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In piazza per Emmanuel: "Il razzismo ha mandanti politici"

In piazza per Emmanuel: "Il razzismo ha mandanti politici"

Fermo, 5 luglio. Primo pomeriggio. Emmanuel Chidi Nambi è esanime per terra in Viale Vittorio Veneto. È un profugo, un richiedente asilo, un uomo nigeriano scappato da Boko Haram e sopravvissuto alla traversata della Libia e del Mediterraneo. Ma questo lo sanno tutti, lo hanno raccontato i telegiornali, i giornali, qualsiasi mezzo di informazione sotto qualsivoglia forma. Hanno raccontato di una rissa, anzi di un'aggressione. Ovviamente da parte di Emmanuel, profugo nigeriano. Della risposta violenta di un italiano. Ci sono tre nomi che ricorrono spesso quando in Italia si parla di antifascismo, negli ultimi dieci anni: Dax, Renato, Nicola. Morti ammazzati nel 2003, 2006, 2008. Anche allora si parlò, esattamente come avvenuto con Emmanuel, di una rissa per futili motivi trasformatasi in tragedia. La verità, non solo quella processuale, dimostrò che le cose non andarono così.

Poco importa. Anche in questo caso, l'uso del tutto fuorviante del termine “rissa” lascia il tempo che trova. Emmanuel è stato ammazzato. Preterintenzionale, volontario, doloso sono termini che hanno poco senso se si guarda all'essenziale: subito dopo l'ora di pranzo, sotto il sole cocente di luglio, qualcuno andava in giro per la “tranquilla” Fermo e decideva di dare della “scimmia africana” a una donna qualsiasi, che poi era Chinyiery, la moglie di Emmanuel. Moglie per la Chiesa cattolica, non per lo Stato italiano, che considera i due privi di documento, nel limbo delle non persone. Le più o meno fantasiose ricostruzioni giornalistiche contano zero, perché l'insulto razzista c'è stato: “scimmia africana” è un'espressione che – più o meno negli stessi termini – può essere giustificata soltanto dal Senato della Repubblica. Il senso civico, invece, dovrebbe portare chiunque a definirla come insulto razzista. Sull'asfalto resta esanime Emmanuel. Poche ore dopo verrà dichiarata la morte cerebrale.

Antifascisti, centri sociali, realtà di base si organizzano, senza partiti – in fondo quelli hanno in qualche modo giustificato l'espressione “orango tango” rivolta al ministro Kyenge, possono passare sopra anche a “scimmia africana” - e indicono nel giro di poche ore una manifestazione nella “tranquilla” Fermo per prendere atto che il neofascismo si sta radicando e che sono necessari degli anticorpi. Per ricordare Emmanuel, morto di razzismo, a prescindere anche dalla maglia che chi l'ha ucciso indossava nel momento in cui scagliava quel pugno. Sabato nove, quattro giorni esatti dopo quel barbaro assassinio, in qualche centinaio si ritrovano nel punto esatto dove Emmanuel è stato ucciso. Di questa manifestazione i media daranno ampia copertura, perché i riflettori sono ancora tutti puntati su Fermo. Presto – lo sappiamo tutti – si dimenticheranno di quanto accaduto. Chi partecipa al corteo ha poca voglia, invece, di realizzare book fotografici.

Perché era successo ancora, come quando il 13 dicembre 2011 a Firenze Gianluca Casseri sparò a due ragazzi senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, prima di uccidersi. Di fronte alla barbarie razzista, poco importa se Amedeo Mancini – così si chiama l'assassino di Emmanuel – abbia agito con la volontà di uccidere. Rabbia, sgomento, rancore sono i sentimenti più diffusi. “È andata così”, dice un ospite della comunità di don Vinicio Albanesi che gestisce l'accoglienza a Fermo, nella quale si trovavano Emmanuel e Chinyiery. “No, non è andata così”, ci tengono a sottolineare negli interventi successi molti dei presenti. No, non dovete rassegnarvi al fatto di essere arrivati in un Paese dove una larga fetta dell'opinione pubblica rifiuta l'accoglienza, è l'urlo della piazza.

Non dovete rassegnarvi perché – esattamente come Boko Haram e il Daesh – ogni forma di razzismo e fascismo è destinata a scomparire dalla storia. È fuori dal tempo. L'indignazione e la rabbia sfilano per una Fermo purtroppo soporifera, dove a tratti sembra quasi che la morte di Emmanuel venga considerata un incidente di percorso. Un danno collaterale. In tanti ce l'hanno anche con la narrazione tossica di diversi quotidiani locali, in cui la vittima diventa carnefice e un soggetto definito dalla Procura stessa “altamente pericoloso per effetto della sua natura violenta e aggressiva” viene fatto passare per un burlone che ha fatto una cazzata. “Fermo, svegliati”, scrive una ragazza sul muro usando un gessetto bianco. Non è l'unica a pensarla così, esattamente come in tanti pensano che per quanto accaduto vi siano dei mandanti politici e al megafono non hanno nessuna remora a sottolinearlo, spiegando che “indossano la camicia verde, vengono considerati 'dei bravi ragazzi' dal Viminale”. In tanti, una piazza intera, vive con la speranza che l'assassinio di Emmanuel non sia avvenuto invano.

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