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Il nuovo sindacato di Landini: cosa fare "in quel paese qui"

  • Scritto da  Circolo Arci "Ritmo Lento"
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Il nuovo sindacato di Landini: cosa fare "in quel paese qui"

Nella mattinata del 9 febbraio i sindacati confederali hanno sfilato a Roma in una delle prime mobilitazioni nazionali nell’era giallo-verde. Al di là delle legittime richieste di ascolto e di apertura di un tavolo di confronto tra il sindacato e il governo sulle insufficienti politiche sociali messe in campo, ci auguriamo che questa mobilitazione sia stato un primo segno di vitalità per la costruzione di un’opposizione sociale che possa non solo occupare un importante spazio politico, ma anche trovare la strada di rinnovarsi e uscire definitivamente dalle contraddizioni che hanno inciso in questi dieci anni di crisi sociale e politica.

Come circolo sociale e studentesco ci siamo occupati spesso in questi anni delle tematiche del lavoro: lo abbiamo fatto, perché abbiamo vissuto in prima persona lo smantellamento dei diritti, la morsa della precarietà stretta attorno a vita e sogni, la latitanza del welfare e la costrizione di dover accettare qualsiasi lavoro pur di sopravvivere, pur di poter pagare affitti elevati o tasse universitarie stellari.

Siamo sempre scesi in piazza contro le politiche di precarizzazione del lavoro: abbiamo, da ultimo, contrastato il Jobs Act di Renzi, l’ennesimo schiaffo alle lavoratrici e ai lavoratori di questo paese inferto nel nome del mercato e della legge del più forte. Ci siamo occupati, dal basso, di forme di sfruttamento nuove e antiche - come quelle della gig economy, sostenendo il processo di auto-organizzazione dei riders contro assenza di garanzie contrattuali, tutele, contro il ritorno preponderante del cottimo. Abbiamo riflettuto a lungo sulla vita di precarietà che ci attende, sul lavoro gratuito mascherato da volontariato, sui tirocini, sui voucher, sull’alternanza scuola-lavoro che già dalle superiori sacrifica la formazione pubblica in favore dello sfruttamento gratuito di manodopera.

Non sempre abbiamo trovato nel sindacato confederale un interlocutore immediato: spesso, anzi, abbiamo rilevato una distanza: era e forse è un formidabile mix tra l’indebolimento delle strutture sindacali operato da trent’anni di restaurazione neoliberista, il moderatismo ventennale dello stesso sindacato confederale e una eccessiva burocratizzazione, spesso lontana dalle nuove forme di linguaggio e pratiche politiche delle nuove generazioni precarie.

Abbiamo, d’altro canto, registrato nel corso degli anni una discontinuità interessante, quella caratterizzata dalla Fiom. Il principale sindacato dei metalmeccanici era stato a Genova nel grande movimento contro la globalizzazione neoliberista, aveva rotto le liturgie della concertazione con Claudio Sabbatini, era stato voce critica anche nei confronti dei governi di centro-sinistra che non riuscivano a segnare la discontinuità dalle pessime politiche sul lavoro dei governi Berlusconi. Ma è con lo scoppio dell’ultima crisi economica, che tra l’altro è coincisa con l’accendersi della passione politica e sociale di molte e molti di noi, che abbiamo potuto osservare come dalle lotte dei metalmeccanici venisse un grido acuto di testimonianza della rinnovata separazione tra capitalismo e democrazia. La Fiom, con alla testa Maurizio Landini, stava lottando contro il piano di ristrutturazione della Fiat operato dall’allora ad Sergio Marchionne: un piano lacrime e sangue che prevedeva, tra le altre cose, l’uscita dal contratto collettivo nazionale e l’avvio di una filosofia precisa di mondo. La Fiat voleva relazioni sindacali all’americana, importando al ribasso le regole statunitensi: sindacati accettati solo se di comodo, contratto aziendale al di sotto dei minimi di quello nazionale, taglio di pause e diritti, pieno ritorno della persona nella disponibilità della catena di montaggio e di ritmi sovrumani. Noi che lottavamo contro i tagli e la privatizzazione dell’istruzione, della scuole e dell’università avevamo capito che la dignità di chi a Pomigliano e Mirafiori diceva no ai ricatti e ai soprusi era la nostra dignità che, semplicemente, non volevamo che il sapere fosse ridotto a merce. Il capitalismo all’assalto nella democrazia, nell’uno come nell’altro caso: alla radicalità del neoliberismo si contrapponeva la radicalità di chi reclamava quello che Stefano Rodotà avrebbe chiamato “il diritto ad avere diritti”.

Abbiamo camminato insieme con la Fiom, condividendo tanta strada spesso in salita. Pensiamo che l’elezione di Maurizio Landini a segretario della Cgil possa rappresentare una spinta positiva al rinnovamento della strategia e dell’azione sindacale, aprendo una larga battaglia sul lavoro in tutte le sue forme e in tutti i settori in cui assistiamo a condizioni di sfruttamento.

Il rinnovamento passa necessariamente dall’allargamento della rappresentanza del lavoro, estendendo le battaglie alle molteplici figure della precarietà e di tutti coloro che oggi non godono di alcun sostegno, puntando a una reale ricomposizione del lavoro, non tanto attraverso la rivendicazione della subordinazione tout court per tutti, quanto attraverso l’estensione dei diritti collettivi e individuali, l’aumento del salario e dei compensi a discapito dei profitti e sperimentando forme di rappresentanza che diano reale protagonismo a chi oggi vive ai margini nei luoghi di lavoro.

E’ dai luoghi di lavoro e dal protagonismo di chi vive quotidianamente lo sfruttamento e la povertà che deve partire l’allargamento della battaglia per maggiori diritti e un miglioramento delle condizioni di vita; crediamo che le battaglie di Riders Union Bologna, lontana dall’ortodossia sindacale, abbia fatto bene a tutto il mondo del lavoro e anche al sindacato, rivelando che in quel Paese qui ci sono ancora energie e intelligenze da organizzare per sferrare un contrattacco. Quelle energie non vanno solamente evocate o attirate a sé, ma stimolate e aiutate in processi di organizzazione in grado di sperimentare pratiche e forme nuove di unions.

Incrociare pratiche di mutualismo con una nuova narrazione contro-egemone che racconti la vita di chi lo sfruttamento lo subisce tutti i giorni, affrontando tutte le contraddizioni che ciò comporta, in primis l’orientamento di voto della maggioranza incattivita del Paese; ci metteremo a disposizione e per sostenere questi processi e queste sperimentazioni, nel tentativo di allargare in primis alla nostra generazione.

Tutto questo però sarà possibile se questo processo di rinnovamento e di recupero della democrazia del e nel lavoro sarà accompagnato da processi di rinnovamento simili anche nelle altre grandi organizzazioni sociali del Paese, a partire dall’ARCI, associazione di cui facciamo parte. La divisione netta tra spazi (e tempi) di lavoro e di dopolavoro si è rotta definitivamente. Se l’ARCI non apre una riflessione su come re-inventare i propri spazi in tal senso rischia semplicemente di acuire lo scollamento esistente tra campagne nazionali e l’orientamento e l’appartenenza dei propri soci, come è accaduto a Bologna sul tema dell’accoglienza.

Come spazio sociale ci mettiamo a disposizione: oggi dobbiamo affrontare una battaglia che rimetta al centro le persone e i loro diritti prima dei profitti. Una battaglia per una cittadinanza piena ed inclusiva contro le forze neoliberiste e reazionarie che ci confinano nell’essere consumatori, utenti, prosumers e, alla fine dei conti, semplicemente sfruttati.

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