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La democrazia non è un pranzo di gala. Appunti su partecipazione e rappresentanza

La democrazia non è un pranzo di gala. Appunti su partecipazione e rappresentanza

articolo pubblicato sul numero 3 dei Quaderni Corsari - Partecipazione, rappresentanza, istituzioni. Attorno al senso profondo di queste tre parole deve articolarsi quella che si può definire la più importante sfida che tutti noi abbiamo davanti. Più importante della crisi economico-finanziaria e anche della questione ecologica. Una sfida che investe sia gli angoli, apparentemente familiari, dei quartieri che abitiamo, sia le vertigini che lo spazio pubblico europeo o globale potrebbe provocare.

Il triangolo partecipazione-rappresentanza-istituzioni crea la principale sfida di civiltà oggi in campo, perché mette in discussione i nostri modi di con-vivere nella dimensione pubblica: riguarda i metodi della vita individuale e sociale e, dunque, la possibilità di costruire le condizioni per uscire davvero dalle crisi che viviamo, inaugurando una nuova epoca.

Sarebbe quasi superfluo dare conto dell'agonia, drammatica e a ogni livello, di tutte le istituzioni politiche e sociali. La fiducia degli italiani nel Parlamento e nei partiti è ben sotto il 10 per cento, un dato confermato in modo inquietante dal tasso di astensione registrato in tutte le più recenti tornate elettorali. Durante il suo Tsunami Tour, Beppe Grillo ha potuto urlare che i sindacati dovrebbero essere aboliti. Le politiche economiche dei Paesi dell'Europa mediterranea sono decise dalla troika, vale a dire da soggetti privi di legittimazione popolare che operano al di fuori di qualsiasi minima procedura di garanzia costituzionale. La funzione di governo nel nostro Paese si è ormai risolta nel nauseante spettacolo delle larghe intese, creato e garantito dal Presidente Napolitano. Lo stesso Re Giorgio, secondo Ilvo Diamanti , ispira fiducia ormai solo al 50 per cento degli italiani, e con la sua dubbia condotta istituzionale – che il ‘vuoto della politica’ non dovrebbe in alcun modo giustificare – somiglia sempre più a quel giocatore d'azzardo che, non accorgendosi del proprio accanimento, concluderà la serata rovinato.

Sentiamo, insomma, ripetere praticamente in ogni dove che «la rappresentanza è morta» – una diagnosi non solo profondamente sbagliata, ma anche gravemente pericolosa. La rappresentanza, infatti, è una componente strutturale dei gruppi umani, e ha una dimensione che si potrebbe definire antropologica. Per spiegare una simile lettura del fenomeno-rappresentanza, basterà pensare che quando ascoltiamo parlare una persona e condividiamo pienamente quanto affermato, ci limitiamo a tacere e annuire: questo silenzio significa che qualcuno sta dando forma alle nostre idee, le sta rappresentando.

Il punto, allora, non è la fine della rappresentanza. Il problema che abbiamo riguarda, invece, la fine della rappresentatività: oggi quasi non esistono, nella società e nel panorama politico, luoghi e istituzioni in grado di farci identificare in essi, di farci sentire parte di qualcosa. Una simile situazione si concretizza in diverse epifanie: oltre a quelle descritte sopra, altre vicende particolarmente simboliche sono la personalizzazione della politica, la compiuta trasformazione della nostra vita pubblica in quella che Bobbio definiva «democrazia dell'applauso» (tutta fatta di marketing politico, primarie e periodiche liturgie elettorali) o, ancora, il fatto che un personaggio come Matteo Renzi possa essere seriamente considerato l'alfiere della nuova sinistra.

In altri termini, occorre riconoscere che le istituzioni, così come i partiti e – in buona misura – i sindacati, non appaiono oggi davvero compatibili con l'obiettivo di promuovere la democrazia. Una significativa radice di tale incompatibilità può essere rintracciata nelle due varianti di significato che ha la parola potere: non solo un sostantivo, ma anche e soprattutto un verbo. Per quanto riguarda il potere-sostantivo, è appena il caso di ricordare ancora a quale livello di autoreferenzialità siano giunti i partiti politici: anche al di là del solito riferimento all'art. 49 della Costituzione , chiunque abbia esperienze di attivismo politico e sociale potrà testimoniare dello squallore della vita interna ai soggetti partitici, specialmente in fase congressuale. 

Praticamente privi di un pensiero “forte” e di una visione sociale ed economica di lungo periodo, i partiti si sono ridotti a carrozzoni elettorali, a contenitori contendibili da correnti e leader, a luoghi claustrofobici nei quali il cinismo diventa brodo di coltura anche per la corruzione (così moltiplicando il risentimento e le interpretazioni più sterili della polemica anti-kasta). Giulio Andreotti, in questo senso, non seppe guardare al di là del proprio tempo quando affermò che «il potere logora chi non ce l'ha». A forza di rincorrere un potere del tutto vuoto e fine a se stesso, quando non esercitato in modo clientelare, anche le organizzazioni politiche si stanno logorando sino a scomparire: viene da domandarsi ad esempio, pensando alle scelte di fondo compiute dal PD negli ultimi tre anni, quale sia oggi la funzione storica e sociale di quel partito. 

Guardando alla gestione del potere-sostantivo, siamo quindi di fronte al frutto marcio dell’autonomia del politico. Si è potuti arrivare a questo punto perché quell'autonomia, forse sensata in altri contesti storici e sociali, è diventata una separazione che ha portato, da un lato, il politico a essere scavalcato da “nuovi sovrani” (tecnocrazia, troika, narrazione dell'emergenza), dall'altro le istituzioni e i partiti a eliminare dal proprio DNA il loro carattere di strumenti per la cura e la promozione della qualità della vita e dei processi democratici. Peraltro, istituzioni e partiti non solo appaiono sempre più deboli e meno credibili, ma attivano anche reazioni difensive che innescano circoli viziosi e aggravano la loro crisi di legittimità: ogni movimento sociale che si sviluppa sui territori è trattato come una controparte e una mera questione di ordine pubblico; ogni forma di dissenso è marginalizzata e definita «irresponsabile», in nome di un «pilota automatico»  che non ammette alternative.

Nell'attuale quadro di crisi, si assiste dunque al paradosso per cui i luoghi deputati a rappresentare la collettività sono svuotati di senso, oppure lavorano quotidianamente per smantellare la collettività stessa. Un simile paradosso si sviluppa in un contesto che tutti noi viviamo sulla nostra pelle: precarizzazione del lavoro e della vita e accentramento in senso autoritario dei meccanismi decisionali. Chi detiene il potere-sostantivo ripete quotidianamente che loro stanno lavorando per il nostro bene, che si intravede la luce in fondo al tunnel e che dunque non è possibile criticarli proprio adesso che i sacrifici iniziano a dare i propri frutti. Ma il problema sta precisamente in questo: nel fatto che una simile logica nega in radice opzioni democratiche di vita e di decisione; nega, cioè, l'esistenza di quei processi complessi che permettono alle persone, singole e associate, di definire e perseguire il ‘bene comune’ nel modo più autonomo possibile. E ciò anche a prescindere dal fatto che tutte le scelte italiane ed europee di politica economica, negli ultimi cinque anni, sono state scellerate e (davvero) “irresponsabili” per la maggior parte degli economisti (anche mainstream) del mondo.

In breve, si può affermare – scoprendo l'acqua calda – che il discorso pubblico italiano ed europeo è oggi caratterizzato da modi di gestione del potere-sostantivo che legano pericolosamente la violenza dell'ideologia neoliberista a un'altra forma di violenza, quella del paternalismo. Questa combinazione – che ha generato negli ultimi trent'anni interazioni complesse sul piano politico, mediatico, culturale ed economico – sta purtroppo portando a compimento la distruzione di un patrimonio delicatissimo e difficilmente “rinnovabile”, vale a dire di quel legame sociale che è precondizione di esistenza delle stesse democrazie.

La situazione appare, onestamente, tanto desolante quanto inquietante. Ma se così stanno le cose, non è esagerato affermare che la democrazia odierna “è finta”, o che soffre di una malattia profonda che potrebbe sfociare in esiti imprevedibili. Il ruolo della partecipazione come cura per la democrazia comincia da questa consapevolezza e si può esplicare a patto che la critica all'attuale stato di cose sia davvero radicale, ri-costruttiva. Anche e soprattutto per la sinistra politica e sociale, niente affatto immune da meccanismi di funzionamento violenti e paternalistici.

In questo senso, la cura e la riproduzione di legami sociali dovrebbero essere la prima delle priorità di ogni programma di trasformazione della realtà, poiché i legami sociali si reggono sulla solidarietà e su una forma diffusa e concreta di potere, vale a dire il potere-verbo: poter contare; poter accedere alle informazioni; poter essere messi in condizione di discutere davvero e di concorrere alla formazione delle decisioni. Poter fare qualcosa per sé e per la propria vita; poter fare qualcosa per l'altro.

Vale la pena di ripensare alla lungimiranza dell'art. 3.2 della nostra Costituzione: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». 

Già nel 1948 – molto prima che Elinor Ostrom e l'economia alternativa dimostrassero il forte legame tra fruttuosità di partecipazione e cooperazione sociale, da un lato, e uguaglianza nelle condizioni materiali di vita dall'altro – la norma fondamentale della Carta aveva compreso che la partecipazione effettiva costruisce uguaglianza, riproduce legami sociali e solidarietà, promuove una democrazia solida. Più precisamente, si deve dire che i Costituenti, tornando a respirare dopo l'inferno delle guerre e l'infamia del nazifascismo, avevano individuato nella partecipazione non solo una sorta di super-diritto, sottinteso all'intero programma costituzionale, ma anche – da un punto di vista meno giuridico e più “sociologico” – un principio di integrazione di tutte le dinamiche politiche formali (cioè istituzionali e rappresentative) ed informali. È per questo che la Repubblica, nella sua completezza e complessità, assume il compito di mettere tutti in condizione di partecipare: il che significa, in concreto, lavorare in modo rigoroso e costante sull'ampiezza e sulla funzione della delega politica, sulla creazione di meccanismi giuridici e istituzionali innovativi, sulla diffusione delle informazioni, sul rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro delle persone.

Gli investimenti del Consiglio d'Europa sulla responsabilità sociale condivisa e sulla cosiddetta metodologia SPIRAL ; le rivendicazioni per una vera legge sulla rappresentanza sindacale e per i diritti di partecipazione dei lavoratori; la richiesta di un reddito minimo per sottrarsi ai ricatti della precarietà e dell'esclusione sociale; i bilanci partecipativi nei Comuni ; il “diritto alla partecipazione” accolto nello statuto dell'azienda Acqua Bene Comune Napoli; l'esistenza della Fondazione Teatro Valle e le lotte che ruotano attorno ad accesso e gestione dei beni comuni; le battaglie per il diritto allo studio, la ripubblicizzazione dei saperi e la democrazia negli atenei; i mille percorsi riguardanti il diritto a concorrere nelle decisioni sul futuro delle città e dei territori, dalla vicenda pisana dell'Ex Colorificio al Piemonte che mette in discussione il TAV e si oppone alla privatizzazione del trasporto pubblico, dalla campagna del WWF RiutilizziAmo l'Italia  alla mobilitazione campana della Terra dei Fuochi; l'austerità messa in discussione dalla crisi di legittimazione delle istituzioni e dalla tensione tra rappresentanza e democrazia diretta: come testimonia questa carrellata di esempi, oggi la partecipazione costituisce il collante di tutte le lotte più avanzate per un'uscita dalla crisi che sia diversa, possibile, concreta e necessaria. 

Con Marianella Sclavi, «è come se ci fossero due Italie, una al momento ancora parecchio contro-corrente che sta sperimentando queste pratiche di radicale ridefinizione del fare politica e ci riesce in modo eccellente, mettendo a frutto quelle famose doti di creatività e cura del prodotto finale che ci vengono riconosciute a livello mondiale per settori come la moda, la gastronomia, il Design e l’altra Italia al momento dominante nelle camere del potere, profondamente restia a questi discorsi, sorda, cinica nel volerli “raddrizzare” e percorrere. Dentro la prima Italia ci sono, fra l’altro, i nuovi Master e corsi universitari che finalmente anche nel nostro paese offrono a chi lo desideri la possibilità di acquisire i saperi e competenze pratiche richieste da politiche di mediazione creativa dei conflitti e facilitazione di percorsi partecipativi (…). Dentro la seconda Italia ci sta “la casta” e l’“anti-casta”, i trincerati e i rottamatori, i sì-Tav e i no-Tav, ovvero tutti coloro che dalla desolazione della coazione a ripetere sempre le stesse diagnosi e proposte non riescono ad uscire, come dimostra l’assenza di un forte movimento per una legge analoga al Débat Public (presente in Francia dal 2005) e l’assurda discussione che pretenderebbe di restituire trasparenza e inclusività alla politica facendo leva su meccanismi elettorali (…) invece che su meccanismi di democrazia deliberativa, cioè su come dare voce in capitolo ai cittadini non solo e non tanto nel momento del voto, ma nelle decisioni nel corso dei mandati e delle legislature» .

 Se si vuole accettare davvero la riflessione per cui la crisi è anche un'opportunità, bisogna scegliere una delle due Italie. Scegliere insomma con concretezza, e senza ingrossare il fiume dei proclami roboanti, da che parte stare. A tal proposito, la totale inadeguatezza dell'attuale panorama politico italiano rende il “centro-sinistra” un aggeggio incomprensibile, culturalmente subalterno e senza futuro, quando non politicista e dannoso. 

Anche la “sinistra”, allora, può forse ritrovare se stessa abbandonando paternalismo e smanie di potere, e abbracciando con un pizzico d’incoscienza un'etica quotidiana della partecipazione. È necessario, in ultima analisi, avviare una stagione complessa di trasformazione, che metta in discussione le stesse identità dei singoli e dei soggetti collettivi allo scopo di liberarci del neoliberismo e di riconquistare la democrazia: a patto che quest'ultima sia davvero intesa come una faccenda di vita, e non come una messinscena estetica. Ci vuol tempo e nessuno dice che sia facile: ma d'altronde, si tratta di navigare in mare aperto e senza possedere davvero una bussola.

Ultima modifica ilDomenica, 23 Febbraio 2014 11:40
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