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2015: tre spettri si aggirano per l'Europa

2015: tre spettri si aggirano per l'Europa

Ha ancora senso battersi contro un demone,
quando la dittatura è dentro di te...?

[Afterhours, Padania]

L'inizio di questo 2015 è una di quelle fasi in cui il tempo si addensa. È in momenti come questi che, al di là di ogni tentativo lineare e deterministico di dividere gli eventi nei "prima" e nei "dopo", le contraddizioni di un'epoca vengono a galla. E oggi è l'Europa intera a doversi guardare allo specchio, facendo i conti con i propri violenti conati di vomito e con una crisi d'identità profondissima.

Si può dire che tre spettri si aggirino nell'Europa della crisi, invadendo in modo più o meno significativo il nostro quotidiano e rendendo molto inquietante l'immaginarsi un futuro. Le prime pagine dei quotidiani dell'8 gennaio testimoniano al meglio la presenza di questi fantasmi: la "crisi greca", o come meglio può dirsi l'avvicinarsi di quelle che dovrebbero essere normali elezioni politiche in un Paese dell'eurozona; il continuo avvitarsi della crisi economica in tutto il continente, con l'emersione di nuovi fascismi e l'Italia che risulta imprigionata nella farsa renziana (tanto ridicola quanto terribilmente dannosa). E poi, chiaramente, la tragedia di Parigi.

Una tragedia, quella del massacro del Charlie Hebdo, che unisce il massimo della banalità al massimo della complessità (chi ha detto Arendt?), ma che – ne siamo convinti – può provare a comprendersi solo in un contesto (economico, socio-culturale, geopolitico) europeo.

Il primo spettro: la guerra di civiltà

Proprio alla vecchia Europa la strage di Parigi urla, in modo scomposto e terribile, che "il re è nudo": che è finito il tempo delle semplificazioni e delle messinscene. Per questo motivo risulta raccapricciante lo spettacolo offerto in questi giorni dai media mainstream, dove si rappresenta a reti quasi unificate un mondo in bianco e nero in cui, a difendere una presunta "supremazia" dell'Occidente, è soprattutto una schiera di ipocriti, di Giuliano Ferrara (noto anti-abortista), di Maurizio Gasparri (storico devastatore della libertà d'informazione). 

Siamo convinti che, di fronte ad una violenza immane commessa in nome di un dio e da parte di cittadini francesi (a proposito, e senza che ciò possa anche lontanamente suonare come una giustificazione: quanti saranno i cittadini francesi a vivere ogni giorno sulla propria pelle l'esclusione sociale delle banlieues, a dividersi tra le sirene del rap e quelle del fondamentalismo?), sia necessario trasformare lacrime e sgomento in esame di coscienza, in progetto. In altri termini, lungi da ogni manicheismo, dovremmo negare cittadinanza a quell'islamofobia che è sempre dietro l'angolo, e riconoscere che "il sonno della ragione genera mostri" è una campana che suona per tutti. Anche per il cosiddetto Occidente, che negli ultimi trent'anni ha sistematicamente tradito le proprie promesse dentro i "confini", ergendosi a sceriffo del mondo ed unico depositario dei valori di civiltà e democrazia, "esportati" con guerre, torture (pare che il terrore prettamente occidentale di Abu Ghraib abbia concorso ad originare il terrorista Cherif Kouachi) e decine di migliaia di uccisioni.

Se si riconosce questo, allora appaiono in tutta la loro stanchezza e debolezza anche le difese più ragionevoli e appassionate. Fuor di metafora: leggere l'editoriale di Ezio Mauro su La Repubblica è un inutile ritorno fuori tempo massimo a una versione "light" degli argomenti usati nel 2001 da Oriana Fallaci. Senza, peraltro, che oggi esista in Italia un Tiziano Terzani in grado di ribattere, di levare la voce per sottolineare la nostra presuntuosa miopia, la nostra incapacità di guardare davvero al fatto che la cosiddetta "guerra di civiltà", è proprio l'Occidente a combatterla. Contro il resto del mondo, quando non si accetta l'esistenza di modelli culturali e antropologici altri; quando non si assume che i processi storico-sociali, per quanto drammatici, si svolgono nel tempo e nella complessità; quando si continua a giocare agli apprendisti stregoni per spregiudicati calcoli economici e geopolitici, concorrendo di fatto alla nascita e al consolidamento di idee e formazioni totalitarie e/o afferenti al fanatismo.

Ma anche contro se stesso, quando milioni di persone vedono la propria vita devastata – tanto sul piano dei diritti sociali, quanto con riguardo a quelle libertà civili che oggi vengono incensate in modo così commosso – dalle conseguenze del neoliberismo, saltato in aria nel 2007 (ma già nel 2001, prima di un "altro 11 settembre”, avevamo conosciuto chiare avvisaglie) ed oggi tradotto nella gestione della crisi, specie in Europa.

Il secondo spettro: i nuovi fascismi che germogliano nell’austerità

A fronte del fantasma della guerra di civiltà è allora consigliabile riascoltare il Gaber di “Io come persona”. Parimenti, mai come in queste ore è necessario richiamare un passo, con cui Karl Polanyi si esprimeva nel 1935 trattando dell’essenza del fascismo: “dopo l'abolizione della sfera politica democratica resta solo la vita economica; il capitalismo organizzato nei diversi settori dell'industria diventa l'intera società. Questa è la soluzione fascista.

Polanyi aveva lo sguardo lungo e con un testo vecchio di ottant’anni ci (ri)presenta il secondo spettro che si aggira oggi per l’Europa. Ossia il fatto che il fascismo risulta un esito sempre possibile, sempre dietro l’angolo e quasi “implicato” in un contesto sociale dove – altro che Occidente!, altro che liberté égalité fraternité! – l’economia neoliberale e la mercificazione della vita intera diventano l’unico orizzonte nell’esistenza delle persone.

E allora, non è un caso se proprio l’Europa dell’austerità, dell’esclusione sociale e dei milioni di “vite di scarto”, non è un caso se proprio il cuore del nostro continente si ammala, se altri apprendisti stregoni – tra tutti gli alfieri delle larghe intese e i campioni dell’ordoliberismo – restano travolti dalle loro “creature”. Espropriate della loro stessa vita, le persone si aggrappano a un culto demagogico dell’identità: ma in realtà, da un lato non c’è alcuna identità da difendere (in quanto è andata persa insieme al potere di autodeterminare il più possibile la propria vita); dall’altro lato, dietro la difesa delle “tradizioni” c’è solo la guerra tra poveri, la fobia per ogni manifestazione del diverso.

In fondo c’è il terrore di se stessi; l’incapacità o l’impossibilità di guardarsi allo specchio e di aprirsi al/nel mondo per “fabbricare” continuamente forme vive di identità. Un terrore che, a dispetto delle differenti concretizzazioni, può animare allo stesso modo – possiamo e dobbiamo avere il coraggio di affermarlo – tanto il fondamentalismo islamico quanto l’emersione dei nuovi fascismi.

Come quelle islamiste, anche le metastasi fasciste hanno nomi e cognomi: Alba Dorata, Ukip, Alternative für Deutschland, Fidesz, Front National, Lega Nord. In particolare, è proprio in Francia che il lepenismo ha ormai “sfondato”. Il Front National, che Il Corsaro ha già incontrato da vicino, ha mietuto nel 2014 successi elettorali epocali. E oggi Marine Le Pen può permettersi di presentarsi alla “Nazione” con il tono della statista che difende l’Occidente e le libertà illuministiche: salvo poi richiedere, nello spazio di sole 24 ore, un referendum sulla pena di morte – con buona pace di Beccaria e dei migliori contributi offerti dall’Illuminismo.

Ma anche in Italia i chiari di luna non sono meno preoccupanti. Sebbene il nostro Paese sia stato a lungo governato da fascisti quasi tragicomici – come dimenticare La Russa, contento come un bambino mentre indossa la mimetica in Iraq? –, oggi la narrazione mainstream "vuole" poter parlare della destra lepenista anche in Italia: e così, un impresentabile come Matteo Salvini diventa un esponente politico di moda, che imperversa sulle prime pagine dei giornali – anche nudo, alla bisogna – sin dai mesi della campagna elettorale europea. La Lega Nord non può dunque essere sottovalutata. L’operazione demagogica, in fondo, è stata semplice: i dirigenti leghisti fascisti lo sono sempre stati, per cui è risultato sufficiente da un lato lanciare un "soggetto politico" di centro-sud (NOI con Salvini), dall'altro lato operare come per magia il trasloco dei ladroni (lo scorso 7 dicembre Salvini affermava nel programma di Lucia Annunziata che "i ladroni veri non stanno a Roma, stanno a Bruxelles"). La ciliegina sulla torta è l’esplicitazione della visione del mondo, che la Lega articola nell’opposizione – tipica della tradizione fascista – tra “produttori” e “mantenuti”: anche qui nessuna novità; se ieri produttivo era solo il laborioso nord padano, mentre i mantenuti infestavano Roma ladrona e i vasti territori terroni, oggi è la produttiva “nazione italiana” a doversi difendere dall’invasione dei migranti, i quali vogliono essere mantenuti e magari diventano pure terroristi!

Il terzo spettro: una visione a sinistra e da sinistra del mondo

È questa l’inquietante realtà che caratterizza il nostro presente. L’Europa sta collassando non tanto (o, secondo le opinioni, non solo) per un qualche “tramonto dell’Occidente”, quanto perché non si sta rivelando in alcun modo capace di avanzare progetti di giustizia economica e connesse proposte di integrazione sociale e culturale. Non scopriamo niente di nuovo, ma occorre ripetere alcuni concetti. Venendo meno non solo le necessarie evoluzioni, ma perfino gli originari pilastri del cosiddetto “modello sociale europeo”, viene meno per il vecchio continente da un lato la possibilità di giocare un ruolo nel discorso pubblico mondiale, dall’altro lato – e soprattutto – la capacità di consentire nel medesimo contesto europeo lo sviluppo di una dialettica sociale fisiologica.

È per queste ragioni che nulla può essere dato per scontato, e che una visione a sinistra e da sinistra del mondo – il terzo spettro che si aggira per l’Europa – può diffondersi e affermarsi solo se c’è l’incoscienza di mettersi in discussione fino in fondo. Si tratta, in altri termini, di tornare ai fondamentali, di eleggere come terreno di azione le forme che assume la nostra vita quotidiana. Per sciogliere le contraddizioni radicali cui abbiamo soltanto accennato, servirà dunque una mutazione genetica nel campo della sinistra: un cambiamento enorme di profilo culturale, volto a costruire percorsi concreti di emancipazione. Per andare oltre la rassegnazione al neoliberismo, ma anche al di là di ogni nichilismo (la guerra di civiltà e/o il fascismo).

È quello che Syriza ha fatto negli anni in Grecia, diventando un presidio di umanità nella catastrofe – umanitaria, economica, culturale – ellenica. Per questo la coalizione guidata da Alexis Tsipras può davvero vincere le elezioni politiche del prossimo 25 gennaio, conquistando così la possibilità di giocarsi una partita necessaria a livello continentale.

Sta a noi, in Italia, dare corpo a percorsi “omologhi” a quanto avviene in Grecia, o in quella Spagna in cui Podemos e Izquierda Unida mostrano credibilità politica e radicamento sociale. Le sfide che ci stanno davanti sono drammatiche: al cospetto, lo stato in cui si ritrovano le sinistre d’alternativa italiane – impantanate in politicismi e tatticismi sterili, e nell’autoreferenzialità di parole troppo evocate e troppo poco praticate – appare pietoso. Eppure l’enorme gravità dei tempi – un tempo tremendo, con Gaber – mette spalle al muro la nostra “mediocrità” e ci richiama a un’assunzione totale di responsabilità.

Se la sinistra resterà ridotta al fantasma di se stessa, le nostre vite saranno fatalmente vittime del delirio dei tempi che corrono. Ecco perché non resta che lavorare affinché lo Spettro a noi familiare assuma sembianze del tutto nuove, prevalendo sui fantasmi che stanno consumando la nostra Europa.

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