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Avanti tutta! Le maggioranze sociali per il No e la loro alternativa politica.

Avanti tutta! Le maggioranze sociali per il No e la loro alternativa politica.

Il titolare dello studio legale, messo davanti al "preferirei di no" pronunciato da Bartleby, lo scrivano protagonista del celebre romanzo di Melville, rimase spiazzato, come sono rimasti spiazzate le classi dominanti europee la notte del 4 dicembre.

Partiamo da qui, dalla constatazione del fallimento - contingente e purtroppo non per forza duraturo - della “rivoluzione passiva” governata dall’alto, dalle varie frazioni politiche, economiche e della cultura mainstream dominanti. Non sono bastati i media blindati, le pubblicità pervasive, le lettere agli italiani all’estero, la politica delle decontribuzioni e degli incentivi messe in campo dal Governo Renzi. Non è bastato il terrorismo infuso nel discorso pubblico degli ultimi giorni, l’evocazione del Si come un katechon, ovvero una “forza frenante” e salvifica contro i nuovi barbari, i Grillo e i Salvini di turno.

Milioni di No: fotografia di una maggioranza sociale e della sua rivolta

C’è una maggioranza sociale che ha fatto un uso politico del voto per dare uno schiaffo al Governo e alle sue scelte. Un voto marcatamente “contro”, che se n’è infischiato degli appelli a stare nel merito della riforma o della mancanza di alternative politiche a Renzi. Perché stare nel merito di una riforma promossa da un Governo non legittimo? Il primo a non farlo era proprio il premier. Cosa ben diversa da quello che avveniva nelle strade, nei luoghi di vita e lavoro, dove si è riusciti a coniugare una buona alfabetizzazione “costituzionale”, con una generalizzazione spontanea a partire dalle condizioni socio-economiche vissute.

Sì, perché stavolta la scintilla ha prodotto una bella e calda fiammata. Un corto circuito innescato proprio dalle politiche degli ultimi governi che hanno impoverito, aumentato la forbice sociale tra grandi ricchezze e povertà diffusa, precarizzato il mondo del lavoro, annullato le aspettative delle giovani generazioni a suon di voucher, affitti e costi per gli studi esorbitanti. Chi scrive fa parte di questa fetta e vi può confermare quanto abbiano sortito scarso effetto gli appelli alla responsabilità, al “meno peggio”, alla stabilità. Poco importa l’instabilità se hai ben poco da perdere, se chi ti dovrebbe rappresentare pone al centro del discorso pubblico il bicameralismo al posto del lavoro che manca e della povertà. Non è un caso che le diverse analisi del voto vedano una netta prevalenza del No nei territori depressi, dove è più alto il tasso di disoccupazione o sottoccupazione; non è un caso se il voto giovanile si sia schierato in massa sull’opzione negativa. Certo, vi sono dati che ci invitano ad ulteriori riflessioni, come i differenziali dell’affluenza al voto in relazione al benessere economico del territorio. Ma ciò non fa che confermarci la tesi sostenuta: c’è una conflittualità sociale latente che si è espressa in massa col voto e che spesso si esprime con l’astensione. Il dato è dunque la distanza che si è formalizzata tra establishment e coloro che Gramsci definiva nel Quaderno 25 “gruppi sociali subalterni”. Questi ultimi hanno sempre avuto - subendo l’egemonia di un blocco storico avverso e senza una strategia di lungo periodo tale da condurre un’efficace guerra di posizione in seno alla società civile e politica - una storia disgregata ed episodica. Questo “No” maggioritario giunge al termine di alcuni processi che analizzeremo, ma fa parte di questa storia ancora non scritta, da far emergere.

Il No è stato capace di condensare diverse istanze sociali, da quelle più rabbiose a quelle più pacate che auspicavano un semplice cambiamento, di chi sente di non decidere quasi nulla della propria vita. Un No costitutivamente eterogeneo, contradditorio, attraversato anche dalle pulsioni peggiori perché cavalcato strumentalmente, a fini elettorali, dalle destre. È bene riconoscere però un contenimento di queste forze sul campo dell’anti establishment, uno spazio sempre più connaturato in un tempo in cui il capitalismo rompe con la democrazia, operando molteplici esclusioni sul campo della cittadinanza e rispolverando caratteri neocoloniali nel governo delle popolazioni, anche grazie all’incredibile aumento delle disuguaglianze.

Stavolta la radicalità della battaglia è stata contesa da una capillare mobilitazione popolare che ha rotto gli argini partitici, come dimostrano diversi dati, evidenziando una strutturale incapacità da parte della politica tradizionale, delle sue forme e dei suoi contenuti, di rappresentare una risposta alle istanze di una società sempre più articolata e frammentata. Si è manifestato dunque un atto di rifiuto e di desiderio di cambiamento non derubricabile a mera opinione, ma da considerare una piena espressione chi sente di stare sempre peggio e di decidere ben poco.

Un voto che non vuole delegare quindi, che non dà una fiducia all’attuale offerta politica (anche se è da considerare un rafforzamento del Movimento 5 Stelle, soggetto che oggi ha più appeal nel campo anti-establishment), ma che rivendica una nuova politica. La Costituzione è apparsa come uno strumento di resistenza al tentativo da parte della governance neoliberale europea di aumentare la governabilità del Paese come soluzione alla marcata incapacità di assorbire i conflitti derivanti dalle incredibili disuguaglianze e ingiustizie che essa stessa ha prodotto, di mantenere salda l’egemonia politica mediante gli apparati di creazione del consenso, di garantire i processi di accumulazione ed espropriazione del lavoro vivo e della riproduzione sociale senza produrre shock e senza produrre un rafforzamento del dominio. Le ricette utilizzate negli ultimi anni sono state le larghe intese, gli stati d’eccezione, il ricatto del debito inserito in Costituzione. La riforma aveva il compito di costituzionalizzare le vittorie della lotta di classe condotta dall’alto, prendendo atto della crisi egemonica e rafforzando l’esecutivo. Una soluzione che il popolo ha rifiutato, facendo un salto nel vuoto. Ma d’altronde, come ci suggerisce il narratore della scena iniziale de L’Odio, “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. Su questa irrimandabile rompicapo ci concentreremo alla fine della riflessione.

Torniamo alla sera del 4, a Renzi che da un momento all’altro da Cesare si è trasformato nel generale Cadorna in ritorno da Caporetto, non riuscendo a conquistare mente e cuori di una maggioranza sociale impoverita e non più disponibile a cedere alle sue narrazioni. Certo, non possiamo peccare di ottimismo! Ma è innegabile che si sia rotto qualcosa, non soltanto grazie alle tensioni inaggirabili prodotte dalla gestione capitalistica della crisi a livello europeo e a livello nazionale, ma anche alla moltiplicazione ed estensione dei conflitti in difesa dell’ambiente, contro le grandi opere, il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, il Salvabanche, le raccolte firme per i referendum su lavoro, scuola e tante altre battaglie di minore intensità. Sarà poi un caso se il No ha trionfato in Val Di Susa con percentuali simili o superiori alle regioni del sud che per altre ragioni hanno votato per il No in massa? No, non è un caso nemmeno questo. Non possiamo che confermare le potenzialità della conflittualità sociale non omogenea, non sempre riconoscibile nelle forme classiche della piazza e del corteo, ma presente, insistente e non capitalizzabile dall’attuale quadro politico.

I tempi bui non sono finiti, ma possiamo essere speranzosi, armandoci di tutto l’ottimismo della volontà e del pessimismo dell’intelligenza. Perché la “rivoluzione passiva” continuerà in altre forme e con nuovi attori. Basti pensare alla pronta reazione della Bce, che ha stabilito che fino a marzo acquisterà 80 miliardi di euro di titoli al mese. «I Paesi che hanno bisogno di riforme devono farle a prescindere dall'incertezza politica generale», si affrettato a dire Draghi. Comunque vadano le consultazioni per il prossimo governo, il potere europeo si sta organizzando per far valere il suo ricatto, soprattutto nei Paesi dove le elezioni potrebbero portare a qualche sorpresa, come Francia, Italia e Germania. I 5 Stelle, nel prossimo futuro, sarebbero soltanto differenti interpreti degli stessi interessi, scontando una posizione forte sulla questione morale (onestà e coerenza della rappresentanza politica) ma debole e contraddittoria su quelle sociali ed economiche. Loro non rappresentano un’opzione di cambiamento reale, ma oggi sono come un palloncino in continua espansione da provare a pungere sui diversi temi sociali ed economici sui quali non giungeranno mai a sintesi o a soluzioni realmente utili. Lasceremo tempo al tempo, ma scoppieranno travolti dalle costitutive contraddizioni che oggi, senza un’alternativa politica dei subalterni, sono invece la loro forza, il loro elio.

Tornando ai nostri giorni, dobbiamo essere consapevoli che Renzi potrà farsi temporaneamente da parte, ma tornerà a capitalizzare il consenso personale conquistato, da intelligente leader populista. Del resto chi ne esce con le ossa rotte non è lui, essendo il responsabile della polarizzazione del dibattito pubblico, bensì il Partito Democratico. Un partito che in questi anni si è macchiato di scelte politiche impopolari in tantissime città, ha represso il dissenso e mostrato il suo volto più conservatore sul piano dei diritti sociali. Renzi ha messo la faccia per il rinnovamento, provando a contendere il campo dell’anti-establishment, mentre il partito si è speso per la conservazione, per la tutela delle rendite e l’aiuto alla grande impresa. Il combinato disposto tra le due tensioni chiarisce la degenerazione di un’area un tempo “progressista”, ora ridotta ad essere un catch all party gestito dai potentati locali e nazionali al servizio della governance europea.

 

Una nuova politica dei subalterni: il tempo e il cambio di gioco

Per valorizzare questo voto, chi vuole realmente cambiare la vita delle persone, non può accontentarsi del quadro politico esistente. Perché c’è una grande fetta di società che con questo No ha dimostrato di non sentirsi rappresentata. Non possiamo che sfruttare questo campo di sfiducia ancora non matura per innescare le potenzialità di chi vive ai margini, di chi vuole una nuova politica utile e radicale per tempi radicali e difficili. Le discussioni su alleanze o sinistre nate da sommatorie di ceti dirigenti servono a ben poco. Serve unire le persone che vivono diverse subalternità, costruire una proposta politica, economica e culturale autonoma che coltivi lo “spirito di scissione” manifestatosi nei conflitti e nelle urne. Non una nuova rappresentanza politica, ma una soggettività politica davvero differente creata dalla maggioranza sociale che non abbia come unico fine la conquista del potere politico sui diversi livelli, ma innanzitutto il cambiamento delle condizioni materiali delle persone, attraverso meccanismi di solidarietà e mutualismo, il sostegno dei conflitti nei luoghi di lavoro e della formazione. Una forza politica e non una sommatoria di debolezze politiche che sia strumento quotidiano per redistribuire potere alle persone, e lottare per condizioni economiche, contrattuali e sociali migliori. Una politica di classe, che risponde ai bisogni e ai desideri di una parte di società: così sarebbe stata definita una volta.  

Per avere condizioni favorevoli alla maturazione di una nuova opzione politica dei subalterni, è necessario un cambiamento del sociale organizzato, dove risiedono le migliori intelligenze ed energie da mettere a sistema per dare corpo a quanto sosteniamo. Per esempio, l’esperienza messa in campo da Studenti per il NO, piattaforma promossa dalla Rete della Conoscenza, dall’UdS e da Link-Coordinamento Universitario, dovrebbe dare alcune indicazioni importanti. Di fronte a un “populismo dall’alto” che non tollera mediazioni e non riconosce i soggetti organizzati del sociale e del sindacale, questi ultimi devono assumersi la responsabilità di politicizzare le loro battaglie, di costruire utili convergenze senza attendere che lo faccia la politica. Questo hanno tentato, e questo è riuscito loro in queste ultime settimane.

Dobbiamo convincerci che un soggetto politico dei subalterni non può nascere in provetta, ma dalla necessità plurale e condivisa di una parte di società progressivamente politicizzata da chi lotta ogni giorno. Se lo sbocco naturale del sociale “maturo” è la costituzione di una forza politica e sociale al medesimo tempo, nel frattempo i suoi nuovi metodi di aggregazione, di costruzione del consenso e di lotta, costringono le istituzioni a fare i conti con le loro istanze. Chi sceglie invece il corporativismo e la timidezza, è destinato a perire di fronte al disegno del blocco dominante di una società post-sindacale, ha l’unica certezza di non conquistare più nulla.

Non possiamo però che essere ottimisti di fronte al lavoro svolto, seppur in forme diverse, non soltanto dagli studenti, ma anche dai 750 comitati per il No, dall’Anpi, dall’Arci, dalla CGIL e dai sindacati di base, dai centri sociali. Altresì, non possiamo che essere entusiasti di fronte alla notizia del prosieguo delle attività dei comitati per il NO, che reclamano di essere ascoltati dal presidente della Repubblica in questa fase di transizione e affermano la necessità di abrogare le riforme del governo Renzi per rispettare la volontà di un popolo che si è espresso in maniera maggioritaria contro le sue politiche.

Come ricomporre e dare potenza alla maggioranza dei “senza parte” che hanno votato fuori dalle logiche politiche tradizionali, espressamente contro un Governo neoliberale, a partire da una condizione socio-economica difficile? Come abbiamo detto non basta un partito costruito a tavolino, c’è bisogno invece di una nuova politica dei subalterni, di un processo di riconoscimento e convergenza delle diverse istanze. Serve intensificare i conflitti già in atto e organizzarne nuovi, lavorando sul loro carattere destituente, ovvero a partire dal riconoscimento della fine delle mediazioni con le istituzioni e della messa in discussione della legittimità chi detiene il potere politico. Come ci insegna la storia dell’ultimo trentennio la costituzione materiale è modificabile. Finora è stato fatto in senso regressivo, perché i rapporti di forza hanno giocato a favore della restaurazione neoliberale dopo le conquiste degli anni ‘70. Ma, dopo una vittoria di queste dimensioni, non bisogna perdere le speranze e guerreggiare sul terreno della democrazia, del lavoro e delle lotte alle disuguaglianze di reddito, genere, etniche, d’istruzione, capacità professionali, contratto di lavoro, di accesso ai diritti sociali e ai servizi pubblici. Tali disuguaglianze - formalizzate dal diritto o non formalizzate grazie all’utilizzo di un complesso apparato di dispositivi “positivi” - producono soggettività differenziate ma accomunate da una condizione di subalternità sociale che diventa immediatamente politica.

Pretendere diritti e organizzarsi per strappare, passo a passo, pezzi di decisionalità dai luoghi di lavoro sino al piano europeo, non significa soltanto implementare la democrazia sostanziale - economica e cognitiva - ma cambiare la costituzione materiale a nostro favore. Di questo si deve far carico chiunque ambisca a costruire una proposta politica dei subalterni, consapevole che senza i conflitti, senza attraversare una fase destituente, senza pratiche e linguaggi nuovi che favoriscano connessioni, convergenze e solidarietà, contro individualismo e competizione, non si farà alcun passo in avanti. Si tratta né più né meno di stare dalla parte della rivolta latente, di farla esprimere, di accendere tanti inneschi per dare fuoco alla prateria della maggioranza della società insofferente. Non è una prateria sicura, ma da contendere con i peggiori rigurgiti fascisti, xenofobi, nazionalisti. Chi non ha intenzione di farlo sta dalla parte delle élite e indirettamente delle destre che occuperanno il campo anti-establishment.

Le subalternità non hanno nulla da perdere. Non c’è nessun motivo per lavorare responsabilmente all'unione del Paese, alla ricostruzione di una sana dialettica democratica e a tanti altri auspici tristi e noiosi che viaggiano sui social tra coloro che sperano ancora nel PD. No, dobbiamo lavorare per dividere il Paese tra chi ha troppo e chi ha poco o nulla, tra chi lavora e chi sfrutta o vive di rendita, tra chi è costretto a fuggire dai territori e chi li inquina e via dicendo. In sostanza, favorire la polarizzazione tra dominanti e dominati, disaggregando il No di domenica 4 dicembre e dispiegandolo con forza nel tessuto sociale.

Tanti No che, con il crescere della politicizzazione delle masse subalterne, possono diventare tanti Sì innovativi che forzano in un’ottica progressista l’assetto istituzionale e costituzionale attuale. Senza alcuna presunzione pensiamo sia necessaria avere come prospettiva strategica sul lungo periodo il cambiamento della Costituzione formale, da un lato mettendo nero su bianco nuovi diritti per superare l’impostazione lavorista del testo, dall’altro stabilizzando nuove spazialità politiche dove coniugare a un’implementazione della democrazia e all’edificazione di una cittadinanza integrale, un nuovo nomos in grado di ordinare e costringere l’economia e le sue sovranità ai bisogni delle popolazioni.

Per perseguire le suddette trasformazioni di lungo periodo serve sottrarre lo spazio politico dell’alternativa sistemica alle destre e ai 5 stelle, lo ribadiamo. Per far ciò, chi si propone di avviare un processo per la costruzione di una forza popolare, ha il compito di individuare una strategia di lungo periodo sul nodo delle disuguaglianze, impostando una nuova proposta politica (sul terreno teorico, rivendicativo e delle pratiche) che, facendo tesoro delle differenze costitutive della maggioranza invisibile che ha detto NO (non più ricomponibile esclusivamente sul terreno del lavoro, perché non passa esclusivamente da questo l’accesso alla cittadinanza e al potere politico), sappia articolare abilmente risposte ai bisogni materiali, attacco alle caste economiche e politiche, lotta alla criminalità organizzata, battaglie per rovesciare la tassazione a danno dei ricchi e via dicendo, con nuove proposte sul welfare, l’innovazione, la buona occupazione. Solo così si può utilizzare la battaglia contro le disuguaglianze come una battaglia contro l’assoggettamento e per la costruzione del “popolo”. Soltanto avendo una concezione performativa e al tempo stesso processuale della politica e una concezione dichiarativa dei diritti si possono utilizzare le lotte non soltanto per ottenere condizioni migliori di vita, ma anche per articolare istanze differenti che possono sentirsi parte di un corpo unico perché inserite in una complessiva battaglia moderna per l’uguaglianza, le libertà e la dignità.

In queste settimane un appuntamento determinante per provare ad avviare un processo di ricomposizione che provi ad intercettare parte della maggioranza sociale del No, è quello del 18 dicembre a Bologna. Non la solita assemblea, ma una proposta chiara di attivazione, dal basso, per definire un programma per l’alternativa politica nel nostro Paese e definire i tratti, i metodi, le pratiche di una nuova politica dei subalterni, che si deve concretizzare nei prossimi mesi sui territori, negli spazi sociali, nelle assemblee di quartiere, nelle scelte di chi sta già all’interno delle istituzioni e condividerà le proposte che usciranno dai tavoli e dalla plenaria della giornata. Non un appuntamento che prova a chiudere qualcosa, ma che apre finalmente a ragionamenti innovativi sui diritti, il lavoro, il welfare, privilegiando ricadute concrete e parole semplici e dirette, capaci di suscitare emozioni, con l’ambizione di tradurre i tanti “NO” in volontà collettiva e plurale.

Una proposta che si può concretizzare soltanto se la maggioranza sociale ne riconoscerà l’utilità. Al diavolo l’autonomia del politico che pensa e agisce in nome del rappresentato! L’ondata di partecipazione di questo voto, la maturazione delle organizzazioni, dei comitati e delle reti, ci indicano la necessità di rompere tutte le vecchie liturgie e costruire innanzitutto uno spazio pubblico di discorso non proprietario, dove mettere a valore la creatività, la forza e l’intelligenza collettiva. Una proposta, lo ribadiamo, da immergere nei conflitti vecchi e nuovi, nelle vertenze sindacali come nelle piazze straordinariamente innovative come quella contro la violenza di genere del 26 novembre. Una proposta che, indipendentemente dal Governo in carica, rafforzi la campagna per vincere il referendum sul lavoro promosso dalla CGIL.

Non dobbiamo avere alcuna ansia di definirci, di consolarci con simboli e immaginari già utilizzati. Nel “vecchio che muore” dell’attuale fase storica – l’“interregno” gramsciano - c’è anche una grande parte della nostra storia, di sinistre partitiche o di movimento che hanno sbagliato tanto e che continuano a guardare dagli spalti un campo da gioco che si fa sempre più interessante e con nuove possibilità di vittoria, nonostante l’enorme lavoro da fare. A noi non interessa costruire soggetti a freddo o che facciano testimonianza: prima vengono i momenti deliberativi, una nuova politica, nuovi metodi, pratiche, rivendicazioni, poi si darà corpo alla costruzione di un soggetto capace di dare prospettiva sul lungo periodo sul piano politico, sociale e culturale. Prima viene la traduzione, il rendere intellegibili le lotte concrete, le necessità condivise e i punti di scontro da mettere a sintesi; poi verrà l’articolazione delle istanze e la loro messa a sistema se si aspira, quale passaggio decisivo per la trasformazione sociale, alla conquista del potere politico.

A noi urge organizzare l’irruzione della maggioranza subalterna per vincere l’attuale assetto economico, sociale e politico su ogni centimetro del campo di gioco, fino a segnare il rigore decisivo.

Una storia nuova: quella dei subalterni che, vincendo, si liberano.

 

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