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La riforma costituzionale, JP Morgan e l'aggiustamento strutturale ai dogmi del neoliberismo

La riforma costituzionale, JP Morgan e l'aggiustamento strutturale ai dogmi del neoliberismo

Nel dibattito di queste settimane si continua a trattare la riforma costituzionale come un fatto tecnico, astratto, di meccanismo legislativo. Da una parte la si difende in nome del taglio dei costi e delle poltrone, dall’altra la si critica in nome della difesa del parlamentarismo e dell’intoccabilità della Costituzione. Argomenti, soprattutto quelli contrari alla riforma Renzi-Boschi, assolutamente fondati e rispettabili, ma che rischiano, a mio parere, di mancare il punto centrale di questa riforma.

A cosa serve questa riforma? Chi l’ha voluta, e perché? Perché nel contesto della più grande crisi economica dal dopoguerra ci si mette a modificare la composizione delle camere e i rapporti tra governo e parlamento?

Questo nodo è ben illustrato dal celebre documento "The Euro area adjustment: about halfway there" (“L’aggiustamento dell’area euro: quasi a metà strada”) pubblicato nel maggio 2013 dal centro di ricerca sulla politica economica della banca d’affari J.P. Morgan. Già il titolo tradisce in maniera evidente la logica della gestione della crisi: quella dell’”aggiustamento strutturale” delle economie e delle società europee a vantaggio degli interessi del grande capitale finanziario attraverso la leva del debito e dell’instabilità, esattamente come avvenuto in molti paesi del Sud del mondo nei decenni precedenti.

Il testo è molto chiaro nel mostrare come le politiche di gestione della crisi messe in pratica dai governi Berlusconi e Monti siano andate esattamente nella direzione dell’”aggiustamento strutturale” auspicato da J.P. Morgan, in particolare nel campo delle privatizzazioni, e in quello della deregolamentazione del mercato del lavoro. Ma, si legge nel testo, l’Italia ha ancora molto da fare. E per farlo, per spingere maggiormente sul piano della libertà di licenziamento, dell’apertura ai privati di settori sempre più ampi dell’economia, dello smantellamento dello stato sociale, “il problema sono le leggi stesse”.

Ed è qui che si inserisce il ragionamento sulla Costituzione, all’interno di un’analisi sulla componente politica e istituzionale dell’”aggiustamento strutturale”:
“All’inizio della crisi – si legge nel testo – si presupponeva in generale che il problema delle eredità nazionali fosse di natura economica. Ma con l’evoluzione della crisi è diventato evidente che ci sono problemi politici profondamente radicati nella periferia, che, dal nostro punto di vista, devono essere modificati se si vuole che l’unione monetaria europea funzioni regolarmente a lungo termine.”

Il problema, ci spiega J.P. Morgan, sono le costituzioni antifasciste: “I sistemi politici nella periferia furono costruiti dopo la fine di dittature, e furono definiti da quell’esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, riflettendo la forza politica che i partiti di sinistra conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. I sistemi politici della periferia tipicamente mostrano molte delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di costruzione del consenso che incentivano il clientelismo politico, e il diritto a protestare se vengono fatti cambiamenti impopolari rispetto allo status quo. Le conseguenze negative di questa eredità politica sono state rivelate dalla crisi. I paesi della periferia sono riusciti solo parzialmente a produrre programmi di riforma fiscale ed economica, essendo i governi prigionieri delle costituzioni (Portogallo), di potenti regioni (Spagna) e dell’ascesa di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Insomma: il progetto di approfittare della crisi per ristrutturare le società europee in base all’interesse del grande capitale procede, ma troppo lentamente, perché le costituzioni di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia portano un’eredità troppo pesante dell’antifascismo e dei partiti della sinistra. Non va bene, ci dice J.P. Morgan, bisogna sveltire, modificando queste costituzioni.

“C’è un riconoscimento crescente della gravità di questo problema, sia nei paesi centrali sia nella periferia. – conclude l’analisi – Il cambiamento sta iniziando ad avvenire. La Spagna ha fatto passi importanti per affrontare alcune delle contraddizioni della transizione post-franchista con la legge che lo scorso anno ha reso possibile una supervision fiscale più stringente sulle regioni. Il test chiave nel prossimo anno sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di dedicarsi a una significativa riforma politica”.

Il governo di cui si parla era quello di Letta, il cui mandato di riforma costituzionale è stato poi ereditato da Renzi attraverso il ruolo di garante nazionale dei dispositivi di “aggiustamento strutturale” che Giorgio Napolitano ha ben interpretato dal 2011 al 2015. È difficile non riconoscere nell’analisi di J.P. Morgan esattamente i punti affrontati dalla riforma Renzi-Boschi, in particolare il rafforzamento dell’esecutivo ai danni del parlamento e la centralizzazione dei poteri rispetto alle regioni. La protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori e il diritto di protesta saranno evidentemente i prossimi della lista (e tra il Jobs Act e l’innalzamento del livello della violenza repressiva in questi mesi ne abbiamo già avuto i primi assaggi).

A cosa serve, quindi, la riforma costituzionale? Serve a rendere più agile e priva di qualsiasi attrito, anche quello morbido di parlamenti tutt’altro che all’altezza del proprio ruolo, l’implementazione in Italia delle decisioni prese altrove. Serve a rendere più semplice e stabile il rapporto tra la politica e le élite finanziarie transnazionali, i cui interessi sono serviti in maniera molto più sicura e affidabile dal rapporto diretto con un presidente del consiglio che controlla direttamente maggioranze bulgare in entrambe le camere che da un sistema di divisione dei poteri. Serve a privatizzare di più, licenziare di più, picchiare di più in piazza. Altro che Berlinguer e i partigiani: più che dello storico dibattito sulla riforma del parlamento, la legge Renzi-Boschi è parente del TTIP e del fiscal compact. Sarebbe il caso che la campagna per il No, oltre a difendere la bellezza e l’eleganza del testo del ’47, si occupasse un po’ anche di questo. Giusto per informare i cittadini su cos’è veramente in ballo al prossimo referendum.

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