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Rocco Albanese

Rocco Albanese

Sono nato e cresciuto a Reggio Calabria, in una terra bella e tragica che resta la mia casa. Ho studiato a Pisa, militando in Sinistra Per... e partecipando attivamente alla vita politica universitaria e cittadina, a cominciare dal ciclo di lotte studentesche 2008-2011. Dopo un semestre di Erasmus a Parigi, mi sono laureato in giurisprudenza nel febbraio 2012 e da marzo dello stesso anno vivo a Torino. Oggi sto concludendo la pratica forense e, soprattutto, sono dottorando di ricerca in diritto privato con un progetto di ricerca sui temi della proprietà e dei beni. A Torino, milito nelle Officine Corsare.

Per case, quartieri, città: verso uno spazio comune per il diritto all'abitare

Chi sta cominciando a leggere queste brevi note risponda a qualche domanda.

Quanto si spende ogni mese per ciò che riguarda l'abitare (canone di locazione, utenze, oneri condominiali)? Qual è (se c'è, e se non è corrisposto dal welfare familiare) il reddito mensile di cui si dispone? Che rapporto percentuale esiste tra le spese connesse all'abitare e il reddito mensile?

Il gioco dell'oca della sinistra: una noia mortale

Ricordo bene il giorno in cui, nel giugno 2012, Pierluigi Bersani e Nichi Vendola presentarono in conferenza stampa la “carta d’intenti” che avrebbe portato alla disastrosa avventura di “Italia bene comune” (e al non meno negativo percorso di “Rivoluzione civile”).

Anni di lotte avevano prodotto una movimentazione sociale che aveva animato nel profondo il Paese, riportando al centro del dibattito pubblico l’università e la scuola, il mondo del lavoro e della produzione, le questioni di genere e i territori contrari alle grandi opere inutili. Quegli anni erano culminati nelle vittorie amministrative della primavera 2011 e soprattutto nel grande referendum per l’acqua e i beni comuni (e contro nucleare e legittimo impedimento).

Bologna paranoica: i loro sgomberi, il nostro diritto alla città

E così siamo stati costretti ad assistere, persino nella caldissima settimana di ferragosto di questo allucinato 2017, a una Bologna violentata e ferita da due sgomberi a mano armata.

Le azioni messe in atto dalle forze dell’ordine nella prima mattinata dell’8 agosto sono di rara gravità e non è utile, qui, dilungarsi su questo aspetto. Le realtà politiche e sociali bolognesi - e non solo bolognesi - hanno giustamente usato parole forti e chiare a difesa degli spazi e delle comunità che li abita(va)no. Gli sgomberi sono stati definiti una “pagina nera” nella storia recente della città e già sono annunciate iniziative di mobilitazione - a partire dalla manifestazione del prossimo 9 settembre - per evitare che Crash e Làbas siano condannati ad essere luoghi abbandonati, putrescenti e passivi oggetti di speculazione immobiliare.

Ezio Mauro e le élite in crisi di identità

Già nel 2012, in quel passato remoto contraddistinto dalla macelleria sociale di Mario Monti e Elsa Fornero, dalle forzature istituzionali senza precedenti di Re Giorgio Napolitano, dal tramonto di Silvio Berlusconi – accelerato dalle inchieste di Repubblica, spinte peraltro oltre un feticismo voyeuristico che dovrebbe essere duramente rigettato in un Paese civile. Ebbene, già all'epoca era intuibile la direzione che Ezio Mauro stava imprimendo alla propria vita professionale, studiando da novello Eugenio Scalfari. In altri termini, l'allora direttore di Repubblica cominciava a dare libero sfogo a quel patologico narcisismo che deriva dal percepirsi come uno dei principali opinion makers del Paese. Veniva così inaugurata la “stagione” dei grandi editoriali governisti: quelli scritti con un uso del modo indicativo così abbondante da non lasciare spazio (per lo meno in apparenza) a dubbio alcuno sulle proprie, presunte certezze.

 

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