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Scienze politiche inutile? No: lo sono imprese e governi

  • Scritto da  Cristina Specchi
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Scienze politiche inutile? No: lo sono imprese e governi

"La laurea in Scienze Politiche? Non serva a niente". Così esordisce un articolo pubblicato ieri su The Huffington Post, che riporta le parole di Alberto Giacomo Forchielli, imprenditore, il quale, a “Non è l’Arena”, rispondendo a Francesca Sardella, con due lauree e due master in Scienze Politiche e in Relazioni Internazionali, afferma che i tali titoli di studio non servono a niente: infatti, per anni l’imprenditore avrebbe suggerito agli studenti di non studiare né Scienze Politiche né Giurisprudenza, in quanto, a suo parere, studiando tali discipline “si rimane a casa”.

Sempre oggi, nella propria bacheca Facebook, La Repubblica ha condiviso un articolo pubblicato il 30 Maggio 2018 da Huffington Post Italia, che, citando le parole di Alfio Bardolla, financial coach, recita: "L'università? Non basta essere book-smart. Bisogna essere street-smart". Ancora più emblematico è il titolo dell'articolo: "Se una persona guadagna 1.000 euro al mese è perché non vale più di 1.000 euro al mese". Leggendone il testo, il messaggio veicolato è quello per cui la formazione universitaria non sia in grado di fornire sbocchi occupazionali e per questo si rende necessario un investimento su se stessi, in ottica individuale e competitiva. Questa, quindi, sarebbe la soluzione offerta all’inutilità data da alcuni titoli di laurea: essere self-made men, adeguarsi al mercato del lavoro, essere quell'agente razionale così amato dalla teoria economica dominante, ma soprattutto accettare che un basso stipendio o un posto di lavoro non rispondente alle proprie ambizioni sono dovuti solo e soltanto a sé.

In un contesto di progressiva e continua svalutazione dei titoli di studio, accompagnato da decenni di sottofinanziamento dell'Università pubblica, accelerato dalle Riforme Moratti del 2008 e Gelmini del 2010, e proseguito fino ad oggi, indipendentemente dal colore dei governi; in Paese con una struttura economica a basso investimento tecnologico, concentrato nel Nord, con industrie di piccola dimensione e a bassa innovazione, e con un ruolo dello Stato sempre più marginale a favore della privatizzazione e della competitività; e in un Paese il cui mercato del lavoro è sempre meno tutelato e sempre più precario e flessibile, a causa di leggi che favoriscono le confederazioni imprenditoriali e non accompagnano i lavoratori e le lavoratrici con le adeguate leggi sociali e previdenziali, l'unica soluzione percorribile e suggerita è quella di adeguarsi alla realtà e arrangiarsi come si può. There is no alternative.

A nessuno di questi imprenditori o financial managers, che da anni sostengono tali politiche, sembra opportuno analizzare la realtà in cui versa l'istruzione in Italia e la condizione lavorativa in cui si trova un'intera generazione di giovani. Di fatto, in Italia, il numero di giovani tra i 18 e i 24 anni che non studia, non lavora e non è impegnata in altre attività di formazione (i cosiddetti Neet) è in continuo aumento, fino a toccare i 2 milioni nel 2018, ed essere uno dei maggiori in Europa, ci dobbiamo accontentare di giornalisti delle maggiori testate del Paese che dichiarano che la nostra generazione è fatta di "bamboccioni", che, invece di accettare posti di lavoro sottopagati, presso qualche fast food o industria che lavora al di fuori di ogni regola di sicurezza e/o sanitaria, restano a casa dei loro genitori, demoralizzati e frustrati. Ha poca importanza, per gli intellettuali e i politici di questo Paese, se in Italia, come riportato dall’ultimo rapporto Asvis, “l’incidenza delle spese per Ricerca e Sviluppo (R&S) sul Pil è cresciuta in dieci anni di solo 0,3 punti percentuali, rimanendo molto distante dalla media Ue, specialmente se si tiene conto del forte divario tra Nord e Sud”. Non conta nemmeno se l'istruzione di secondo e terzo livello è tra le meno finanziate in Europa e se per accedere agli studi universitari bisogna interfacciarsi a costi di tasse universitarie sempre maggiori, non commisurati da un adeguato numero di borse di studio: in questo ambito, infatti, l’Italia si pone, assieme a Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Lituania, Romania e Svizzera, nel gruppo di Paesi che offre un minor numero di borse di studio. In aggiunta, per accedere ai benefici per il cosiddetto diritto allo studio bisogna rispettare dei criteri di merito e reddito del tutto arbitrari e spesso escludenti. Come chiara conseguenza dei sottofinanziamenti, il numero di immatricolati è in continua riduzione: in particolare, coloro che arrivano a laurearsi sono il 60% e cioè il 40% abbandona gli studi prima di conseguire il titolo. Inoltre, in questo contesto, sorge anche un altro fenomeno rilevante, ovvero quello del “brain drain”, la fuga dei cervelli, che si realizza non solo a livello internazionale ma anche a livello interno, e che non è mai accompagnato da un fenomeno di compensazione di “brain exchange”. In breve, sono decenni che l’Università vive sottoposta a politiche mirate a demolire la formazione universitaria in Italia e la sua accessibilità di massa: l’Italia è il Paese in Europa che meno investe sull’istruzione terziaria: la quota di PIL che l’Italia destina al finanziamento universitario è dell’1%, molto meno rispetto all’investimento del proprio PIL dei Paesi OCSE (1,6%), dei Paesi europei (1,4%) e degli Stati Uniti (2,6%).

A fronte di ciò, quello che importa è che i giovani italiani siano pronti ad affrontare un futuro di disoccupazione e di incertezza, e che, come riportato da Forges Davanzati, siano adatti ad inserirsi in un mercato del lavoro mutevole e sottoposto ai ritmi di produzione taylorista. Quello che importa è che italiani si iscrivano ad Ingegneria, perché Lettere, Scienze Politiche, Giurisprudenza non servono più a niente e che affrontino gli studi universitari nel minor tempo possibile e a testa bassa. Devono abituarsi a vivere in un ambiente svilente, che prepara alla competizione e per farlo devono riuscire a concepire l'Università come un "supermarket delle competenze" (come descritto da Bellofiore e Vertova) costruita sul modello americano, privatizzata ed aziendalizzata; devono accettare di studiare non per la conoscenza ma, nel pieno contesto di Europa 2020, per l'occupabilità. Insomma, i giovani italiani devono imparare ad essere flessibili, subalterni, sfruttati. Solo in questo modo potranno essere quei self-made men che guadagneranno più di mille euro al mese, nonostante dal loro percorso universitario non abbiano ottenuto alcuna forma di sapere critico e oggettivo.

In conclusione, di fronte a dichiarazioni sull'inutilità dell'Università, della conoscenza e del sapere da parte di coloro che per anni hanno sostenuto e continuato a votare governi che hanno demolito l’Università pubblica e hanno precarizzato ed impoverito il mondo del lavoro, bisogna chiedersi se sia davvero l'Università ad essere inutile o se, invece, la realtà sia ben diversa. Di fatto ad essere inutili sono le politiche che per anni hanno trasformato l’Università pubblica in un’Università neoliberale, chiusa e sottofinanziata, sono le politiche che hanno indebolito il tessuto economico e produttivo e che hanno precarizzato il mondo del lavoro in modo sempre più sistematico, fino a tutelare sempre meno le lavoratrici e i lavoratori, i loro diritti e le loro esigenze a favore dei profitti delle imprese. Appare necessario un radicale cambio di direzione verso maggiori investimenti e migliori politiche non solo nel campo dell’istruzione, ma anche in quello della ricerca e dello sviluppo e nel mondo del lavoro e della previdenza, che siano in grado di ridare reale dignità e valore ai titoli di studio e ai lavoratori e alle lavoratrici.

Ultima modifica ilMartedì, 29 Gennaio 2019 12:30
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