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Il gioco dell'oca della sinistra: una noia mortale

Il gioco dell'oca della sinistra: una noia mortale

Ricordo bene il giorno in cui, nel giugno 2012, Pierluigi Bersani e Nichi Vendola presentarono in conferenza stampa la “carta d’intenti” che avrebbe portato alla disastrosa avventura di “Italia bene comune” (e al non meno negativo percorso di “Rivoluzione civile”).

Anni di lotte avevano prodotto una movimentazione sociale che aveva animato nel profondo il Paese, riportando al centro del dibattito pubblico l’università e la scuola, il mondo del lavoro e della produzione, le questioni di genere e i territori contrari alle grandi opere inutili. Quegli anni erano culminati nelle vittorie amministrative della primavera 2011 e soprattutto nel grande referendum per l’acqua e i beni comuni (e contro nucleare e legittimo impedimento).

Ecco, ricordo la frustrazione e il senso di impotenza provato, nel leggere una carta d’intenti che semplicemente era su un altro pianeta rispetto a tutti quei processi, allora freschi nella memoria e nella vita di ciascuno. “Italia bene comune” fu una tragedia perché, proponendo un centro-sinistra con piccole spruzzate di socialdemocrazia ma in piena compatibilità con il loden di Mario Monti e l’austerità europea, si rivelò un progetto politico del tutto inadeguato alle sfide che quel nostro tempo aveva posto.

Tra il 2011 e il 2012 non si capì, insomma, che un “blocco storico” nuovo era emerso - con i suoi bisogni e contraddizioni, le sue insofferenze e rivendicazioni - nella vita del Paese. Si trattava anche di una rottura generazionale, che poteva essere tradotta in slogan diversi dalla “rottamazione” renziana e dal nuovismo grillino. Ma si trattava soprattutto di una rottura di cultura politica. Non era più possibile “ignorare” la fine del Novecento e di tante delle ideologie di quel secolo. Non era possibile aggirare, nella composizione della società e nelle forme della vita quotidiana, la fine della “autonomia” del politico e di quella del sociale. La stagione del “centro-sinistra” era terminata non tanto per le grandi responsabilità delle classi dirigenti che l’avevano animata, quanto per la radicale necessità di nuovi strumenti in grado di agganciare la realtà e sabotare la relazione sociale disumana che chiamiamo “capitale”.   

Ci voleva quella che Gaber definiva “l’audacia di frequentare il futuro con gioia”. Occorreva raccogliere la sfida del nostro blocco storico, ponendosi l’obiettivo di continuare ad animarlo, movimentarlo, organizzarlo e - se possibile - rappresentarlo. In poche parole: se dopo il partito-massa era venuto il partito-azienda (la geniale intuizione di Berlusconi, imitata ovunque e anche da Renzi e Grillo), dopo il partito-azienda serviva inventare il partito-piattaforma (il partito-rete, il partito-movimento).   

Mettere in forma la politicità emergente nella fase storica simbolicamente “inaugurata” dal fallimento di Lehman Brothers: una sfida non minore ci era stata lanciata cinque anni fa. A cosa stiamo assistendo oggi, a quasi cinque anni dal fallimento annunciato di Italia bene comune? Per lo più, nei discorsi degli “addetti ai lavori” si parla di Pisapia, di ulivi e campi progressisti, di “nuovo centrosinistra”, dei centimetri di distanza politica dal PD e da Renzi, di listoni e listini, della mitologica “unità della sinistra” e di chi sia il “più-a-sinistra” di tutti.

Insomma, assistiamo a una radicale inadeguatezza del dibattito in corso. Assistiamo a ciò che può definirsi un “gioco dell’oca della sinistra” fatto di incomprensibili alchimie, politicismi e ambiguità. Questo gioco sembra facile da giocare, dato che quasi ogni settimana si ricomincia dalla casella di partenza: così azzerando prese di posizione, contenuti, scelte di fondo.

Nel frattempo - come in un bel romanzo - la “vita è altrove”: ignora i nostri dibattiti ombelicali e precipita sempre più nel disincanto, nella vulnerabilità e nella guerra tra poveri. Mentre in tanti continuano a evocare i fantomatici “delusi del centrosinistra”, il blocco storico emerso negli ultimi anni si ripiega spesso su se stesso o guarda disilluso ai cinque stelle: costituisce, insomma, una riserva gigantesca di energie e competenze “gettata alle ortiche” perché senza voce.

In questo contesto, il gioco dell’oca della sinistra può rivelarsi una “noia mortale”. Talmente noioso e distante dalla realtà da risultare fatale, condannando alla scomparsa - per lo meno sul piano della rappresentanza istituzionale - una visione del mondo. Del resto, l’esasperato tatticismo a cui siamo inchiodati “a sinistra” risulta davvero paradossale, poiché spesso impedisce alle buone analisi che sono state fatte - su reddito minimo e welfare, su nuove forme di fiscalità progressiva, su beni comuni e conversione ecologica dell’economia, sulla riduzione dell’orario di lavoro - di tradursi in iniziative politiche e proposte che abbiano costanza e concretezza.

Nella sciagurata ipotesi di noia mortale, in tanti e tante ci troveremmo a fare delle domande. Come è stato possibile non prendere sul serio la gente che nelle piazze urlava “non ci rappresenta nessuno”? Come è stato possibile non imparare la lezione del voto politico del 2013, in cui il 40 % degli studenti universitari e un precario su due premiarono il M5S spingendolo ad essere primo partito? Com’è possibile, ancora oggi, non cogliere la sfida lanciata il 4 dicembre scorso da quell’80 % di persone sotto i 35 anni, che con il proprio NO ha rifiutato la riforma costituzionale di Renzi e Boschi?

Tomaso Montanari giustamente ci ricorda che di questo e di nient’altro dovremmo discutere: anche per capire se parlare di “unità della sinistra” significa alludere a un orizzonte condiviso. A questo e a nient’altro dovremmo rispondere, in termini di pratica politica. Mentre Corbyn arriva a dire che il Labour e le sue politiche di netta alternativa sono il “nuovo centro” del sistema politico britannico - così reinventando una categoria politica tanto cara a Blair, con coraggio nel rinnovare i linguaggi e grande capacità egemonica - noi rischiamo di restare a macerare nella subalternità, nell’incapacità di scegliere un profilo politico e culturale alto, potente, espansivo.

Se Italia bene comune è già stata tragedia, davvero nessuno sente il bisogno che quella storia si ripresenti sotto forma di farsa. E allora, raccogliamo l’invito del bolognese Federico Martelloni: invece di chiacchierare della sinistra che non c’è più, immaginiamo e pratichiamo la sinistra che non c’è ancora.  

Ultima modifica ilLunedì, 02 Ottobre 2017 20:29
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