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Quale futuro per Università e Ricerca? L’alta formazione nel patto di governo Lega-M5S

Quale futuro per Università e Ricerca? L’alta formazione nel patto di governo Lega-M5S

Negli scorsi giorni le due forze politiche uscite vincitrici dalle elezioni politiche del 4 marzo, Lega e Movimento 5 Stelle, hanno siglato un “Contratto per il Governo del Cambiamento”, preludio alla formazione di un nuovo governo.

Il “Contratto” prevede un intero capitolo dedicato a “Università e Ricerca”. L’agenda politica definita appare però piuttosto vaga e poco concreta nei suoi punti cruciali. Alcune delle proposte fanno addirittura temere che, su certi temi, il prossimo governo possa invece agire in una sostanziale linea di continuità con gli assetti attuali del sistema universitario.

Il primo tema affrontato è quello dell’urgenza di una “inversione di marcia” rispetto a una “continua riduzione degli investimenti nel comparto del nostro sistema universitario e di ricerca”. La priorità del “Contratto” è quella di “incrementare le risorse destinate ad università ed enti di ricerca”, e “ridefinire i criteri di finanziamento delle stesse”. Da anni tutte le organizzazioni del settore chiedono di aumentare le risorse destinate a università e ricerca, ed è senz’altro positivo che il prossimo governo prenda atto di questa necessità. Tuttavia l’impegno appare poco credibile: nel documento non c’è alcun accenno a obiettivi minimi di spesa, e manca la definizione di un modello di finanziamento della ricerca che superi quello attuale, che premia con limitate risorse aggiuntive poche realtà ritenute “eccellenti” a scapito della qualità complessiva del sistema universitario. Questo governo intende andare verso una ulteriore concentrazione delle risorse verso una élite di poche strutture di ricerca, o vuole piuttosto affrontare il problema delle diseguaglianze interne al sistema universitario, lavorando per appianarle? Al momento la domanda è senza risposta.

La seconda questione affrontata è relativa alla necessità di un maggiore coinvolgimento dell’Università nello sviluppo, culturale, scientifico e tecnologico del paese, con particolare riguardo agli ambiti della “terza missione”. Il tema è tuttavia declinato esclusivamente sulla necessità di attrarre investimenti privati ed europei, con una chiara priorità agli incentivi alle “partnership pubblico-private”, che “consentiranno, di fatto, un maggior apporto di risorse in favore della ricerca”. Non è chiaro cosa il prossimo governo abbia in mente per quelle numerose realtà territoriali e disciplinari prive di un settore privato interessato a tali forme di finanziamento. Resta poi da capire in che termini e modi una “costante sinergia” con la prospettata “banca per gli investimenti” possa indirizzare fondi per una “innovazione” che andrebbe definita in termini di settori considerati strategici.

Se risultano apprezzabili, ma fin troppo generici, i riferimenti a una riforma complessiva dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica, quando si inizia a parlare di riforma del sistema di reclutamento “per renderlo meritocratico, trasparente e corrispondente alle reali esigenze-scientifico didattiche degli atenei”, il documento rivela un approccio contraddittorio. Da una parte si avanzano proposte effettivamente urgenti e richieste a gran voce in questi anni dai movimenti studenteschi, dai dottorandi e dai ricercatori: necessità che il maggior numero possibile di studenti acceda “ai gradi più alti degli studi”; nuovi finanziamenti per il diritto allo studio e l’estensione della No Tax Area, in modo da aumentare “la percentuale di laureati nel nostro Paese, oggi tra le più basse d’Europa”. Dall’altra, però, non solo viene pienamente confermato l’accesso a numero programmato negli atenei, ma addirittura si prospetta un suo rafforzamento sulla base di un modello che “assicuri procedure idonee a verificare le effettive attitudini degli studenti”. Tale obiettivo paventa una preoccupante continuità con quanto avvenuto sinora, in un sistema che risponde contraddittoriamente al basso numero di laureati restringendo sempre di più l’accesso all’Università. Un approccio che sancisce la rinuncia ad affrontare compiutamente il problema della costante riduzione di risorse e di docenti strutturati necessari per una didattica di qualità. Un’offerta formativa di qualità non è fatta solo di conoscenze e competenze, trasmesse meccanicamente da docente a studente, ma è caratterizzata soprattutto dallo sviluppo di senso critico e dall’acquisizione di un metodo di analisi che si forma prevalentemente attraverso il confronto attivo tra studente e docente. Tutto questo sembra però essere trascurato nel programma. 

Se quindi l’accesso alle aule e banchi degli atenei continuerà a essere ristretto, le possibilità per formarsi “on-line” da casa propria saranno invece incentivate, addirittura con “finanziamenti finalizzati” alle attività formative telematiche delle università statali e una migliore regolamentazione delle università telematiche private. Piuttosto che ampliare i finanziamenti per mettere più docenti strutturati dietro le cattedre, in aule vere non troppo affollate, il prossimo governo intende dare più risorse a canali di formazione che per definizione richiedono numeri bassi di docenti, dietro un computer.

Che ne sarà dei docenti e ricercatori che in “carne ed ossa” alla base di una didattica e ricerca di qualità? Sul tema del precariato nella ricerca colpisce negativamente il livello di astrazione espresso dal contratto di governo, in cui si parla di “superare la precarietà”, di “valorizzare i nostri docenti e ricercatori” e di “assicurare adeguate condizioni lavorative” attraverso un generico impegno a “incrementare significativamente le risorse”. Non una parola sull’entità e sulle modalità di programmazione di tali risorse, né sull’opportunità di rimettere mano a quella legge 240 del 2010 (la Riforma Gelmini) che ha istituzionalizzato il precariato nel mondo universitario, condannando intere generazioni di giovani ricercatori. 

Superare forme contrattuali precarizzanti che rendono i giovani ricercatori sempre più ricattabili e allo stesso tempo allargare i canali del reclutamento sono premesse fondamentali per contrastare le prevaricazioni di quei pochi che controllano i finanziamenti all’interno dell’università. Solo in questo quadro possono e devono essere introdotti strumenti normativi nuovi e più adeguati per contrastare la piaga dei concorsi truccati e la manipolazione illegittima dei processi di valutazione e selezione di docenti e ricercatori. Il “Contratto” mette in evidenza l’urgenza di liberare l’università dalla presenza di “baronati” senza però inquadrare la questione nella sua connessione con il nodo del reclutamento e del superamento della precarietà, non indicando nemmeno quale possa essere l’approccio da adottare per riformare l’impianto normativo dei concorsi.

Il tema della semplificazione della legislazione universitaria e di una riforma della governance degli atenei sono correttamente evidenziati come prioritari: sarebbe da capire, in prima battuta, almeno quali principi debbano ispirare tale processo di revisione. La semplificazione deve riguardare innanzitutto i contratti precari e il sistema di reclutamento? La governance del sistema e dei singoli atenei deve essere riformata in modo da restituire spazi di democrazia e partecipazione da parte degli studenti, dei dottorandi, dei ricercatori e dei lavoratori? Il programma su questo non si esprime.

Ambigua appare anche la volontà di ridisegnare il ruolo dell’ANVUR “facendone uno strumento per il governo (e non di governo)”. Se questo significherà ridimensionare le prerogative dell’agenzia, riformarne il mandato e i meccanismi di governance - in modo da renderla realmente indipendente dal governo e con soli compiti di analisi e informazione sul sistema universitario - allora non potrà che essere una buona notizia per l’Università. Corretto appare invece l’impegno a conferire un ruolo maggiore al Consiglio Universitario Nazionale, a patto però che si ridiscuta preliminarmente a fondo la sua governance: al momento infatti tale organo non può dirsi realmente rappresentativo dell’intero sistema universitario, non prevedendo rappresentanze specifiche per i dottorandi, assegnisti di ricerca e ricercatori a tempo determinato, che pure costituiscono il segmento del pre-ruolo universitario.

Interessante risulta, infine, la proposta di costituire un’agenzia unica della ricerca per il coordinamento dei diversi enti e centri di ricerca: bisognerà però capire in concreto come il governo vorrà strutturarla, con quale governance e quali risorse. È soprattutto importante che l’agenzia assicuri un raccordo efficiente degli enti di ricerca, e non diventi un’ulteriore stratificazione burocratica, scarsamente trasparente nell’operato e nelle logiche di indirizzo.

In conclusione il capitolo del “contratto di governo” sui temi dell’Università e della ricerca contiene alcuni spunti promettenti, diverse priorità discutibili e impegni fin troppo generici per poter essere valutati in questa fase. Staremo a vedere se e in che modo potrà esplicarsi una reale volontà politica di affrontare i nodi critici e prioritari del reclutamento accademico, della riforma del pre-ruolo, del diritto allo studio e del ripristino di livelli di finanziamenti pari almeno al periodo pre-2008. I precari della ricerca, i dottorandi e gli studenti che da anni chiedono a gran voce, dentro e fuori le aule universitarie, un cambiamento radicale del governo dell’Università e della ricerca pubbliche, attendono al varco il prossimo “governo del cambiamento”.
 
(21 maggio 2018) 

 

Ultima modifica ilMercoledì, 23 Maggio 2018 17:39
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