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Un morto ogni due giorni “nelle mani dello Stato”

Un morto ogni due giorni “nelle mani dello Stato”

Dal 12 ottobre sono 16 i decessi nelle carceri italiane documentati dal portale 'Ristretti Orizzonti'. Per la gran parte suicidi, l'ultimo nel penitenziario fiorentino di Sollicciano: un 34enne tossicodipendente, Tomas Filia, rimasto solo in cella, si è impiccato con delle lenzuola. La triste serie, che ha riportato le statistiche delle morti in carcere ai livelli dello scorso anno, era iniziata con il suicidio a Como di Cuevas Galvez, detenuto da pochi giorni per piccoli reati. “Il suicidio di un altro detenuto in carcere dimostra come i problemi sociali e umani permangono”, aveva denunciato Donato Capece del Sappe.

Parole che, dati alla mano, risultano tristemente profetiche. Un mese dopo, sempre a Como, si toglieva la vita il 59enne Massimo Rosa: era in carcere per aver ucciso, qualche settimana prima, la madre 89enne, bloccata da 15 anni a letto a causa di una malattia invalidante. Era uno di quei detenuti che andava tenuto costantemente sotto controllo, anche se il suo legale sottolinea di non aver mai sospettato che il suo assistito avesse intenzioni suicide. Oltre a queste tre morti, altri tredici decessi, ognuno con la propria storia.

Il 16 ottobre muore per malattia un detenuto nel carcere di Busto Arsizio; nelle stesse ore, a Latina, si suicida Gianpiero Miglietta, alla vigilia della prima udienza per l'omicidio del commerciante ittico Vincenzo Del Prete, 45 anni, originario di Gaeta, del quale l'uomo – originario del leccese – era ritenuto l'autore materiale. Un caso di suicidio, quello di Miglietta, al quale non credono i suoi familiari, che fanno notare attraverso i loro legali come il detenuto avesse “seri problemi di mobilità al braccio e alla mano destra”. Due giorni dopo, a Padova, penitenziario nell'occhio del ciclone nel luglio scorso per un'inchiesta su un giro interno di spaccio di droga, si toglie la vita Samir Riahi, fine pena nel 2021.

Suicida è morto anche Gianluca Ciferri: era l'autore del duplice omicidio nei confronti di due suoi operai, avvenuto qualche settimana prima nel fermano. Era detenuto ad Ascoli Piceno e si è ucciso il 20 ottobre, lo stesso giorno di Piergiacomo Muscas, morto suicida a Cagliari; avrebbe confidato di aver ricevuto un biglietto da altri detenuti: “Ammazzati o ammazziamo tuo figlio”. Due giorni dopo, altre due morti: Sergio Zea, 53 anni, aveva accusato un malore e – denuncia 'Radiocarcere' – il medico che lo visita “lo rimanda in cella dopo avergli dato una tachipirina”; Jason Cari, invece, 25enne di origine sinti, resiste poche ore alla detenzione e si suicida, sempre con un lenzuolo legato al collo.

Nello stesso penitenziario in cui è avvenuto l'ultimo decesso in ordine di tempo, quello di Sollicciano, aveva trovato la morte, il 28 ottobre, l'unica donna di questa lunga serie di decessi, Cristina Corbizzi, uccisa – secondo quanto si è appreso – da un'overdose. Nel giorno della sentenza d'assoluzione per il caso Cucchi, il 31 ottobre, muore invece Maurizio Riunno, 28 anni, suicida nello stesso carcere, quello di Como, dove è iniziata questa assurda serie di decessi in cella, una ventina di giorni prima.

Il mese di novembre si apre con la morte – nel carcere di Porto Azzurro – di Vincenzo Saffioti, calabrese con un passato fatti di legami con la 'ndrangheta e con un fine pena nel 2018, in carcere dal 1994 con l'accusa di omicidio; usufruiva di diversi permessi, ma poche ore prima che gliene fosse concesso uno è morto di infarto; tanti gli anni di detenzione alle spalle anche per Remo Bussacchetti, suicida nel penitenziario di Fossombrone, detenuto dal 2001 per l'omicidio di una perpetua. Il 12 novembre muore in circostanze da chiarire, anche se si delinea lo scenario di un regolamento di conti tra detenuti, Fabio De Luca, in cella nella casa circondariale di Isernia.

Poco più di una settimana fa, infine, la tragica morte di Luigi Bartolomeo, che molti ritengono possa essere un nuovo caso Cucchi. Lo scorso 21 ottobre il 36enne evade due volte dai domiciliari. Fermato per la seconda volta – secondo la ricostruzione – ha una lite accesa con le forze dell'ordine e ne manda due in ospedale. Viene così tradotto a Poggioreale e condannato per direttissima a un anno e quattro mesi; nel corso dell'udienza vede per l'ultima volta il suo avvocato, che ne nota il volto tumefatto. Luigi Bartolomeo spiega al suo legale che non può dirgli cosa sia successo. Si apprende solo in seguito che l'uomo è arrivato già in quelle condizioni in carcere, perché malmenato da due persone mentre era ai domiciliari.

Da quel momento, cala il buio sugli ultimi giorni della sua esistenza: si sa solo che poche ore dopo il processo viene ricoverato d'urgenza e va in coma. Secondo il racconto della sorella, molte sarebbero state le ecchimosi riscontrate sul suo volto, inoltre avrebbe avuto un polmone compromesso e si sarebbe resa necessaria la dialisi per le botte ricevute all'altezza di un rene. Dopo qualche giorno, Luigi Bartolomeo muore. “Non è possibile che un uomo, che finisce nelle mani dello Stato, si riduca così”, sono le parole di Pietro Ioia, ex detenuto e attivista storico per i diritti di chi è in carcere.

Sono esattamente le stesse parole utilizzate dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, a tre giorni dalla sentenza di assoluzione per il caso Cucchi: “Non è accettabile che una persona muoia non per cause naturali mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Nel frattempo ciò accade e troppo spesso le cause naturali c'entrano ben poco: quando un detenuto si impicca e dovrebbe essere costantemente vigilato, muore d'overdose e la droga in cella non dovrebbe arrivarci, muore subito dopo l'arresto perché non viene curato oppure pestato da altri detenuti, le responsabilità sono palesi. Perché non si può morire quando si viene affidati nelle mani dello Stato.

Ultima modifica ilMercoledì, 26 Novembre 2014 23:06
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