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Ezio Mauro e le élite in crisi di identità

Ezio Mauro e le élite in crisi di identità

Già nel 2012, in quel passato remoto contraddistinto dalla macelleria sociale di Mario Monti e Elsa Fornero, dalle forzature istituzionali senza precedenti di Re Giorgio Napolitano, dal tramonto di Silvio Berlusconi – accelerato dalle inchieste di Repubblica, spinte peraltro oltre un feticismo voyeuristico che dovrebbe essere duramente rigettato in un Paese civile. Ebbene, già all'epoca era intuibile la direzione che Ezio Mauro stava imprimendo alla propria vita professionale, studiando da novello Eugenio Scalfari. In altri termini, l'allora direttore di Repubblica cominciava a dare libero sfogo a quel patologico narcisismo che deriva dal percepirsi come uno dei principali opinion makers del Paese. Veniva così inaugurata la “stagione” dei grandi editoriali governisti: quelli scritti con un uso del modo indicativo così abbondante da non lasciare spazio (per lo meno in apparenza) a dubbio alcuno sulle proprie, presunte certezze.

 

Tra il 2012 e il 2014, Mauro era tra i principali artefici di quella che – almeno per chi scrive – può considerarsi la “svolta” di Repubblica. La testata, infatti, “usciva a destra” dal ventennio dell'antiberlusconismo. La linea editoriale si schiacciava su uno sfacciato sostegno all'establishment: il potere costituito veniva difeso delegittimando qualsiasi dissenso, calato nei calderoni del populismo e della cd. antipolitica; le scelte scellerate di Napolitano, così come dei governi Monti e Letta, venivano considerate alla stregua di verità indiscutibili (“there is no alternative”); le politiche di austerity venivano di fatto sponsorizzate, con un vuoto di etica professionale capace di cozzare anche con l'evidenza dei numeri (contrazione del PIL; desertificazione del settore manifatturiero; disoccupazione crescente, smantellamento del welfare e precarizzazione generalizzata della vita, in particolare dei giovani). Il pluralismo di orientamenti che animava il giornale veniva assai ridimensionato: quando tendendo a confinare alla terza pagina voci autorevoli (Stefano Rodotà, Salvatore Settis); quando ricorrendo, con ogni probabilità, a “sospensioni” (accadde a Gustavo Zagrebelsky, scomparso per mesi dalle pagine di Repubblica a seguito di una polemica con Scalfari, in merito alle scelte fatte da Napolitano in seno al processo sulla Trattativa Stato-mafia).

Ma al di là di queste responsabilità – che, del resto, un direttore responsabile deve assumersi per definizione – è dal 2015 che l'evoluzione del profilo professionale di Ezio Mauro sembra aver assunto una forma compiuta. E tale forma, a ben vedere, è quella delle lacrime di coccodrillo; della disperazione dell'apprendista stregone; dei predicozzi di coloro i quali non capiscono di stare raccogliendo tempesta per aver, essi stessi, seminato troppo vento in passato. In tal senso il caso di Mauro è paradigmatico, in quanto consente di osservare un problema culturale e politico ben più vasto della carriera di un singolo giornalista. Cinque esempi saranno sufficienti per dare conto di questa tesi.

Il 7 gennaio 2015 è una data non dimenticabile: è il giorno dell'attentato a Charlie Hebdo. Avevamo commentato quella tragedia parlando di tre spettri che si aggirano per l'Europa, con un Vecchio Continente avvitato su di sé senza via d'uscita. Ezio Mauro pubblicava invece, giorno 8 gennaio, il fondo titolato “Il cuore dell'Occidente”. Dieci mesi dopo, sempre a Parigi, la carneficina del 13 novembre. Mentre il Paese piangeva, tra i morti del Bataclan, Valeria Solesin – una ragazza normale che normalmente tentava di costruire un mondo altro da quello presente – il direttore di Repubblica dedicava il suo editoriale a “La coscienza dell'Occidente”.

Il titolo quasi identico dei due articoli citati è più che un indizio. “Ecco perché siamo coinvolti dal 13 novembre: perché lo eravamo dall'11 settembre”. Con queste parole Mauro sembra certificare che la sua reazione nei confronti del terrorismo è, di fatto, quel misto di “rabbia e orgoglio” che aveva contraddistinto gli ultimi anni di vita di Oriana Fallaci. Non un pensiero dubbioso è sollevato dalla circostanza, per cui la stragrande maggioranza degli attentati cd. “islamisti” degli scorsi mesi sia stata compiuta da giovani cittadini europei, spesso precari e del tutto ai margini della “ridente” società occidentale, ancorché ben formati e capaci di parlare tre o più lingue. E così, non resta che soggiungere che purtroppo non è più presente, in Italia, un Tiziano Terzani in grado di rispondere con voce alta ai pasdaran dell'Occidente, zavorrati dalla paranoia e affetti da un insopportabile delirio di superiorità.

È dello smarrimento di questa mitologica superiorità occidentale, che Mauro non riesce a capacitarsi. Il suo orizzonte culturale, per quanto alto, è ombelicale, autoreferenziale sino al paradosso. Di fronte a Daesh si esaltano i valori della democrazia liberale e dello Stato di diritto, lamentando al più – in modo del tutto generico – inadempienze dei governi nazionali, inadeguatezze dell'Unione Europea, e soprattutto il cedimento delle popolazioni alle sirene del “populismo”. I toni, però, mutano sensibilmente quando si tratta di commentare “affari interni”: in altri termini, quando è in questione la difesa del potere costituito l'argomentare di Mauro si fa rabbioso, spregiudicato, perfino scorretto.

Esemplare, in questo senso, è il fondo “La tragedia europea in scena ad Atene”, pubblicato il 7 luglio 2015, all'indomani dello storico – e quanto mai tragico, con il senno di poi – OXI urlato dal popolo greco alla Troika e alle politiche di austerità. L'articolo si apre riconoscendo che l'Europa così com'è non funziona, e ammettendo che occorre scongiurare l'ascesa di vecchi e nuovi fascismi. Sennonché, gli argomenti poi impiegati sono deliranti, in quanto Ezio Mauro – a più riprese – mente sapendo di mentire. Mente sul "nazionalismo" di Tsipras: laddove Syriza è la forza che più ha costruito un discorso politico di europeismo critico nel passato recente. Mente sul contenuto del referendum greco. Mente sull'evocazione della fantomatica alleanza rosso-nera "di vecchie e nuove destre, vere e false sinistre”: ma in proposito si era capito da tempo che per l'establishment è comodo costruire "in laboratorio" i Grillo e i Salvini per poi agitare spauracchi. Mente sull'austerity che funzionerebbe in Paesi solidi: oggi tutta l'Europa – tolta l'eccezione tedesca, che peraltro è la conseguenza di precise strategie politico-istituzionali – è in gravissima difficoltà economico-finanziaria. Mente, infine, sulla legittimazione statuale dell'UE: l'Unione, come noto, non è uno Stato sovrano; e il Fiscal Compact non è neppure un trattato incardinato nel diritto dell'UE.

In sostanza, Ezio Mauro può considerarsi un degno rappresentante di una intera élite sociale e politica in crisi di identità e legittimità. Ovunque “gli” Ezio Mauro lamentano il tramonto dell'Occidente, la fine della politica, l'avvento dell'anti-politica, il ritorno dei fascismi, la pericolosità dei populismi. Ciò che gli Ezio Mauro non capiscono, però, è che essi stessi sono i principali responsabili dell'attuale condizione europea. Ovunque essi abbiano operato negli ultimi trent'anni, gli Ezio Mauro – quasi senza eccezioni – hanno sponsorizzato il neoliberismo e la crescita delle disuguaglianze come religione economica; legittimato l'austerità come forma di governo; fatto le crociate contro le esperienze originali in grado di proporre uscite “a sinistra” dalla crisi; tollerato guerre che hanno moltiplicato disperazione, risentita rabbia, esodi di massa.

Per queste ragioni sono tecnicamente patetici un editoriale come “Il rancore degli esclusi e la politica che abdica”, pubblicato da Ezio Mauro (al singolare) lo scorso 25 giugno in merito a Brexit; o l'avvertimento lanciato ieri, 6 settembre, circa “Il fantasma tedesco che bussa a casa nostra”. L'ormai ex direttore di Repubblica, con un linguaggio ancora più esplicito poiché liberato dai vincoli del ruolo direttivo, commenta lo storico sorpasso di Afd ai danni della Cdu, avvenuto proprio in occasione delle elezioni nel Land di origine di Angela Merkel. Tuttavia il copione di fondo non cambia, e l'articolo si rivela una stanca variazione sul tema: si suona l'allarme con riguardo a fascismi e destre xenofobe; si richiamano “la sinistra” e le “forze democratiche” al buon senso e alla responsabilità; si analizza con preoccupazione il risentimento di milioni di europei, ormai sempre più risucchiati nella guerra tra poveri; si mettono in guardia i lettori da “le incitazioni a seguire gli istinti più bassi, lanciate dalle forze xenofobe di destra e della pseudosinistra”.

Con tutto il rispetto, di interventi così miopi e paternalistici non sappiamo che farcene. Gli Ezio Mauro di tutto il mondo ci stanno già facendo pagare duramente il loro fallimento culturale, che spesso e volentieri assume i contorni di una vera e propria bancarotta fraudolenta. Abbiamo ereditato un mondo in macerie, un'Europa che – probabilmente – è già oltre il punto di non ritorno. Quella “democrazia liberale” che ha partorito l'austerità non può che essere denunciata come un dispositivo violento, che sentiamo lontano e indifendibile. Ciononostante, cerchiamo ogni giorno di sottrarci al disincanto e ai nostri sensi di colpa. Tentiamo di vivere una vita gratificante, sebbene sia sempre più difficile accedere a lavoro degno e welfare, così come rompere i muri di diffidente solitudine che il neoliberismo ha fabbricato fuori e dentro di noi.

Non si fraintenda, insomma. Il punto non è dare fiato alla stucchevole narrazione vittimistica della “generazione sfigata”. Più semplicemente, è che davvero nessuno sente la mancanza dell'ennesima lezioncina, impartita col ditino teso da chi negli ultimi anni non ha fatto altro che difendere e legittimare le strategie politico-economiche che hanno prodotto questo disastro.

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