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Bologna dei tornelli e dei manganelli. Cambiamo ricetta?

  • Scritto da  Alessandro Caprara e Danilo Lampis
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Bologna dei tornelli e dei manganelli. Cambiamo ricetta?

San Valentino. Sono tanti i locali della zona universitaria che stanno organizzando feste e aperitivi, ma Piazza Verdi e Via Zamboni sono semi-vuote, a parte le perenni camionette di carabinieri e polizia che sono di stallo in piazza Verdi e davanti la mensa di piazza Puntoni.

ph. Michele Lapini

Rimbombano forti nelle teste degli studenti gli echi che i fatti della settimana scorsa hanno provocato, lo smontaggio dei tornelli, l’occupazione della biblioteca del 36 e la violenta irruzione della polizia in antisommossa a cui sono seguiti tre giorni di corteo e alcuni scontri. Proprio mentre si scrive, il 38 di lettere sta ospitando una assemblea partecipatissima da studentesse e studenti che prova ad aprire una discussione pubblica sui fatti di questa settimana. I momenti reali di confronto e discussione sono molto importanti per provare a ricomporre un dibattito che sul web è stato dominato ancora una volta più da polemiche e commenti fuorvianti che da analisi profonde che riuscissero a entrare davvero nel merito della vicenda.   

Dall'irruzione della polizia in antisommossa e la conseguente devastazione del 36 e dalle successive barricate in piazza, i dibattiti svolti sui social e sulle principali testate nazionali si sono evoluti a suon di petizioni di dissociazione, commenti fb, dichiarazioni di una studentessa appartenente alla segreteria regionale del PD, interviste radiofoniche e dibattiti in televisione. Tutte queste prese di parola però si sono incentrate esclusivamente sulla posizione tornello sì/tornello no riuscendo poche volte ad ampliare e inquadrare il perché dei tornelli nella biblioteca del 36 abbiano determinato una reazione così forte da parte di studenti e questore, rettore e comune, tanto da far intervenire la polizia, fatto di per sé gravissimo e che ha violato definitivamente l’Università come spazio storicamente pubblico e dotato di una propria autonomia.

Tra le tante posizioni emerse, quelle più schiacciate a favore dei tornelli delineano due profili dei frequentatori del 36 - ma è allargabile all’intero mondo universitario - divisi tra lo studente modello di berlusconiana memoria, in corso, che entra in biblioteca per tenere la testa china sul libro, in ansia di entrare nel mercato del lavoro, e i protagonisti di quella narrazione mediatica e politica del degrado che i tornelli avrebbero dovuto arginare, per permettere una agile vita ai primi. E’ una questione che, come scrive bene Vincenzo Scalia, chiama in causa nella sua complessità la progressiva messa in discussione della libertà e della circolazione dei saperi, la privatizzazione degli spazi pubblici, le sempre più violente strategie di controllo del dissenso.

A noi interessa affrontare una discussione che superi la questione sui tornelli e la compressione democratica universitaria, sulle quali peraltro si sono già spese efficaci analisi come quelle dell’associazione studentesca Link Bologna, oltre quella succitata. Risulta faticoso ma necessario uscire dalla logica del click-bathing e del flaming, provando ad addentrarci più nel profondo per raccontare come si è potuta costruire la narrazione del degrado e di chi siano le responsabilità politiche in campo. La narrazione del degrado, realizzata a più riprese negli anni da giornali ed esponenti politici rientra appieno all’interno del tema della sicurezza che in questi anni è salito alla ribalta, fomentato dalla Lega Nord di Matteo Salvini e indirizzato in particolare contro gli immigrati. Il degrado della zona universitaria di Bologna è costruito principalmente su tre problemi principali, che in questi anni si sono evoluti, intrecciandosi tra loro e venendo molto spesso amplificati dai provvedimenti e dalle politiche attuate dalle istituzioni pubbliche.

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L'assemblea al civico 38.

Nel 2011, al tramonto delle primavere arabe, a Bologna - come anche nel resto d’Italia - iniziò un processo di immigrazione che nel corso degli anni crebbe di intensità, portando in città molti rifugiati nordafricani. Le politiche di accoglienza furono, e rimangono tuttora, totalmente insufficienti nel determinare una reale integrazione sul territorio bolognese di un flusso che, a livello locale e nazionale, è in continuo aumento. In quegli stessi anni continuò a crescere lo spaccio, in particolare di eroina (QUI, QUI al capitolo 3), mentre parallelamente i servizi messi in campo per la prevenzione, per la riduzione del danno e per il recupero e il reinserimento sono rimasti insufficienti.

Il secondo problema è il rapporto irrisolto tra il flusso continuo di studenti universitari fuorisede e non, e il resto della città. Esistono alcune ricerche utili a comprendere bene quale sia la condizione della città di Bologna e della zona universitaria. Gli studenti universitari contribuiscono alla vita economica della città con un reddito di indotto di 301 milioni di euro annui euro che si può tradurre in più di 4000 persone che lavorano al di fuori dell’istituzione universitaria. La distribuzione abitativa degli studenti è fortemente concentrata nella zona universitaria, tanto da far sì che nel quadrante Irnerio-Zamboni un abitante su due sia uno studente fuorisede, creando una sorta di città parallela. Un diritto allo studio che funziona in termini di copertura di borse di studio, ma che non trova alcuna declinazione (esempi QUI e QUI) rispetto al contesto cittadino, è un ulteriore tassello di una assoluta incapacità delle politiche pubbliche di regolare e gestire questa componente, lasciando al libero mercato la risposta.

La fortissima densità studentesca e l’agire della mano invisibile hanno trasformato la zona universitaria in una sorta di parco giochi della movida notturna e del junk food. Tra tutte, via Petroni rappresenta al meglio questo dato, concentrando locali notturni, alimentari «pakistani», rosticcerie, alimentari e altri bar, diventando negli anni il luogo centrale di ordinanze repressive (2009, 2012, 2015, 2016) della libera socialità e mostrando una schizofrenia nell’applicazione e uno scarso consenso da parte di tutte le parti in campo: residenti, studenti, esercenti.

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La movida di Bologna.

Questi problemi negli anni si sono intrecciati e sommati, e le azioni proposte non hanno mai trovato dei miglioramenti reali. Le ordinanze repressive e le multe che sono seguite hanno iniziato un processo di svuotamento di piazza Verdi e della zona universitaria, aumentando il senso di insicurezza di residenti e studenti. La commercializzazione della movida studentesca ha contribuito a eliminare le pratiche di socialità fuori dal circuito consumistico, aumentando il problema acustico e di qualità della vita di chi abita nella zona. Lo spaccio e la microcriminalità così hanno trovato condizioni perfette per crescere floridamente. Per comprendere quale sia la direzione che comune e università hanno preso negli anni, ci sono alcune ricostruzioni e indagini utili a leggere le trasformazioni che stiamo vivendo e che continueranno a determinare il mutamento di Bologna (QUI e QUI degli interessanti racconti).

Da dove partire per provare a invertire la tendenza e abbattere la retorica tossica del degrado? La strada è lunga ma gli elementi di partenza imprescindibili devono essere netti: sostituire la repressione politica e della socialità con la costruzione di rapporti tra chi vive la zona, provando a connettere residenti e studenti in processi reali di partecipazione e co-decisioneriguardo le regole di convivenza. Sostenere e ampliare politiche pubbliche volte alla risoluzione dei problemi sociali di studenti e migranti, e riempire e dare spazio alla cultura e alla creatività nella zona universitaria, demercificando la movida. A dispetto dell’immagine propulsiva di partecipazione che il comune cerca di dare ai progetti che mette in campo, del progetto ROCK realizzato tra Unibo e Comune e che dovrà vedere luce nella primavera di quest’anno, nessuno sa nulla e non sono stati coinvolti né gli studenti né i residenti. Premesse che fanno comprendere quanto sia inevitabile un altro fallimento.

Se i tornelli vanno letti come l’ennesimo dispositivo volto alla privatizzazione neoliberale dell’università, alla parcellizzazione dei saperi, all’annullamento degli spazi pubblici, allo svilimento della ragione sociale dell’università, occorre non eludere il tema della gestione della zona universitaria. Un tema che non può essere isolato, ma messo strettamente in connessione al palese processo di gentrificazione promosso dalla giunta Merola che, sfruttando il velo di Maya della rigenerazione urbana, lavora all’espulsione delle fasce più deboli verso le tante «periferie di periferie», accompagnando ciò con una feroce repressione delle esperienze sociali autogestite e delle occupazioni abitative.

Infatti, se estendiamo lo sguardo a tutta la città, i risultati delle politiche del centro-sinistra sono i seguenti: omologazione culturale e sociale al commercio e al cemento, malessere economico, decentralizzazione e ghettizzazione dei problemi. La drammatica questione sociale viene derubricata a problema di ordine pubblico, lasciando che gli interessi privati disegnino una città per pochi. Merola non solo è un esecutore, ma promuove un ordine del discorso simile a quello leghista, promuovendo guerre tra poveri utilizzando la retorica legalitaria. A poco servono le foglie di fico come la proposta di una Casa della Letteratura in Bolognina se al contempo si minaccia un centro sociale storico come l’XM24 per lasciare spazio a una Caserma dei Carabinieri.

A pagare le politiche volte alla creazione di una città vetrina con un’università concentrata unicamente sulla competizione e il feticcio dell’eccellenza, è Bologna stessa, i suoi studenti - da normalizzare e spremere e economicamente il più possibile - e in generale la maggioranza delle persone che la vivono. A giovarne, invece, sono gli interessi del grande commercio e dei palazzinari, basti pensare all’aumento esponenziale dei prezzi degli immobili e degli affitti nelle zone adiacenti all’università dal 1997 al 2007.

In conclusione, c’è una lotta da combattere tra la maggioranza dei cittadini e alcune ristrette élites che governano nell’ombra la rossa signora. È per questo che occorre aprire un processo di partecipazione che metta insieme attori universitari, corpi intermedi e cittadini. I tornelli sono una scusa per fare luce sulla guerra sociale condotta dall’alto contro le maggioranze sempre più impoverite ed espulse dalla cittadinanza? Ben venga, perché la situazione diventa sempre più insostenibile ed urge articolare un blocco sociale che non stia sulla difensiva ma che dichiari i propri diritti sulla città, sui saperi, sul lavoro. Chissà che tale battaglia, con la sua esemplarità, non riesca a produrre un contagio in altre città. A tutte e tutti noi spetta il compito di insistere, tradurre le diverse istanze e tentare una loro articolazione. Se procederemo divisi, non riusciremo ad uscire da questa drammatica spirale, oltre ad essere incapaci di disegnare un’altra idea di città di tutte e di tutti, per tutte e per tutti.

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