere il report dell’assemblea, che, di fatto, era già preparato in diretta, in modo che nessuno potesse “interpretare” gli esiti della discussione. 

Le idee progettuali dei cittadini sono state raccolte in tre categorie: opere pubbliche; servizi al cittadino, progetti. Non ci si è peraltro limitati a raccogliere le proposte durante le assemblee cittadine: dopo aver tenuto sette assemblee, sono stati distribuiti 14 box di raccolta delle proposte nei bar, nelle tabaccherie, nelle lavanderie, presso gli uffici comunali, e così via. Chiunque non avesse potuto partecipare alle assemblee, recuperata l'apposita scheda di raccolta proposte (pre-stampata e distribuita in tutte le case attraverso il bollettino comunale), poteva  depositare la propria proposta all’interno dei box. In ultimo è stato attivato anche un sistema di raccolta proposte on line attraverso un modulo dedicato sul blog del bilancio partecipativo[2], per fornire uno strumento in più a chi non aveva potuto usufruire di nessuna delle due occasioni precedenti. Insieme alle proposte, tutte rigorosamente anonime, sono state raccolte anche le domande aperte che i cittadini desideravano rivolgere all'amministrazione comunale, con l’assicurazione che il sindaco e la giunta avrebbero risposto a tutte, cosa effettivamente accaduta dopo qualche mese attraverso il bollettino comunale e attraverso un momento di confronto pubblico.

In tutto, alla fine della fase propositiva sono pervenute circa 600 proposte, sugli argomenti più svariati: dal verde pubblico alla viabilità, dalle politiche sociali alla cultura, dalla mobilità sostenibile alle politiche per il lavoro. A quel punto è iniziata la terza fase: quella della verifica di fattibilità. Le proposte sono state sottoposte agli uffici comunali, che hanno innanzi tutto provveduto a una selezione delle proposte ammissibili e hanno scartato, invece, quelle che non riguardavano atti o servizi di competenza comunale, e quelle che prevedevano una spesa superiore ai 100 mila euro. Per ognuna delle proposte scartate, gli uffici comunali avevano il compito di motivare l’esclusione, illustrando il sistema delle competenze e i costi. Si è trattato, quindi, anche di una grande operazione di educazione civica. Al termine di questa prima selezione si è giunti a definire una lista di circa 200 proposte. Dopo un ulteriore accorpamento delle idee tra loro simili, sono rimaste 58 proposte giudicate “fattibili”. Si è cercato di produrre proposte accorpate dal valore complessivo di circa 100 mila euro, in modo da rendere più semplice la fase del voto. Ciascun cittadino, così, avrebbe potuto votare una sola proposta da 100 mila euro che raccoglieva, spesso, più proposte dello stesso tipo. Per esempio, molti cittadini hanno proposto la risistemazione di marciapiedi, ma ciascun cittadino l’ha proposto per una strada diversa, e alla fine si è prodotta una proposta unica di “risistemazione marciapiedi” che ne raccoglieva diverse. Le 58 proposte così accorpate sono andate a costituire, alla fine di questa fase, un’unica scheda elettorale da sottoporre al voto dei cittadini. 

Terminata la fase della verifica di fattibilità, ha avuto inizio la quarta fase, quella della campagna elettorale e del voto. Il 18 maggio 2013, con un’iniziativa pubblica di presentazione delle proposte e della scheda elettorale, si è aperta ufficialmente la campagna elettorale. Molti cittadini a quel punto hanno iniziato a promuovere la propria proposta, o si sono mobilitati per quella che ritenevano più valida. Si è votato dall’1 al 30 giugno, in modo da avere il risultato in tempo per l’approvazione del bilancio di previsione – scadenza poi slittata al 30 settembre e, successivamente, al 30 novembre. Le procedure elettorali sono state gestite dall'ufficio elettorale del Comune di Troia, con qualche novità: rispetto alle elezioni politiche e amministrative, il voto è stato aperto anche a tutti i sedicenni e agli immigrati residenti. Si poteva votare ogni giorno presso il municipio, mentre nei fine settimana sono stati allestiti seggi itineranti, con gazebo in giro per la città. Alla fine hanno votato circa mille persone, ovvero, considerando la media degli elettori in occasione delle scadenze elettorali, un elettore su quattro: molto più delle migliori aspettative dei promotori e molto più della media dei votanti delle altre esperienze di bilancio partecipativo.

Dal conteggio sono risultate, per la precisione, 995 schede votate di cui 983 voti validi. Dall’anagrafe dei votanti risulta che, dei 995 cittadini che hanno votato, 498 sono uomini e 497 sono donne: una quasi perfetta parità di genere. Al termine dello spoglio ha vinto, con 173 voti, la proposta n. 4: “creazione parchi per bambini in zona La Fiorita e in piazza Giovanni Paolo II”. Ha prevalso, dunque, l’idea di creare dei luoghi di verde pubblico e socialità nella zona di recente costruzione nel quartiere S. Secondino. Seconda proposta maggiormente suffragata è stata la n. 57 – “rete Wi-Fi gratuita per tutto il paese e in tutti i locali comunali” – con 137 voti, risultato che testimonia positivamente quanto i giovani abbiano partecipato in gran numero alle consultazioni. A seguire, con 116 voti, la proposta n. 5, “creazione Casa dell’Acqua e del Latte con distributori automatici alla spina”. Interessante notare come anche la proposta n. 22 sui “finanziamenti per il sostegno al lavoro giovanile (es. bandi per imprenditoria giovanile)” abbia totalizzato 80 voti, segno che il tema del lavoro giovanile è considerato centrale tra le problematiche cittadine. Le ultime due fasi, ancora in corso, sono quelle dell’inserimento della proposta vincente nel bilancio comunale – l’ufficio tecnico già in settembre ha avuto mandato dalla giunta di predisporre il progetto esecutivo – e dell’analisi e della verifica del percorso fatto, che coinciderà, di fatto, con l’avvio del bilancio partecipativo 2014.

Il bilancio partecipativo è stato insomma una grande occasione per ri-dare sovranità direttamente ai cittadini, affidando loro il potere di decidere. L’iniziativa ha avuto una doppia valenza: da un lato, fare in modo che le idee e le proposte concrete dei cittadini potessero diventare realtà; dall’altro, è servita a riportare tutti alla consapevolezza che il governo della cosa pubblica appartiene a ciascun cittadino. È stato un processo innovativo e sperimentale che ha consentito ai cittadini di Troia di confrontarsi sui problemi del paese, sugli interventi da realizzare e su tante altre “buone pratiche” da introdurre nella vita democratica della comunità.

Il limite vero della democrazia partecipativa è organizzativo. Fare un bilancio partecipativo per scegliere insieme come utilizzare una parte del bilancio di un ente è cosa estremamente complessa e richiede tempo, pazienza, sforzi organizzativi notevoli. Si tratta peraltro di un esperimento che si può fare a livello di comunità, in comuni piccoli e grandi (lo ha fatto anche Porto Alegre, in Brasile, che ha un milione e mezzo di abitanti), ma non è fattibile a livello nazionale – non con le stesse modalità di un bilancio partecipativo comunale. Si possono, tuttavia, adottare (o inventare) altri strumenti per consentire ai cittadini, o a determinati segmenti della società, di partecipare con le proprie idee e con le proprie proposte alla definizione delle scelte politiche (consulte, convention tematiche con l’uso di tecniche partecipative, consultazioni on line, forum di progettazione partecipata, etc.). Si possono applicare gli strumenti della democrazia partecipativa all’interno dei meccanismi decisionali di alcune comunità politiche: partiti, sindacati, associazioni, etc. Il cammino fatto finora, comunque, insegna che il livello della comunità cittadina è quello nel quale si può mettere in pratica un cambiamento vero e sostanziale nell’approccio alla questione della democrazia e della partecipazione. È una strada stretta, tortuosa e sicuramente insufficiente, ma è un punto di partenza, un punto di ripartenza. Il tempo della delega, del resto, è finito: oggi è il tempo della partecipazione e delle scelte condivise.

 

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