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L'eccidio di Buggerru: dopo 113 anni l'insegnamento dei i minatori è ancora valido

L'eccidio di Buggerru: dopo 113 anni l'insegnamento dei i minatori è ancora valido

Passano gli anni, ma i fatti del 4 settembre 1904, che portarono al primo sciopero generale proclamato in Europa, continuano a parlare ai giorni nostri. Parliamo dei 4 operai uccisi e degli 11 feriti dai soldati dell'esercito italiano mandato a sedare i rivoltosi che reclamavano diritti contro la “Societé anonime de mines de Malfidano” che gestiva il sito minerario di Buggerru.

In quegli anni tutto apparteneva all'azienda: spaccio, alloggi, pozzi, officine, scuola, terre e cimitero. Appartenevano ad essa anche la vita degli operai: almeno duemila, che passavano le ore chini a estrarre pietre, mentre donne e bambini - quasi 5mila – venivano impiegati nella selezione e lavatura dei minerali.

I salari giornalieri erano da fame, oscillando dalle 0,60 lire per le donne e i ragazzi alle 3 lire per gli uomini "armatori". Così il malcontento montava, sulla scia delle lotte che si moltiplicavano in Sardegna in quei mesi: gli scioperi degli scalpellini a Villasimius e alla Maddalena, dei conciatori a Sassari e Bosa, dei minatori a Lula e a Montevecchio, a Monteponi e a San Benedetto, a San Giovanni e a Ingurtosu.

Germogliavano le prime forme di associazionismo operaio, come testimonia l’organizzazione della “Lega di resistenza di Buggerru" che, nel 1903, aveva mandato i suoi dirigenti al secondo congresso nazionale della Federazione dei minatori.

Forse anche per questa reazione, come ricorda un giornale dell'epoca, “La primavera umana”, "il Direttore di Buggerru aveva sete di sangue" vedeva "nei suoi operai la massa brutta che il capitalista può sfruttare impunemente ed impunemente frustare, senza concedere neanche il piccolo e meschino diritto della protesta".

Il 7 maggio morirono 4 persone a lavoro, ma solo il 3 settembre scoppiò la rivolta. La goccia che fece traboccare il vaso fu una circolare aziendale che imponeva, dal giorno successivo, la riduzione della pausa mensa da due a un’ora, anticipando di un mese l’orario invernale: dalle 11 alle 13 e non più dalle 11 alle 14.

I lavoratori non accettarono l'ennesimo sopruso e il 4 settembre incrociarono le braccia, lasciando i pozzi deserti. La reazione dello Stato fu violentissima: i soldati aprirono il fuoco sugli operai. Francesco Littera, 24 anni, e Salvatore Montixi, 36, morirono sul colpo, mentre Giustino Pittau, 32 anni, spirò in ospedale. 11 rimasero feriti gravemente e un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni, perì.

La notizia si diffuse velocemente in tutto il Paese e il 16 settembre, la Camera del Lavoro di Milano proclamò il primo sciopero generale d’Europa che durò sino al 20 dello stesso mese.

“Più tardi, durante l’inchiesta, risultò che i fucili avevano sparato da soli e che le autorità ignoravano che i soldati avessero le giberne piene di cartucce”, scrisse Giuseppe Dessì nel suo Paese d’ombre. Eppure il coraggio, la voglia di riscatto, l’organizzarsi nella Lega dei minatori – che contava ben 4 mila iscritti - ha cambiato per sempre la storia del movimento operaio.

Sono fatti che non vanno commemorati con il tricolore in mano, proprio quel tricolore che proprio in quegli anni metteva a ferro e a fuoco le aree interne, oltre a quelle urbane e minerarie, col solo intento di imporre l’autorità dello Stato, che ascriveva al contempo una mitologia identitaria sarda fatta di delinquenza, barbaricità, esoticità, arretratezza, funzionale alla completa subalternità e sfruttamento della terra e dei suoi abitanti. Sono fatti che invece vanno ricordati perché dalle sfumature di questa memoria può nascere una nuova immaginazione per i nostri tempi difficili.

Proprio qualche giorno fa, i dati Inail relativi ai primi sette mesi di quest'anno, ci hanno ricordato le condizioni del mondo del lavoro: i decessi sono aumentati del 5,2% raggiungendo quota 591, 29 in più rispetto ai 562 dell'analogo periodo del 2016. Si registra inoltre un +1,3% degli incidenti con feriti. Insomma, di lavoro si continua a morire, ma non fa notizia. Come non fanno notizia i tanti soprusi padronali agevolati dalla ricattabilità di chi lavora - particolarmente dopo l’approvazione del Jobs Act - e più in generale tutte le storie di precarietà e sfruttamento che immagazziniamo con dolore nelle nostre biografie.

Forse non bastano le importanti e giuste analisi che denunciano le condizioni vergognose del mercato del lavoro. Forse servirebbe concentrarsi anche sul racconto delle lotte del passato, di quelle odierne, delle nostre condizioni, bisogni e desideri. Come ha ben scritto Alberto Prunetti, serve “soffiare sul fuoco, raccontare il conflitto, alimentarlo con le parole scritte.” E serve farlo per sentire con un nuovo tatto lo stesso schiaffo che subirono gli operai di Buggerru e che li portò ad organizzarsi.

Così, facendo uno sforzo di immaginazione commossa, a 113 anni dall’eccidio, i minatori ci dicono qualcosa di importante: non è detto che dobbiamo passare la nostra vita a spedire inutilmente curriculum, a consegnare pizze in bicicletta a 3 euro l’ora, a passare intere giornate nei centri commerciali con salari da fame, a fare le notti nei magazzini della grande distribuzione con i secondi contati per andare a pisciare. E non è detto che l’unica alternativa sia la fuga, l’arresa e l’attesa che qualcosa cambi, come ci invita a fare Ilvo Diamanti con tono paternalistico proprio quest’oggi dalle colonne de La repubblica.

Esiste invece la possibilità di organizzarsi in forme nuove, riscoprendo le intuizioni dell’associazionismo operaio di fine ‘800 e inizi ‘900 che coniugava mutualismo e resistenza, di raccontare le nostre condizioni, di rovesciare le priorità che ci vengono imposte dai mass media, di strappare passo dopo passo conquiste e democrazia dentro i luoghi di lavoro e dunque nella società intera.

I minatori di Buggerru avevano alzato la testa e hanno cambiato la storia. Non gli era permesso, ma lo fecero lo stesso.

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