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Appunti per il cambiamento: una prospettiva a sinistra è possibile e necessaria

economist copertina grillo berlusconiRiceviamo e pubblichiamo.

Il dibattito a sinistra proposto dal Corsaro è una occasione di riflessione che non bisogna perdere. Al di là degli schemi algebrici da manuale Cencelli che le prossime settimane ci diranno i nomi delle principali “caselle istituzionali” (presidenti delle Camere, presidente del Consiglio, capo dello Stato), il punto da problematizzare è la via percorsa dalla Sinistra sociale e politica del Paese per realizzare il cambiamento.

Lorenzo Zamponi e Ilvo Diamanti hanno colto una avveduta mappatura sociologica del voto per la XVII legislatura. Molto più crudi sono stati gli analisti internazionali: “Send in the clowns”, ha titolato The Economist; “L'Italie face à ses deux populismes”, ha scritto lo storico Jacques de Saint Victor su Le Monde giusto il 4 marzo. Populismo, antipolitica. Secondo lo storico francese il “Grillosconi” sarebbe frutto di un'epoca iperindividualista e postpolitica miscelata alla tradizionale cultura del Capo, vista come tipica della penisola. Demagogia fiscale da un lato e indignazione sterile dall'altra. Un bel contorno di analisi che fa il paio con l'intervista rilasciata proprio il giorno successivo allo Tsunami da Guillaume Bachelay, numero due del Partito Socialista francese, che indicava in Grillo e Berlusconi le facce di una stessa medaglia, euroscettica e avversaria della politica di contenimento in salsa socialista della spesa finalizzata ad un nuovo dinamismo economico, idealmente contraria all'austerity conservatrice.

Categorie interpretative che ricordano molto da vicino quelle che il Partito Democratico ha utilizzato per tutta la campagna elettorale, allo scopo di promuovere un governo delle compagini “europeiste e democratiche” (progressisti e moderati) contro i conservatori e populisti d'ogni matrice. Una ripresa contemporanea dell'idea migliorista di alleanza fra sinistra e centro, o della prospettiva di “rapporto con la destra” che Massimo D'Alema ha espresso anche nella direzione del PD del 6 marzo. Categorie interpretative fallimentari. E, in questo, l'Italia è un campanello d'allarme per il socialismo europeo e l'intera sinistra continentale in vista delle elezioni del 2014.

Hollande è stato molto chiaro nel suo discorso all'Europarlamento del 5 febbraio: "Ce qui nous menace, ce n'est plus la défiance des marchés, mais celle des peuples". A minacciarci non è più la fiducia dei mercati, ma quella dei popoli. Una fiducia fragile, che rischia di cadere sotto i colpi di politiche insufficienti e metodi decisionali non effettivamente inclusivi.

Il riformismo moderato, matrice del bersanismo, è stato fondamentale per mettere sotto scacco Vendola, inteso come la sinistra che punta a una prospettiva di governo, e Renzi, il nuovismo fine a se stesso. Utile agli equilibri interni, di partito e di coalizione. Fallimentare, dal punto di vista dell'inclusione delle soggettività sociali che vivono la crisi in un discorso di costruzione dell'alternativa. Su questo punto, maggior credito andrebbe dato all'esperienza di “Uniti contro la crisi”: è stato un salto di qualità metodologico, che ha portato la sinistra sociale a confrontarsi seriamente coi movimenti tutti, mettendo in campo parole d'ordine condivise e pratiche d'azione condivise e inclusive. Certo, da UCC al governo ce ne passa, ma l'espressione “Bene Comune”, almeno, non è stata distorta malamente, come è invece avvenuto nella coalizione che io stesso ho sostenuto e votato il 24 e 25 febbraio. “Bene comune” ha indicato una prospettiva di unità, con un intelligente immaginario del cambiamento che la fase dell'autunno 2010, proseguita fino alla meravigliosa esperienza dei referendum del giugno 2011, aveva contribuito a rendere seriamente contro-egemonico. Esaurita la capacità propulsiva dei movimenti con la fine del berlusconismo e la chiusura, si spera a breve, dell'esperienza tecno-conservatrice, è rimasto l'anelito del cambiamento. Un desiderio rimasto forte nelle energie positive inespresse della società. Non è solo il momento di un mesto mea culpa quando la proposta di Reddito Minimo Garantito della sinistra non esiste in un dibattito pubblico in cui ha più successo il reddito di cittadinanza e il micro-credito alle imprese, cavalli di battaglia dei Cinque Stelle. “Chers amis italiens, cette fois, vous avez fait fort!” ha scritto Philippe Rider, corrispondente dall'Italia. L'abbiamo fatta grossa.

Ma non nel senso descritto dallo storico de Saint Victor. Nella capacità, piuttosto, di dire che i popoli possono dire platealmente e irriverentemente ai propri ceti dirigenti che non hanno più fiducia in loro: questo è il dato incommensurabilmente rivoluzionario di queste elezioni. In tal senso, non si può negare la necessità di un cambiamento radicale della classe dirigente, che passi attraverso un protagonismo diffuso di tutte quelle esperienze di buon-governo e di “rinnovamento municipale” che abbiamo imparato a conoscere nelle amministrative del 2011. Esperienze che Italia Bene Comune aveva il compito di comprendere e rivalutare, se voleva parlare di “beni comuni”. Invece, la carica dei progressisti è stata chiusa seccamente con le primarie parlamentari, organizzate in una fretta esasperata. Ciò è bastato per consentire quell'operazione di recupero minimo del Cavaliere che racconta bene Lorenzo Zamponi, operazione basata sul classico “messaggio anti-tasse e anti-stato, in cui l'elettorato conservatore, educato da decenni a condoni fiscali e laissez faire, continua a riconoscersi più che in quello quello rigorista e austero di Monti”. Un Monti che Le Monde paragona giustamente al Necker del 1789: il tecnico che non vede al di là del suo naso e, con buona pace di Montezemolo, è ridotto ai minimi termini.

Vincere sulla scorta della mobilitazione: l'occasione persa dai progressisti, lo stimolo fondamentale di Grillo, capace di espropriare il movimento, in particolare studentesco, di una espressione che ha connotato gli ultimi anni. L'ondata di mobilitazione è appena arrivata ad uno dei suoi apici e, senza una robusta iniezione di buona politica, rischia di continuare, sconvolgendo non solo gli equilibri istituzionali esistenti, ma anche le prospettive di cambiamento che la sinistra sociale e politica ha rincorso negli ultimi anni.

Sinistra Ecologia e Libertà, che ha dimezzato il proprio potenziale di consenso e ha accettato rapporti di forza stringenti all'interno di una dinamica di coalizione, può essere probabilmente uno degli ultimi grimaldelli nella mani dell'universo del cambiamento: con il risultato minimo della decenza, ossia un volume di voti simile a quello della Sinistra Arcobaleno, ha portato sugli scranni parlamentari non solo elementi della propria dirigenza. Ma anche esponenti dei mondi a noi più vicini, associazionismo, sindacato: Giorgio Airaudo e Giulio Marcon su tutti. E con tutti i limiti dell'esperienza e delle tattiche dell'ultimo anno e mezzo, sia chiaro.

Basta tutto questo? Di certo no. Ma non può che essere un embrione di progetto. Ci sono due parole d'ordine che SEL ha espresso nel suo primo congresso nazionale: primarie, stati generali della Sinistra. Mentre le prime vanno ricondotte, nelle venture dinamiche delle elezioni amministrative, ad una cornice territoriale, accompagnando il cambiamento della classe dirigente allo squadernamento di un orizzonte programmatico di trasformazione, i secondi vanno prodotti nella maniera più rinnovata possibile. Syriza ha all'ordine del giorno della sua discussione interna la questione della sua natura: confederazione per divenire un soggetto unico, unità d'azione di forze distinte. È necessario che SEL, unico soggetto rimasto a sinistra dopo lo tsunami con un sufficiente radicamento territoriale e con una presenza nelle amministrazioni e sugli scranni parlamentari, riconosca anzitutto di avere il “cerino in mano”. Il ruolo di Nichi Vendola, la cui spinta carismatica è esaurita da tempo e non sarà certamente recuperata dalla prosecuzione dell'esperienza, pur encomiabile, di governatore della mia terra, non può essere quella di pontiere fra PD e M5S, o fra PD, M5S e Rodotà premier, malgrado quest'ultima possa essere una nuova ultima carta. È necessario che l'appuntamento di quest'anno del II congresso di SEL non costituisca l'anticamera del riconoscimento di consistenza solo in subordine al PD e/o a Italia Bene Comune, perché a prossime eventuali primarie Renzi sarà il “candidato di tutti”. E a quel punto, Vendola si candiderebbe dentro il PD per salvaguardare una impostazione socialdemocratica? Rischiamo seriamente che non ci sarà più un centrosinistra, fra qualche tempo, dopo la limatura pesantissima della sinistra. Lo dico a chi, con pervicacia, vede nella fine dei progressisti un buon modo per far avanzare la sinistra: se non c'è un centrosinistra, non c'è neppure un possibile interlocutore che, con tutti i propri limiti, può garantire una serie di misure progressive tangibili come il rifinanziamento della scuola pubblica, dell'università e del diritto allo studio. La Toscana dice niente? Oggi più che mai, è necessario un percorso politico che parta dal basso: confronti pubblici locali con gli eletti M5S, per chiarire la forza di un progetto progressista e di sinistra. Va rilanciata l'unità d'azione della sinistra politica e sociale, nell'ottica della necessità di un approccio di governo. Un approccio che metta insieme i contenuti degli ultimi dieci e più anni di lotte della sinistra alternativa e la necessità di una prospettiva di gestione dei processi. Quando in campo non ci sono processi da avversare come una riforma neoliberista dell'università, non è possibile immaginare la discesa in campo dei movimenti. Se ciò avverrà in una dimensione di massa, non potrà che essere su spinta del sindacato, ma la CGIL deve ancora riflettere seriamente sul suo ruolo storico. Esistono ancora le dimensioni locali di opposizione alla crisi e al neoliberismo, vertenze di settore silenziate nel dibattito pubblico; esistono esperienze di governo aperte al contributo di tutti, che abbiamo il compito di recuperare. La convenzione delle forze del cambiamento e della trasformazione deve essere lanciata, senza chiusure preventive. Nuove politiche, amministrative, ma soprattutto la possibilità, per le Europee 2014, di un percorso di mobilitazione continentale che pure è l'obiettivo dei socialisti europei: questi i passaggi in cui tornare a insistere. In una dimensione metodologica che non è “nuova”, come giustamente rimarcava Sinopoli nel suo articolo, ma è “solo” quella abbandonata in favore del mordersi la lingua e di avere raccordi puramente strumentali con i soggetti sociali. Bisogna recuperare i “Cambiare si può”, gli ALBA, l'esperienza di Rivoluzione Civile che Ingroia intende proseguire, le forze dell'alternativa sociale e della trasformazione politica, ponendo una proposta di alleanza aperta a tutti i progressisti, un profilo di governo e la trasformazione dei livelli organizzativi delle principali forze coinvolte. È possibile e necessario.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 00:57
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