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Rientro dei capitali dall'estero: dal governo solo fumo negli occhi

Rientro dei capitali dall'estero: dal governo solo fumo negli occhi

“Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”

(Fabrizio De André, Nella mia ora di libertà. Storia di un impiegato, 1973)

Con cadenza quasi regolare torna il dibattito sull’evasione fiscale, sui numeri che le danno sostanza e sui progetti del governo per combatterla. Con cadenza ancora più frequente, emerge invece la dicotomia delle politiche del nostro governo nel contrastare piccoli e grandi evasori.

Pochi giorni fa l’Agenzia delle Entrate ha reso noti i risultati dell’attività di contrasto, a cui prende parte anche la Guardia di Finanza, secondo cui ammonterebbero a circa 60 miliardi di euro nel solo 2013 i redditi (da lavoro e non) sottratti agli obblighi fiscali. Poiché il dato si riferisce ai riscontri dei controlli, i quali sono basati solo su un campione variabile di posizioni reddituali, siamo certi che l’entità vera dell’evasione è maggiore. Preme però notare che questi 60 miliardi escludono totalmente un altro dato sull’evasione, ovvero quello patrimoniale derivante dai capitali all’estero, ovvero la grande evasione che Banca d’Italia stima in circa 200 miliardi di euro, tout court. Questi capitali, uno stock patrimoniale, raramente sarà custodito dentro una cassaforte, quindi sicuramente reinvestito per produrre profitti anch’essi lontani dalle maglie del fisco.

Se è vero che, eticamente ancor prima che politicamente, non possiamo giustificare l’evasione fiscale, viene spontaneo chiederci se non sia un delitto il non rubare quando si ha fame; soprattutto nel momento in cui continuiamo a guardare in che modo il Governo italiano affronta le due questioni: quella della piccola e della grande evasione. Da un lato, l’introduzione del redditometro quale meccanismo automatico di controllo di coerenza tra spese e redditi; dall’altro, il fioco tentativo di collaborazione con i paradisi fiscali e qualche nuova idea per il rientro dei capitali dall’estero, idee che hanno la forma di una sanatoria più che di un condono. 

In merito al rientro dei capitali dall’estero, venerdì 24 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo provvedimento per stimolarne il rientro, provvedimento che fa leva più sulla coscienza dei grandi evasori che sugli incentivi legati alla scelta di dichiarare il patrimonio occultato al fisco italiano. Infatti, per coloro i quali decidano volontariamente di collaborare con il fisco italiano potrebbe essere esclusa in primis l’applicazione delle sanzioni penali (quali il carcere). Inoltre, se il “pentito” si autodenunciasse in modo esaustivo, dichiarando quindi tutti i propri patrimoni, reali e finanziari, diretti e indiretti, e allo stesso tempo se nessuna attività accertativa dovesse già essere pendente sulla propria posizione, allora egli avrebbe diritto a uno sconto sulle sanzioni applicabili. Le sanzioni sarebbero infatti, ridotte al minimo (tra il 3% e 15% dell’evaso) e ancora dimezzate nel caso in cui siano stati scelti come destinazione, tra tutti i paradisi fiscali, quelli meno "cattivi", ovvero presenti nella white list. La diavoleria dei dettagli fa sì, inoltre, che per i redditi generati in periodi per i quali si applica la prescrizione della tassabilità degli stessi, ad esempio per quelli costituiti precedentemente al 2002, nessuna sanzione può essere applicata.

Il governo ci tiene a sottolineare come tale misura non sia un condono, in quanto, qualora il regime di tassabilità fosse applicabile, l’imposta verrebbe comunque applicata de facto, ma si premierebbero questi “pentiti” dell’evasione riducendo le sanzioni.

Insomma, appare chiaro come il Governo anche nelle intenzioni stia solo cercando di lanciare un po’ di fumo negli occhi a quanti chiedono redistribuzione ed equità. La misura proposta per il rientro dei capitali all’estero è inutile a tal fine e gli incentivi dovuti allo sconto della pena sono innocui, se non inesistenti nella realtà. Nessuno, date la norma e i parametri vigenti avrebbe davvero l’incentivo di farsi un esame di coscienza e autodenunciarsi dato che, paragonando le imposte che dovrebbe al fisco, in modo certo, nel caso della denuncia volontaria e le imposte che invece dovrebbe al fisco nel caso in cui fosse scoperto (quindi solo se scoperto) tramite indagini, avrà sempre convenienza a rischiare un controllo e nell’eventualità pagare, sempre dopo un lungo contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, piuttosto che pagare sicuramente e subito.

Ancora una volta appare chiaro come il Consiglio dei Ministri e, forse soprattutto, il Ministero del Tesoro che ha proposto la misura in questione, siano lontani dal concepire una qualsivoglia politica equa in termini di responsabilità, fiscali nel caso specifico, e di libertà sostanziali derivanti dalla piena applicazione delle funzioni redistributive dello Stato stesso. Appare chiaro anche il metodo utilizzato per fare approvare una misura del genere: accantonata quando posta nella legge di stabilità, necessariamente al vaglio del Parlamento, e approvata invece dal Governo, senza nessun diritto di critica e/o opposizione da parte di quelle altre forze politiche che, se pure in modo non esaustivo, rappresentano ancora una parte del Paese.

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