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Quirinale Bene Comune: il presidente della Repubblica e la svolta possibile

Stefano RodotàUno spiraglio improvviso nella notte in cui tutte le alternative sono nere. L’esito delle “quirinarie” del M5S apre inaspettatamente un possibile scenario in grado di sparigliare le carte nel campo del centrosinistra, isolare Renzi, mettere all’angolo il PDL insieme allo spettro di un governissimo targato Berlusconi e, allo stesso tempo, far saltare le contraddizioni interne al grillismo. Questa via di fuga ha oggi un nome: Stefano Rodotà.

Arrivato terzo alle consultazioni telematiche dei 5 stelle per la scelta del candidato al Quirinale, e ora indicato ufficialmente da Grillo come il candidato del suo MoVimento dopo la rinuncia di Gabanelli e Strada, Rodotà si presenta subito come la vera opportunità per il centrosinistra di aprire un’intesa con Grillo, offrendo un concreto segnale di discontinuità rispetto all’era in cui la “stabilità e fiducia dei mercati” veniva anteposta da Re Giorgio alla tutela di una Costituzione fatta di diritti sociali e di democrazia sostanziale, assestando un colpo decisivo al risveglio del Caimano e scongiurando quelle ‘larghe intese’ pronte a stritolare per i prossimi mesi ogni istanza di rinnovamento delle politiche economiche.

Con buona pace di Casaleggio che avrebbe preferito un candidato “non politico” e lasciandosi alle spalle le invettive di Grillo nel 2010 sulla “pensione d’oro” di un Rodotà servo della Casta, i privilegiati tra gli elettori del Movimento 5 stelle che hanno potuto partecipare a un voto di cui non conosciamo ancora i numeri, secondo gli stringenti ed esclusivi criteri elaborati da questi alfieri della democrazia virtuale (nel doppio e inscindibile senso di ‘via internet’ e ‘non reale’), hanno loro malgrado innescato un processo potenzialmente innovativo rispetto alla stessa tattica grillina del muro contro muro con Bersani ed esplosivo nel quadro delle ambiguità irrisolte (e forse irrisolvibili) interne al MoVimento. Dopo una corte durata per settimane e terminata con il tanto paventato dialogo con Berlusconi, è Bersani a ricevere adesso un inconfondibile segnale di apertura da parte di un Grillo che non può fare a meno di interpretare la crescente consapevolezza nei 5 stelle di essere l’ago della bilancia nell’immediato futuro. A commento dei risultati delle quirinarie, Grillo lancia la sua sfida a Bersani e si premura subito in questo caso di evidenziare che “Rodotà” è “un nome spendibile a sinistra”, addirittura “perfetto” e che quindi “deve essere votato”. Invitando il PD a convergere sul suo candidato, il leader dei 5 stelle parla per la prima volta di una “collaborazione” con il centrosinistra: un invito che assume i contorni di un’offerta irrinunciabile e realistica proprio grazie al nome di quel ‘terzo classificato’. Segnali di una distensione e apertura al centrosinistra che vanno captati come prodotto di un dibattito acceso in queste settimane tra le diverse anime dei grillini a seguito delle posizioni intransigenti dettate dai due manager del MoVimento, fino al punto di plaudire a una prorogatio del governo Monti in carica piuttosto che mettere la propria bandiera su di un’agenda di governo di cambiamento. Ma non c’è guru che tenga quando una buona fetta dell’elettorato raccolto dai 5 stelle scopre di essere realista a differenza del suo Re mettendo in discussione il ‘buonsenso’ del “mandiamoli tutti a casa” anche a costo di tenerci Monti per un altro anno, e magari stendere nel frattempo un tappeto rosso al ritorno in grande stile del Cavaliere, e iniziando a chiarire finalmente, a se stesso e ai suoi capi, quale sia l’orientamento politico e ideale prevalente nel populistico calderone dei nemici della Casta. Ed è anche per questo che l’esito delle quirinarie può rappresentare un fattore di evoluzione interno alla composizione identitaria dei 5 stelle. Esprimendo il candidato di un’intesa possibile con il centrosinistra, un candidato che porta in dote le battaglie a difesa dei beni comuni, del reddito minimo e dei diritti del lavoro, i 5 stelle si affacciano a una reale prospettiva di governo: passaggio che richiede di risolvere necessariamente le più vistose ambiguità interne, quelle sui temi del lavoro, del welfare, dell’immigrazione, rispetto alle quali i grillini continuano a solleticare i palati del suo elettorato più reazionario, qualunquista e vicino per tanti aspetti a un renzismo così ansioso di superare il Novecento da farci tornare allo spirito dei ruggenti anni ’90 del trionfo liberista (per restarci). Perché se di “collaborazione” si deve trattare, difficilmente questa potrà confinarsi al “conflitto di interessi” e ai “rimborsi elettorali”, questioni certamente importanti, ma secondarie in un Paese dove qualcosa come mezzo milione di lavoratori rischia di restare senza cassa integrazione nel 2013, in cui la disoccupazione giovanile ha sforato il 37% e in cui l’impoverimento crescente delle classi medio-basse si traduce, oltre le cifre, nella drammaticità di chi sceglie il suicidio piuttosto che l’elemosina.

Diritti del lavoro, welfare, beni comuni: queste le priorità che il centrosinistra deve spostare in cima alla sua agenda politica e che adesso, nella possibile alleanza coi 5 stelle sotto l’alto patrocinio di un Rodotà presidente della Repubblica, si trova nelle condizioni di mettere in campo. Un passaggio cruciale per i vertici del PD che hanno inaspettatamente per la mani uno strumento formidabile per segnare una svolta per l’intero partito, per i destini di tutta la sinistra e dell’intero Paese. Mai più si ripresenterà al centrosinistra una simile opportunità di chiudere le porte a Berlusconi dopo un ventennio di egemonia alimentato, governo dopo governo, dalla grettezza di una classe dirigente di centrosinistra troppo impegnata ad assicurare un “quieto vivere” istituzionale alla difesa delle proprie rendite di potere, arrivando a scollarsi del tutto dalla realtà di un Paese ha subito un violento arretramento nei diritti, nella coesione sociale e nella cultura politica. Desertificando ogni alternativa a sinistra piuttosto che mettere le briglie al Cavaliere nelle tante, troppe, occasioni in cui l’azione di governo avrebbe potuto fermarne la corsa, il centrosinistra a guida PD è riuscita adesso a sopravvivere come la sola forza nel campo delle sinistre: un campo su cui Renzi è già pronto a spargere il sale. Adesso il bivio che Bersani e il suo partito devono affrontare non ammette più “terze vie” e la responsabilità di questa scelta è già epocale: o cedere  al “compromesso antistorico” voluto da Napolitano, spianando la strada al definitivo avvento di un Renzi pronto a trasformare l’intero PD in un partito a tutti gli effetti liberista (processo già abbondantemente avviato), oppure scegliere Rodotà, scegliere di ribaltare i rapporti di forza per avviare un rinnovamento nella politica e nel partito, aprire nuove strade per le lotte dei movimenti sociali e in questo modo rimettere in campo un’opzione di uscita dalla crisi europea e italiana “a sinistra”. Ma è, appunto, una scelta decisiva da cui dipende il ripensamento complessivo del centrosinistra e del suo paradigma di compatibilità al berlusconsimo e al modello economico dominante in Europa. Scegliere un presidente della Repubblica così fortemente schierato per i beni comuni e avviare un’intesa inedita con l’ibrido a 5 stelle con un’agenda che parla di reddito, servizi pubblici locali e lavoro significa per il PD e per tutto il centrosinistra fare davvero i conti con la contraddizione già esplosa interna al suo stesso profilo di partito “pigliatutto”, non più social-democratico, non ancora apertamente liberista, che finora ha solo catturato le mosche dell’enorme letamaio berlusconiano. E questo Bersani lo sa bene.

Mai come in questo caso la scelta del garante super partes della Costituzione si presenta come una precisa scelta di campo, in grado di accelerare le contraddizioni interne alle due forze politiche, il centrosinistra e i 5 stelle, da cui nell’immediato dipende il futuro di questo Paese e di milioni di cittadini, lavoratori, cassintegrati, precari e disoccupati, esodati e senza più tutele. Rodotà è il candidato di quella parte migliore del Paese che ha lottato e ancora lotta per realizzare lo spirito e la lettera di una Costituzione che è fondata sul lavoro, sui diritti sociali e la democrazia sostanziale, e che adesso trova l’occasione di sparigliare le carte sul banco troppo ricco per il PdL e per le forze reazionarie, avviando un processo di rinnovamento e ricomposizione nel campo della sinistra. Il PD e i 5 stelle hanno già questa responsabilità storica: farci ripiombare nel ventennio berlusconiano o aprire la breccia per una sinistra fatta, se non di un partito credibile, dai movimenti e le battaglie per un’alternativa alla mannaia dell’austerity. Solo dal basso di questi conflitti può venire e viene il reale cambiamento nella società e nella politica: non sarà dall’alto di un Presidente della Repubblica che potrà venire la svolta. Ma se le istanze ‘dal basso’ possono in qualche modo fare irruzione ‘dall’alto’ tramite il ruolo della prima carica dello Stato, esprimendo la loro natura di “battaglie” dalla e per la Costituzione repubblicana, e innescando così una dinamica di mutamento nei rapporti di forza attuali, allora l’occasione da cogliere è davvero troppo grande per scadere nei miopi tatticismi di partito.    

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:53
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