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Gorino paranoica: un'analisi sul conflitto dietro le barricate

  • Scritto da  Riccardo Laterza e Valentina Bazzarin
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Gorino paranoica: un'analisi sul conflitto dietro le barricate

I recenti fatti di Gorino - dove decine di residenti hanno alzato letteralmente le barricate per impedire l’arrivo di alcune richiedenti asilo - hanno riacceso i riflettori sulla gestione dell’accoglienza nel nostro Paese e sulle diverse reazioni della popolazione nei territori di arrivo.

Ci sarebbe un modo molto semplice, per chi come noi crede profondamente nei valori dell’antirazzismo, di derubricare la vicenda: una massa di razzisti, scarsamente acculturati e minimamente aperti a una visione ‘cosmopolita’ del mondo, ha voluto con un gesto di egoismo estremo respingere chi sta peggio di loro. È una visione molto rassicurante, che consente di definire una linea di demarcazione netta tra noi, che nonostante tutto restiamo umani, e “gli altri”. Ma è allo stesso tempo una visione superficiale e statica che rischia di non dirci nulla di quello che dobbiamo fare per uscire dall’angolo nel quale la crisi - nei suoi molteplici sviluppi - e il suo uso dall’alto ci hanno cacciati da ormai troppo tempo.

Si tratta, inoltre, di una visione assolutamente ipocrita, se viene proposta in forma di grido “Allarme, sono arrivati i razzisti!” proprio da chi in questi anni con la compressione salariale, la distruzione dei diritti sociali e del welfare, l’esautorazione degli enti locali e tanto altro, ha costruito il terreno fertile per la crescita del disagio sociale e della guerra del penultimo contro l’ultimo. I ben noti personaggi che usano questa retorica rappresentano la faccia pulita della medaglia che, sull’altra faccia, ospita i capibastone di partiti razzisti e fascisti come la Lega o Casa Pound che cavalcano il malcontento e la rabbia, incanalandoli in direzioni innocue per chi sta in alto e da questa crisi continua a guadagnarci ogni giorno.

Non ci interessa, con questo articolo, proporre un ritratto né dei primi, né dei secondi. Li conosciamo già bene e li vediamo continuamente in televisione a comporre un teatrino fin troppo scontato. Ci interessa invece capire, senza “giustificazionismi” o determinismi di sorta, ma anche oltre giudizi superficiali, chi e perché è sceso in piazza a Gorino. Quali siano cioè i motivi che spingono così tanta gente a considerare quella che sta avvenendo in tutta Europa come un’invasione, un attacco dal quale difendersi con ogni mezzo.  

Partiamo da un dato: non solo Gorino rappresenta uno spaccato emblematico della periferia italiana, più rurale che metropolitana, ma nel corso degli ultimi anni le politiche di austerità hanno contribuito a marginalizzare ancora di più l’area del Polesine rispetto al resto della Provincia di Ferrara. Prendiamo ad esempio le scuole: a Gorino non ce ne sono, la scuola elementare ha chiuso nel 2001 e nel 2015 anche la scuola materna ha cessato l’attività. L’istituto tecnico più vicino è a 20 km (ma è a Porto Tolle, ovvero in un’altra Regione, il Veneto), il liceo è a 28 km. Passiamo alla sanità: l’Ospedale del Delta dista 34 km, e il suo punto nascita è a rischio chiusura: se questa previsione venisse confermata, per far nascere un bambino da Gorino bisognerà percorrere più di 70 km, fino a Cona. Stiamo parlando dunque di un territorio - come ce ne sono molti altri in tutta Italia, da Nord a Sud - dove in questi anni il ruolo dello Stato ha coinciso con lo smantellamento dei servizi e l’abbandono di un’intera area e della sua popolazione. È lo stesso Stato che si ripresenta a Gorino solo quando requisisce alcuni spazi della Provincia concessi in affitto come ostello per ospitare una ventina di richiedenti asilo, attuando un sistema ‘emergenziale’ di gestione dell’accoglienza inefficiente e iniquo. Un sistema che sembra strutturato apposta - e un sospetto legittimo potrebbe sorgere, guardando all’attuale Ministro dell’Interno - per generare disagi, incomprensioni e conflitti tanto per gli ‘ospiti’ quanto per gli ‘ospitanti’. 

La marginalizzazione di intere aree del territorio italiano come quella del Polesine va di pari passo con il crescente impoverimento, accelerato dalla crisi. Goro è il Comune con il reddito medio più basso dell’Emilia Romagna con 9.719 € per dichiarante nel 2012. Per avere un metro di paragone, quell’anno la media italiana era di 19.660 €, la media dell’Emilia Romagna di 21.180 €, quella delle Regioni meridionali tra i 14.230 € della Calabria e i 16.670 € dell’Abruzzo.

È in questo contesto economico e sociale che trova spazio la retorica dell’invasione, incentivata da un bombardamento mediatico costante che tuttavia non è il solo fattore in gioco. Il progressivo peggioramento delle condizioni materiali e il ruolo dello Stato sempre più marginale nel miglioramento delle stesse sono due fattori complementari e determinanti nell’alimentare la rabbia e la paura di molti. Senza di essi possiamo immaginare che sulle barricate a Gorino (in un Comune dove la Lega Nord, alle ultime elezioni politiche, ha preso ‘ben’ 85 voti, il 3,43%) ci sarebbero stati solo gli imprenditori della paura che in tutta Italia lavorano coscientemente per alimentare la guerra tra poveri, e qualche fanatico che ancora nel 2016 ritiene che esista una razza superiore e delle razze inferiori. E in effetti fortunatamente diversi tentativi di riproduzione ed esportazione del “modello Gorino”, a partire dal caso di Milano, stanno fallendo. 

Resta comunque una verità che non si può eludere: una larga fetta di chi è stato impoverito dalla crisi e abbandonato dallo stato sociale nelle sue diverse articolazioni, di chi cioè sta in basso nella società, oggi rivolge la propria rabbia nei confronti dei migranti piuttosto che contro chi li ha ridotti in quelle condizioni, percependo il sistema d’accoglienza come un’ingiustizia e una minaccia. Chi si preoccupa di costruire un’alternativa nella società non dovrebbe semplicemente sperare che questo conflitto rimanga latente e si riproduca solo sui tanti gruppi facebook dedicati al tema senza esprimersi nella materialità di una reazione reale e di massa, come a volte accade. Dovrebbe piuttosto lavorare per riorientare questo conflitto, trasferirlo cioè da una dinamica orizzontale tipica della guerra tra poveri a una dinamica verticale contro chi più ha e decide sulle nostre vite, non solo parlando di entrambe le questioni, quella del miglioramento delle condizioni materiali e quella dell’accoglienza, ma soprattutto legandole assieme, nel discorso pubblico e nella proposta politica. Perché è sempre più evidente che la seconda questione non può legittimarsi e acquisire consenso senza la prima.

Per riorientare questo conflitto il metodo migliore non è certo ridurre il consenso che raccoglie la retorica dell’invasione a un problema culturale o di informazione, o ancora peggio mettere sullo stesso piano i rappresentanti politici di questa retorica e la parte di popolo che ne è in qualche modo intrappolata; bisogna fare lo sforzo di affrontare il problema nella sua complessità e definire una risposta diversa e radicalmente alternativa tanto da chi è nemico dell’accoglienza e della contaminazione tra culture e popoli, quanto da chi in questi anni di crisi e austerità si è dimostrato nemico di tutti noi. Alla fine dei conti, costruire linguaggi e proposte politiche all’altezza di questo obiettivo, su una prospettiva che un tempo si sarebbe definita senza troppi timori “di classe”, potrebbe rivelarsi più semplice e lineare del previsto.

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