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Bologna paranoica: i loro sgomberi, il nostro diritto alla città

Bologna paranoica: i loro sgomberi, il nostro diritto alla città

E così siamo stati costretti ad assistere, persino nella caldissima settimana di ferragosto di questo allucinato 2017, a una Bologna violentata e ferita da due sgomberi a mano armata.

Le azioni messe in atto dalle forze dell’ordine nella prima mattinata dell’8 agosto sono di rara gravità e non è utile, qui, dilungarsi su questo aspetto. Le realtà politiche e sociali bolognesi - e non solo bolognesi - hanno giustamente usato parole forti e chiare a difesa degli spazi e delle comunità che li abita(va)no. Gli sgomberi sono stati definiti una “pagina nera” nella storia recente della città e già sono annunciate iniziative di mobilitazione - a partire dalla manifestazione del prossimo 9 settembre - per evitare che Crash e Làbas siano condannati ad essere luoghi abbandonati, putrescenti e passivi oggetti di speculazione immobiliare.

Tuttavia a margine di questa giornata, e in particolare con riguardo allo sgombero di Làbas, due elementi politici emergono nella loro connessione, e per il loro significato meritano attenzione. Il primo è che Bologna appare sempre più una città “paranoica”. Il secondo è l’imbarazzante approccio tenuto dall’amministrazione cittadina a guida PD.

Bologna è paranoica perché sono molte le voci politiche locali che, a commento degli sgomberi, si sono appellate al legalismo più gretto. A fare notizia non è certo la schifosa Lega Nord, che festeggia le violenze subite da tante persone e il mitologico “ritorno alla legalità” (così Francesca Scarano). Ben più grave, ma ormai non sorprendente, è il tono di tanta parte del Partito Democratico, che (più o meno consapevolmente) in nome del binomio “legge e ordine” certifica come non difendibile a priori ogni esperienza che possa formalmente qualificarsi come “occupazione illegale”.

Insomma: ciò che è voluto dal fantomatico “legislatore” è “legale”; solo ciò che è “legale” è “giusto”; e ciò che “legale non è” semplicemente è “non diritto” da marginalizzare o reprimere. Una concezione, questa, che nel nostro Paese è stata smentita settant’anni fa, con l’entrata in vigore della Costituzione. E che risulta ispirata al peggiore formalismo giuridico: lo stesso che fu tra i principali supporti storici e teorici delle legislazioni nazifasciste, per intenderci.

E veniamo così alla posizione assunta dal sindaco Merola. Il quale, in tutta sincerità, con le sue dichiarazioni pare aver “scavalcato a destra” Ponzio Pilato, abdicando alla sostanza del proprio ruolo politico. Lo schema è simile a quanto sopra descritto: lo sgombero di Làbas è avvenuto in forza di un decreto di sequestro emesso dalla magistratura, e a fronte di questo scoglio formalistico non c’è nemmeno la possibilità di aprire una discussione sul merito del provvedimento. Al solito, un tema politico viene svilito a questione di ordine pubblico. La parabola cerchiobottista si chiude poi con un generico riconoscimento dell’esperienza di Làbas e con una disponibilità a trovare una “nuova sede” per le attività.

Sennonché l’aspetto imbarazzante della vicenda, così come della posizione dell’amministrazione bolognese, è tutta in questo passaggio.

Il fatto è che gli sgomberi dell’8 agosto avvengono in una città che da anni - grazie all’approvazione del primo Regolamento comunale del Paese in materia - si è auto-proclamata “capitale” dei beni comuni urbani e dell’amministrazione condivisa. Ed è questa ipocrisia di fondo ad essere intollerabile. I beni comuni, infatti, non sono un vessillo vuoto e buono soltanto a portare avanti operazioni cosmetiche. Prendere sul serio il discorso dei beni comuni significa mettere in discussione l’assetto istituzionale esistente in nome del diritto alla città.

A concezioni verticali e concentrate del potere, della sovranità e della proprietà, i beni comuni oppongono la ricerca di strumenti concreti per l’accesso diffuso alle risorse (materiali e immateriali) e per l’uso partecipato e responsabile del territorio.

Quando si parla di beni comuni non si parla di lontane astrazioni giuridiche, ma della concretezza dei bisogni individuali e collettivi. Ecco perché è ridicolo parlare di “delocalizzazioni” delle attività, nel caso di Làbas. Questa esperienza, infatti, in quasi 5 anni è diventata un bene comune, aperto e inclusivo, in ragione degli usi fatti del bene occupato,  per una precisa comunità e con riguardo a un determinato quartiere. Di questo parliamo quando parliamo di beni comuni urbani, di amministrazione condivisa, di diritto alla città.   

E il ragionamento vale a maggior ragione nel caso della ex Caserma Masini. A ben vedere, l’immobile in cui il percorso di Làbas si è sviluppato è un caso “da manuale” di mala amministrazione. Un bene in proprietà demaniale giaceva in un intollerabile stato di abbandono, provocando spreco di risorse e danni igienici, estetici e sociali. Questo bene, per le solite esigenze di cassa di un settore pubblico sempre più connivente con i peggiori poteri privati, è stato privatizzato e finanziarizzato senza alcuna discussione pubblica, diventando la proprietà di Cassa Depositi e Prestiti Investimenti Sgr (società di diritto privato partecipata al 70% da quella Cassa Depositi e Prestiti che da troppo tempo ha smesso di essere la “banca dei comuni”).

Insomma, attorno al destino della ex Caserma Masini si mostra plasticamente tutto il potenziale conflittuale e generativo dei beni comuni. Da un lato, il bene - ormai privatizzato - potrà restare ostaggio di un Fondo Investimenti per la Valorizzazione, per essere proposto sul mercato a fini speculativi e di “realizzazione di un complesso con prevalente funzione residenziale”. Dall’altro lato, sarà possibile e necessario lottare per preservare l’uso comune del bene, promuovendo una concezione altra delle relazioni, della produzione e della riproduzione sociale.

È questa la battaglia che si profila, nel caso di Làbas così come per le mille esperienze di commoning diffuse sui nostri territori. A noi l’onere e l’onore di affrontarla in maniera coraggiosa e imprevedibile. Ad esempio, per invertire la rotta di processi che ci espropriano delle nostre città, trasformandole in passivi terreni di “accumulation by dispossession” (l’accumulazione capitalistica che, come insegna David Harvey, è condotta tramite urbanizzazione e gentrificazione), è tempo di sperimentare una rinnovata alleanza tra mobilitazione dei movimenti sociali e uso contro-egemonico e collettivo del diritto e del processo civile.

Detto altrimenti: è davvero impossibile pensare che movimenti, cittadini e commoners possano portare davanti a un giudice chi li ha sgomberati, con l’obiettivo di ottenere giustizia e difendere dalla speculazione l’esperienza di Làbas? Il diritto dei beni comuni, se animato dalla forza dei nostri bisogni e della nostra determinazione, può davvero essere emancipatorio. Cominciamo con il liberare Bologna dalle sue paranoie e dalle sue ipocrisie.      


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