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Nanni Moretti, il Cile e gli errori della sinistra

Nanni Moretti, il Cile e gli errori della sinistra

Il nuovo film di Nanni Moretti, “Santiago, Italia”, ha il merito di dare voce a chi ha subito il golpe di Pinochet, mostrando l’orrore di quei giorni ma anche le resistenze, la rivincita, la solidarietà. Attenzione: mette in scena anche il cinismo e la violenza dei golpisti, che nel film continuano a rivendicare il "tradimento" della volontà popolare, come lo definì Allende poco prima di morire. Ma Moretti dà voce senza sconti, dichiarandosi partigiano di fronte alle telecamere accese, lasciando interdetto il golpista intervistato.

È un docu-film breve e intenso, centrato sulle storie personali di alcuni cileni che vennero accolti dall'ambasciata italiana nei mesi e negli anni in cui Pinochet provò sterminare, dal primo all'ultimo, tutti i possibili oppositori politici. Sono loro a raccontare i giorni della felicità e quelli del terrore, quelli in cui valeva la pena militare e quelli in cui, se si sentiva bussare alla porta di notte, molto probabilmente si doveva sperare di non morire nell’arco di qualche minuto. È un film che non nasconde l’umanità e la coerenza di Allende, il sogno di migliaia di giovani protagonisti del cambiamento, le parole di Neruda e i cori che lo salutano; che dà voce all’ostinazione di chi, ancora incredulo per il golpe, non voleva cedere, neppure sotto tortura; di chi credette di morire all’interno dell’Estadio Nacional de Chile trasformato in campo di concentramento; di un cardinale - Raúl Silva Henríquez – che sfidò le gerarchie cattoliche pur di aprire le chiese a chi provava a sfuggire alla morte. È, in breve, un film che racconta della lotta per la vita, della ricerca della dignità, della reinvenzione continua. Un film che mette al centro le persone, in polemica con la storia “ufficiale”.

Ma non solo: è un film che parla dei cileni che saltano i muri dell’ambasciata italiana e che iniziano a viverla come una sorta di “comune”, riproducendo in miniatura la società che avrebbero voluto creare fuori da quei muri. E poi narra delle partenze, del distacco dal Cile e del rapporto viscerale che resta con quella terra per chi è costretto alla fuga. Un rapporto che non diventa di certo un ulteriore motivo di emarginazione nel paese d’arrivo in un’Italia che si mostra subito come un paese dell'accoglienza e della solidarietà diffusa, dell'Emilia "rossa" e della periferia milanese che offrivano lavoro, del Pci e dei gruppi extraparlamentari che facevano proprie le rivendicazioni di condanna della dittatura cilena, gli unici in un'Europa silente. Parla insomma di un paese con un forte tessuto democratico, ossigenato dai movimenti sociali e dalla memoria viva della Resistenza. Un paese che si prendeva cura dei cileni con un forte senso di solidarietà più che di carità. Sono immagini che contrastano con tanto di quello che vediamo oggi e che dunque interrogano.

Ma c'è una frase che resta impressa e che merita una riflessione rivolta a quello che è stato per noi il governo di Allende e il golpe di Pinochet. «Cosa hai imparato da quel momento buio?», chiede più o meno Moretti. E il cileno risponde: «ho capito che la democrazia funziona finché conviene a chi ha i soldi, a chi detiene il potere economico».

Allende, coi suoi mille giorni di governo, fece di tutto per difendere la via pacifica e parlamentare al socialismo. La nazionalizzazione del rame, il calmiere dei prezzi, la riforma agraria, le progressive nazionalizzazioni di diverse imprese e tutti gli atti del governo, produssero un miglioramento immediato delle condizioni di vita della maggioranza povera del paese, ma anche una contro-offensiva del capitale cileno, agrario e industriale, incapace di esercitare una coerente opposizione politica unitaria, poiché spaccato tra Dc e destra, ma comunque detentore della maggioranza dei mezzi di produzione e comunicazione. Fecero di tutto per screditare il governo, per spingere il paese nel caos. E lo fecero con l'aiuto degli Stati Uniti, con la pressione finanziaria e gli aiuti economici a chi, in forma diversa, tentava di rompere il fronte che sosteneva il governo. Si moltiplicarono le serrate degli esercenti, gli scioperi dei camionisti, ma anche le reazioni popolari alle provocazioni. La Dc e la chiesa iniziarono ad osteggiare sempre di più il governo dell'Unidad Popular, le frange reazionarie dell'esercito ad organizzarsi, e anche all'interno della coalizione governativa iniziarono a serpeggiare tensioni tra riformisti e rivoluzionari, in particolare tra il partito comunista e il Mir.

Al primo tentativo sventato di colpo di stato del giugno '73, fatto per misurare la forza di reazione del governo e lo schieramento delle forze all’interno dell’esercito (parole di Pinochet), gli operai iniziarono ad armarsi e a controllare letteralmente le fabbriche, i contadini ad occupare le terre. Sfruttavano le nuove norme del governo, come i cordones industriales, ma si spingevano oltre per tutelare una volontà popolare messa in discussione dall'illegalismo dei grandi capitali sostenuti dagli Usa. D'altro canto, Allende cercava una via alternativa alla guerra civile, proponendo in quei mesi un patto con la Dc a cui non giunse mai perché nel frattempo si era avvicinata sempre più alla destra. Il golpe arrivò prima che le masse superassero il governo sul terreno democratico, prima che il protagonismo popolare mettesse sotto scacco le proprietà e il potere dei ceti medio-alti.

Si comprende meglio l’affermazione di uno dei protagonisti del film sulla debolezza della democrazia ("borghese", andrebbe sottinteso). Forse la grande esperienza dell'Unidad Popular, che ispirò diverse formazioni politiche in quegli anni - compreso il PCI -, ci mostra anche la strutturale debolezza di un progetto trasformativo che non matura dei validi anticorpi nella società civile (i media, ad esempio, erano pressoché tutti contro Allende, e giocarono un ruolo determinante) e che non influenza i diversi apparati dello stato (anche su questo fronte, Allende scontava un sostanziale isolamento). Non era, insomma, un'egemonia matura, ovvero quell'intreccio di consenso, governo economico e partecipato da parte dei produttori, ma anche capacità coercitiva sufficiente a impedire che i capitali lavorassero attivamente per gettare il paese nel caos e sospendere la democrazia a tutela dei loro profitti. Poi certo, mancavano anche delle solide alleanze internazionali, capaci di fronteggiare efficacemente la strategia criminale degli Usa. Allende soffrì un isolamento anche da parte di molti paesi sudamericani che temevano la diffusione del suo modello.

Dopo quel golpe le conclusioni che si fecero nel nostro paese furono entrambe fallimentari: chi scelse il compromesso storico, con un celebre trittico di Berlinguer apparso su Rinascita, chi la radicalizzazione della lotta politica contro lo Stato. Non si fecero i conti fino in fondo con le trasformazioni globali del capitale, con il contraccolpo neoliberale alle porte. Sarebbe servita una presa d'atto della nuova radicalità della reazione delle classi dominanti all'ondata democratica del ventennio precedente. Una reazione che, utilizzando consenso e coercizione, si apprestava a smantellare colpo su colpo l’assetto delle costituzioni antifasciste, aumentando a dismisura le forme di sfruttamento e le disuguaglianze. Dal lato delle forze variamente progressiste, invece, o ci si è affezionati troppo al quadro istituzionale dato, rincorrendo il campo moderato invece che radicalizzare le posizioni di chi iniziava a vedere le prime delocalizzazioni e casse integrazioni (un esempio dei tanti che si potrebbero fare), o ci si è sottratti da una sfida egemonica chiudendosi nelle oasi del sociale, lasciando che il potere si spostasse sempre più verso l’alto, verso una governance articolata e complessa che tuttavia continua ad avere fra i suoi attori gli stati. Così, restando sulla difensiva, gli avversari sono avanzati, e oggi il nostro paese assomiglia - sul piano dei diritti sociali e civili - più al Cile di Pinochet rispetto al paese che, poco più di quarant’anni fa, accoglieva i rifugiati politici cileni e che dunque, probabilmente, assomigliava maggiormente al Cile di Allende.

Certo, la storia non si fa con i "se" e tantomeno semplificando con poche righe delle vicende complesse. Premeva, però, provare a leggere un capitolo importante che ha determinato gli attuali assetti politici ed economici, comprendendo le tendenze e gli errori commessi.

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