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Sinistra, democrazia e rifondazione della politica. Intervista a Luciana Castellina

  • Scritto da  Daniela Chironi e George Souvlis
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Sinistra, democrazia e rifondazione della politica. Intervista a Luciana Castellina

Pubblichiamo l'intervista che due giovani ricercatori hanno recentemente fatto a Luciana Castellina, 83 anni, tra i fondatori del Manifesto, del PdUP e di Rifondazione Comunista, ex presidente presidente della Commissione per la cultura, la gioventù, l'istruzione e i mezzi di informazione e della Commissione per le relazioni economiche esterne del Parlamento europeo.

1) D: Sei stata una delle fondatrici de Il Manifesto, generalmente considerato il primo gruppo di comunisti dissidenti in grado di produrre non solo una riflessione intellettuale, ma anche risultati politici. Pensi che ci sia qualche aspetto di questa esperienza politica che potrebbe ispirare la sinistra radicale europea, oggi?

R: Ogni epoca ha la sua specificità e sarebbe ingiusto pensare che quanto ha potuto fare il Manifesto-Pdup negli anni ’70 possa esser ripetuto in questo secondo decennio del XXI secolo. Noi abbiamo avuto la fortuna di operare in un contesto caratterizzato da alcuni elementi essenziali, che vale la pena ricordare. In primo luogo i rapporti di forza per la sinistra, in Italia e in tutto il mondo, erano particolarmente favorevoli. In secondo luogo, ci trovavamo ad operare dopo un decennio - gli anni ’60 - di straordinaria accumulazione di esperienze di lotta e culturali, di acceso dibattito teorico, finalmente aperto alle correnti non ortodosse e ossificate del marxismo. Il ’68 italiano, di cui noi siamo stati parte (pur anomala, rispetto ad altri gruppi della nuova sinistra, perché il nostro gruppo dirigente proveniva da una lunga militanza nel PCI) è stato un movimento colto, per niente spontaneo e primitivo, come taluni hanno preteso. In terzo luogo, ci trovavamo in presenza di un grande partito come il PCI, rispetto al quale eravamo critici, ma del cui ruolo decisivo eravamo pur sempre coscienti. Per questo ci siamo sempre sentiti in qualche modo un'organizzazione provvisoria: il nostro obiettivo non era tanto far crescere, a partire da noi, un nuovo partito comunista, ma stimolare una rifondazione dell’intera sinistra. Questo obiettivo non è stato raggiunto, in parte per nostri errori, in gran parte perché la forza più importante cui noi facevamo riferimento - il PCI - dopo la morte di Berlinguer ha subìto un processo degenerativo (fino al suo scioglimento), essendo stato incapace di interpretare le nuove contraddizioni della nostra epoca (il dissesto ambientale, la questione di genere, ecc.). E tuttavia, credo che l’ipotesi cui abbiamo lavorato fosse corretta e ci abbia aiutato a evitare ogni comportamento settario e autoreferenziale.

A differenza delle forze nate sull’onda del ’68, gli attuali partiti e movimenti della sinistra si trovano invece ad operare in Europa dopo una sconfitta grave della sinistra, in una situazione in cui i rapporti di forza si sono gravemente deteriorati; si trovano ad operare dopo che - per intrinseca debolezza, ma anche per deliberato assassinio - ogni pensiero ed esperienza comunista sono stati cancellati, quasi il XX secolo fosse solo un cumulo di errori e di orrori e non anche, come invece è stato, anche un’epoca di grandi conquiste e di rivoluzioni. Rivoluzioni che - anche se vanno a finire male, come quella sovietica - è pur sempre meglio averle fatte piuttosto che affogare nello stagno del presente, senza più nemmeno osare pensare l’impensabile. Mai rottura generazionale è stata così profonda come quella cui oggi assistiamo e questo è un male grave, perché il passato va rivisitato criticamente, non ignorato. Cancellarlo serve solo a chi ha interesse a dire che c’è solo il presente. Ammazzare il passato equivale a ammazzare l’idea stessa di un futuro diverso. “Soltanto comprendendo cosa è avvenuto e cercando di capire come è potuto accadere, sarà possibile, forse, di liberarsi. L’archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente” – ha giustamente scritto il filosofo Giorgio Agamben. Credo abbia ragione.

Oggi, comunque, siamo difronte non solo alla crisi generalizzata dei partiti di massa che hanno caratterizzato il XX secolo, ma anche ad una crisi profonda della democrazia che in larga parte era fondata proprio sull’esistenza di quei partiti che, con tutti i loro difetti, garantivano ciò che è essenziale: la politicizzazione delle masse, che è assai più importante di qualche regola elettorale. Quel modello non è più riproponibile e si tratta di ripensare interamente il problema della rappresentanza democratica. E occorre farlo sapendo che non è vero che il capitalismo avanzato unifica le figure sociali – se non in occasione di una breve protesta – ma anzi le disarticola, usando una forma di manipolazione delle coscienze mai prima così oppressiva. Nell’immediatezza, una moltitudine frammentata non può vincere, può solo dar luogo a una rivolta. Per questo non si può eludere, a me sembra, il problema della costruzione di un’organizzazione che consenta il radicamento sul territorio e eviti l’andamento intermittente dei movimenti; che garantisca la democrazia interna ma non neghi la necessità di impegnarsi a costruire una leadership, un sapere condiviso, una comune visione del mondo, un progetto in grado di rispondere a una domanda di senso (e non solo di suscitare consenso, come si trattasse di un programma televisivo che deve misurarsi con l’auditel).

Insomma, a proposito del famoso problema del rapporto movimenti-partiti - e del rinnovamento, oggi scaduto nell’idea della "rottamazione" - io continuo a credere che l’indicazione più giusta sia quella che nel ’68 riprendemmo da Mao Tse Tung: “bombardare il quartier generale”. Perchè – diceva Mao – i partiti tendono ad anchilosarsi, a burocratizzarsi, e vanno perciò investiti periodicamente. E però per rifondarli, non per abolirli. In Cina non è andata tanto bene, ma questo anche perché Mao è stato sconfitto.

2) D: Lo storico Perry Anderson nel 2009 ha scritto una Memoria sulla figura di Lucio Magri, descrivendolo come uno dei politici europei che meglio hanno incarnato l'ideale marxista di unità di "teoria e pratica". Sei d'accordo con quest'opinione? Cos'altro aggiungeresti per descrivere la figura di Magri?

R: Credo che Perry Anderson abbia ragione, l’aspetto più importante dell’azione politica di Magri è stata il suo costante sforzo per individuare, a proposito di ogni proposta o strategia, il soggetto sociale in grado di portarla avanti. E la sua costante raccomandazione a pensarci - anche se eravamo un piccolo partito le cui scelte finivano, in definitiva, per essere irrilevanti - come una grande forza, carica della responsabilità delle conseguenze di ogni propria opzione. Per abituarsi a uscire dal minoritarismo, dal propagandismo e dall’astrattezza ideologica.

3) D: Il successo di Syriza in Grecia (27% alle elezioni nazionali) e la ripresa elettorale dei partiti della sinistra radicale in altri paesi europei sembrano annuciare un imminente rafforzamento della sinistra partitica in Europa. Credi che queste organizzazioni possano in qualche modo contrastare il modello neoliberale a livello nazionale ed europeo? A quali condizioni?

R: Credo che il successo di Syriza sia unico nel suo genere e sebbene conosca bene la vecchia sinistra greca, so invece assai poco di quella nuova, e mi dispiace molto. Sarei meno ottimista sugli altri partiti europei. Anche la Linke tedesca ci è apparsa come un

miracolo e però, purtroppo, è stata investita presto da logoranti crisi interne. Pure in Olanda le vittorie sono molto instabili, fluttuanti. Credo che riformulare un modo nuovo di essere partito della sinistra sia un lavoro di lungo periodo.

4) D: I media filogovernativi in Grecia hanno tentato di equiparare Alba dorata, il partito neonazionista, e Syriza, descrivendoli come ugualmente "estremisti" e pericolosi per la democrazia, ma – come ha evidenziato Tareq Ali – il reale pericolo in Europa è "la dittatura del centro estremo", ossia la collaborazione tra partiti socialdemocratici e partiti di centro. Credi che il caso italiano – con il Governo Monti prima, e il governo Letta poi – mostri una compiuta realizzazione di questo disegno del centro estremo?

Io non credo che in Italia il vero pericolo sia “il centro estremista”. Il pericolo è assai maggiore: è la fine della democrazia, sia pure imperfetta, quale noi l’abbiamo conosciuta, e non certo perché si sia trovato un modello superiore. La post-democrazia parlamentare viene ormai teorizzata, in particolare a livello delle istituzioni europee, in nome del fatto che le problematiche mondiali sono diventate così complesse che non possono più esser lasciate ai parlamenti. "Servono i tecnici", si dice; al dibattito democratico possono esser lasciate tutt’al più le sorti delle comunità locali. Il danno più grave prodotto dal governo Monti è quello di aver veicolato questa convinzione in una parte non piccola dell’opinione pubblica. Una convinzione sostenuta dall’establishment tradizionalmente democratico e non certo fascisteggiante, anche attraverso i propri giornali: "finalmente qualcuno che non è impigliato negli equilibri parlamentari, nella dialettica dei partiti, immune dalle pressioni dell’opinione pubblica". Dire cose come queste non sarebbe stato legittimo fino a qualche tempo fa, ma oggi sono moneta corrente. E a controbatterle non c’è una risposta di sinistra - come è facile vedere dai risultati elettorali sconfortanti, dall’aumento geometrico delle astensioni - ma fenomeni come quello di Beppe Grillo. Sempre più persone, insomma - anche molta parte dell’elettorato un tempo di sinistra - reagiscono dicendo: “ma a me, a che serve la democrazia? Costa troppo e non me ne viene niente.

Perché devo dare tanti soldi perché quei signori chiacchierino fra di loro in un parlamento? Se poi mi pestano un piede, protesto da solo, mi difendo da solo". E infatti in Italia si moltiplicano le proteste “fai da te”: i camionisti, i taxisti, gli operai che si arrampicano sulle ciminiere, e così via. Si torna, insomma, a un secolo fa, quando la protesta portava all’incendio dei municipi, all’atto isolato ed esemplare. Sono finiti la mediazione politica e l’agire collettivo: dei partiti, dei sindacati e delle istituzioni democratiche. Tutto questo è assai più pericoloso di un Berlusconi o di qualche gruppo neofascista.

D: E quali pensi che siano le cause di questa situazione?

R: Naturalmente se questo accade è perché si è permesso che la democrazia si impoverisse, rinsecchisse, si riducesse a una astratta e solo spettacolare consultazione elettorale ogni tot anni, come andare a Messa. Qui la responsabilità, anche dei vecchi partiti della sinistra, è gravissima. Ma credo che pure i nuovi movimenti “indignati” debbano fare più attenzione: quando dicono “nessuno ci rappresenta” è sacrosanto, ma quando aggiungono - come spesso avviene - “non vogliamo che nessuno ci rappresenti”, e invocano un'improbabile democrazia diretta d'ispirazione neoanarchica, a me pare che non valutino fino in fondo che in questa fase è decisivo saper ricostruire forme stabili di rappresentanza e partecipazione, dar vita a nuovi poteri, se non vogliamo che tutto finisca nella riproduzione dell’impero ottomano: relativamente autonomi a livello locale come erano i califfati, ma con tutte le decisioni che contano nelle mani del potere centrale e imperiale di Costantinopoli.

Credo che in questa situazione Antonio Gramsci possa ancora servirci. Quando egli esaltava il primato della politica - osservando che di questa il proletariato ha assai più bisogno della borghesia - era al tempo stesso ben consapevole del rischio che la politica potesse rovesciarsi in una nuova coercizione, in un potere separato, in burocrazia, in un uso proprietario dello Stato da parte delle élites politiche. E per questo pensò ai “consigli”, organi di democrazia diretta, non come strumenti dell’insurrezione (come i soviet), né come strumenti provvisori prodotti dalla spontaneità del movimento, ma invece come strumenti di graduale estinzione dello Stato, vale a dire come forma di un’organizzazione permanente che via via strappa spazi di governo reale, di gestione della società. E che però si attrezza ad esercitare questa funzione difficilissima operando una riforma della politica e degli stessi partiti, sicché essi non siano più “avanguardia” concentrata sul problema del potere centrale, né partito elettorale, bensì “intellettuale collettivo”. Un partito-intellettuale collettivo che via via riduce al proprio interno la distanza fra governanti e governati, colmando il solco che oggi e sempre ha separato chi sa (i famosi tecnici) e chi non sa, mettendo così davvero - e non solo in teoria - anche “le cuoche in condizione di dirigere lo Stato”, come diceva Lenin. Un’operazione da farsi nel proprio stesso partito, perché il solo modo di rendere i partiti migliori è proprio l’acculturamento di tutti, la riduzione della distanza fra leader e base, che oggi si è allargata più che in ogni altra epoca. Questo è il modo di riappropriarsi della cosa pubblica sequestrata. Se una critica penso debba farsi in Italia allo straordinario movimento che ha portato ad una delle poche vittorie conseguite in questi anni - il referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali - e, più in generale, alla battaglia per introdurre l'orizzonte di “beni comuni”, è che troppo poco si è riflettuto sulla necessità di costruire questi "consigli", in grado di gestire le stesse conquiste, altrimenti destinate ad essere rimangiate da fameliche burocrazie e corposi interessi privati. 

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