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Crisi, Grecia, Europa: intervista a Laura Slimani (Young European Socialists)

Crisi, Grecia, Europa: intervista a Laura Slimani (Young European Socialists)

Laura Slimani è da novembre 2013 presidente del MJS – Mouvement des Jeunes Socialistes, organizzazione giovanile francese associata al Parti Socialiste. Consigliera comunale a Rouen, sua città natale, è presidente di YES – Young European Socialists dall'aprile 2015. YES è la confederazione europea che raduna le giovanili socialiste e socialdemocratiche del continente, diretto interlocutore dell’Internazionale Socialista e del Partito del Socialismo Europeo. Sebbene non condividiamo la linea politica e strategica del movimento socialista e social-democratico, in particolare in questi tempi, riteniamo importante conoscere confrontarsi con le riflessioni di più avanzate in quel movimento. Grazie a Laura per aver accettato il nostro invito a confrontarsi con Il Corsaro.

La vittoria del NO al referendum greco ha segnato non soltanto la battuta d'arresto di Angela Merkel e dei conservatori europei, ma anche la sconfitta di coloro che hanno cercato un compromesso con il governo di Alexis Tsipras nel nome dell'austerità e della conservazione. I voti del PASOK sono passati a Syriza o Nea Dimokratia, dimostrando che il compromesso fra socialisti e conservatori sotto le insegne neoliberiste non funziona. I Giovani Socialisti Europei (YES) hanno scritto ai dirigenti europei dicendo «nessuna esitazione, scegliete la democrazia». Chi ha vinto il 5 luglio, secondo voi? Chi vincerà più a lungo termine? Che destino si profila per la Grecia?

Il 5 luglio è anzi tutto una vittoria della democrazia, ossia del popolo greco. È una vittoria della volontà politica sul potere finanziario e tecnocratico. È anche una vittoria della speranza per cui un'altra Europa, quella della solidarietà, è possibile. Infine, è una vittoria di Alexis Tsipras nel quadro di questi negoziati. Siccome, malgrado una pressione politica ed economica estremamente forte, egli ha ottenuto il sostegno dei greci per chiedere la ristrutturazione del debito, ciò gli conferisce più forza nei negoziati.

Anche se dicono il contrario, Angela Merkel e le altre parti in causa devono oggi tener conto di questo voto, che è un rifiuto deciso e di massa delle politiche di austerità imposte ai greci, senza alcun risultato e i cui costi sociali, sanitari, ecologici sono notevoli.

Io non sono un'indovina, ma oso sperare che i dirigenti europei non lasceranno uscire la Grecia dall'eurozona. Ritengo che l'argomentazione geopolitica peserà in tal senso, poiché la Grecia, una volta fuori dall'eurozona, volgerebbe lo sguardo alla Russia, alla Cina o alla Turchia. Credo che i leader socialdemocratici, in particolare François Hollande, Matteo Renzi e Sigmar Gabriel, dovrebbero cogliere questa occasione per superare gli egoismi nazionali al fine di costruire un'Europa solidale e sociale.

Paul Krugman ha scritto: «Abbiamo appena assistito a una Grecia che regge una campagna veramente vile di bullismo e di intimidazione, un tentativo di spaventare il popolo greco, e non solo al fine di accettare le richieste dei creditori, ma di sbarazzarsi del loro governo. È stato un momento vergognoso della storia europea moderna e avrebbe stabilito un vero brutto precedente se fosse riuscito».

La campagna d'intimidazione ha visto dei protagonisti molto forti fra i socialdemocratici tedeschi, al governo insieme ad Angela Merkel. Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo ed ex candidato alla presidenza della Commissione dell'UE del Partito dei Socialisti Europei, dichiarò che se il NO avesse vinto, la Grecia avrebbe introdotto un'altra valuta nazionale. Perché i socialdemocratici tedeschi arrivano a intimidire il governo greco? Perché questa subordinazione culturale verso una rigorosa ortodossia finanziaria?

La risposta è in parte nella domanda. In effetti, l'ideologia dell'ortodossia finanziaria è molto forte in Europa oggi, ancor più in Germania rispetto agli altri Paesi europei. Ma non bisogna dimenticare che il costituzionalismo economico, ossia l'instaurazione di regole di finanza superiori alle leggi d'ogni nazione, è al centro della costruzione europea. Per esempio, noi abbiamo creato una Banca Centrale Europea senza alcun controllo democratico, il cui mandato include il controllo dell'inflazione e non lo stimolo all'impiego, e che non è prestatrice di ultima istanza verso gli Stati. Questa configurazione rende gli Stati totalmente dipendenti dai mercati finanziari, cosa che limita i propri margini di manovre politiche interne. Allo stesso tempo, i criteri finanziari sono stati definiti in modo molto oscuro e restringono in modo considerevole l'azione degli Stati. Infine, l'ultima manifestazione del costituzionalismo economico è il trattato finanziario del 2012, che sottomette i bilanci degli Stati alla Commissione Europea, la cui legittimità democratica è molto flebile.

Il risultato di questa logica è una tecnicizzazione a oltranza dei dibattiti economici, che sono peraltro molto politici e una questione di scelte. Da qui la tentazione dei governi tecnocratici, che sembrerebbero i più adatti, secondo i neoliberisti, a impostare politiche economiche «efficaci». Ciò era anche quello per cui spingeva la «terza via» di Schröder e Blair. In quanto socialisti, il nostro ruolo è affermare e dimostrare che una politica economica di sinistra si distingue in modo radicale da una politica economica di destra. Solo riprendendo le redini del livello economico, attraverso la regolamentazione della finanza, l'armonizzazione fiscale e sociale dell'Europa tramite la redistribuzione delle ricchezze e del lavoro arriveremo a rompere col sentimento sempre più grande dei nostri concittadini per cui è possibile una sola linea politica. Tocca a noi convincere le generazioni precedenti alla nostra!  

Il governo di Matteo Renzi si colloca nella «terza via» di Tony Blair e applica in modo forte politiche neoliberiste: tagli della spesa pubblica, riforme dirigiste dell'istruzione, liberalizzazione del mercato nel lavoro che aumenta l'instabilità e l'insicurezza. Renzi è alla guida di un Paese continuamente a rischio nel contesto della crisi, con più del 45% di disoccupazione giovanile e più del 12% di disoccupazione totale: la sua battuta sul referendum greco come un «derby fra euro e dracma» ha creato un fossato con Alexis Tsipras. Come leggete il ruolo dell'Italia nella condotta dei negoziati?

Non bisogna sottovalutare la pressione che Matteo Renzi e François Hollande devono affrontare su scala europea. Ritengo che il miglior modo di battersi per altre politiche in Europa sia anzi tutto un fronte europeo dei leader socialdemocratici, per costruire un vero braccio di ferro con Angela Merkel.

In effetti, quel tweet di Matteo Renzi non era indispensabile. Penso, in ogni caso, che non spetti ai dirigenti politici di un altro Paese dire ai greci ciò per cui votare. Ma, al di là della boutade, ciò che importa oggi è l'impegno dei capi di governo e di Stato nei negoziati. Con la presidente degli JUSOS [la giovanile sociademocratica tedesca, n.d.r.], Johanna Uekermann, noi abbiamo sottoscritto un appello per chiedere a François Hollande e Sigmar Gabriel di essere all'altezza delle loro responsabilità di leader socialdemocratici europei e di schierarsi a favore di una ristrutturazione e di un annullamento parziale del debito greco, unico elemento utile per sbloccare i negoziati. Noi non accetteremo di essere la generazione che vedrà lo smantellamento dell'Unione Europea.

Laura, dici «essere all'altezza», bene. Tuttavia, alla luce dei risultati dell'Eurosummit, il governo greco è stato vittima di una intimidazione senza precedenti da parte del governo tedesco, in modo particolare. La richiesta di ristrutturazione del debito è stata marginalizzata, anche se il governo greco ha ottenuto un prestito di 35 miliardi. Come possiamo costruire un'Europa politica, legittimata dalla sovranità popolare, se l'Eurosummit arriva a imporre un ultimatum tra riforme ultra-liberiste e uscita dall'euro, il «Grexit»? Is this a coup? Non è paradossale che una delle rare alternative al capitalismo sia proposta da papa Francesco? Che destino avrà la democrazia in Europa?

La successione dei fatti mi mette estremamente a disagio rispetto alle istituzioni europee e ai dirigenti politici europei, compresi, per certi aspetti, quelli della mia famiglia politica. Ho la nausea quando vedo il giochino della Merkel e di Schäuble, finalizzato a umiliare i greci. Sono convinta che se Schäuble potesse impedire le elezioni nei Paesi indebitati lo farebbe. Le misure incluse nell'accordo concluso tra Grecia e UE rappresentano un'ingerenza senza precedenti nella sovranità democratica di uno Stato, quando si vede per esempio il controllo che sarà esercitato sull'azione di governo, o ancora le richieste molto pressanti affinché alcuni ministri fossero sostituiti. Ritengo che François Hollande abbia giocato un ruolo di intermediario nei negoziati. Sarebbe stato necessario che i socialdemocratici battessero di più i pugni sul tavolo, rifiutando che le misure imposte andassero oltre. Se noi non proponiamo quanto prima un piano per far uscire l'Europa da questa strada anti-democratica e anti-sociale dovremo fronteggiare un'opposizione sempre più violenta al progetto europeo.

Le idee per rendere l'Europa più democratica non mancano, peraltro. Si potrebbe, come propone Thomas Piketty, istituire un Parlamento per l'eurozona, al fine di controllare gli obiettivi della politica monetaria e sostituire la Commissione nel controllo anti-democratico dei bilanci che essa esercita oggi sulle finanze degli Stati in forza della messa in campo del trattato finanziario (TSCG, il «fiscal compact»). Si potrebbe anche conferire al Parlamento il potere d'iniziativa legislativa ed estendere il suo ruolo alle questioni fiscali e sociali, al fine di intervenire sul salario minimo europeo, su una tassa sulle transazioni finanziarie o un'imposta europea per le imprese.

Tuttavia, questa democratizzazione deve essere spinta dai capi di stato e di governo. È per questo che insisto molto sul ruolo dei dirigenti socialdemocratici europei come Hollande, Renzi, e spero nel giro di qualche mese Costa in Portogallo e Sanchez in Spagna. Ci è stata spacciata da sempre la «politica dei piccoli passi». in realtà tutto ciò che produce questa politica è la disillusione. Bisogna far sì che i dirigenti socialisti in Europa siano dei «Thatcher di sinistra» a livello di metodo: capaci di bluffare, sbattere i pugni sul tavolo, abbandonare il tavolo dei negoziati finché non si ottiene ciò che si vuole. Oggi è questa la sola maniera di cambiare radicalmente la direzione del progetto europeo.

Quale il ruolo, per i prossimi anni, del campo politico dei socialisti europei? La sconfitta di Ed Miliband nel Regno Unito, le scelte di Matteo Renzi, le parole dei dirigenti della SPD sembrano suggerire che questo spazio politico non abbia intenzione di costruire un programma alternativo. Pur con tutta la complessità di una relazione fra voi e gli ecologisti e la sinistra anticapitalista in seno al Parlamento Europeo, perché non guardare a un incontro tra queste culture piuttosto che alle «larghe intese» tra socialisti e conservatori?

Sono per l'apertura di un dibattito, in seno alla famiglia socialista europea, sulla nostra strategia. Sono personalmente contraria alla logica della grande coalizione permanente su scala europea per tre ragioni. Prima di tutto, sul piano dei valori, trovo questa scelta particolarmente da contestare. Ci sono, nella Commissione Europea, persone con cui non credo possiamo allearci, per una questione di coerenza con i nostri valori. Penso in particolare al Commissario spagnolo all'ambiente che ha espresso dichiarazioni sessiste. Penso anche che una gran parte della destra europea non rispetti i valori fondamentali dell'Unione e che noi dovremmo rifiutare di allearci con il PPE per questa ragione. È accettabile per noi il partito europeo di Victor Orban, che ha limitato le libertà nel suo Paese, che fomenta l'odio verso gli stranieri e costruisce addirittura un muro alla sua frontiera? Penso di no.

In secondo luogo, questa strategia offusca il nostro messaggio verso l'elettorato. In effetti, noi facciamo campagna su un certo numero di valori e proposte che non vedono la luce. Ci ritroviamo spesso a dover assumere politicamente le scelte fatte dalla destra in tema di austerità, di liberalizzazione del mercato del lavoro, e non traiamo mai beneficio dai rari passi avanti fatti. Ritengo che questa strategia rafforzi la posizione «antisistema» dell'estrema destra e di altri partiti di sinistra, che non metto sullo stesso piano. Questi partiti si appellano a queste grandi coalizioni per dire che noi siamo i garanti del sistema, contrariamente a loro, mentre come socialisti noi abbiamo come obiettivo la trasformazione di questo sistema.

Non si può restare indifferenti al crescente consenso raccolto da questi partiti in numerosi Paesi europei e, d'altro canto, all'indebolimento del nostro sostegno elettorale. Spesso si risponde su questo tema sostenendo che il sistema proporzionale ci obbliga a fare questo tipo di coalizioni per ottenere dei miglioramenti. Certo, d'altro canto questi miglioramenti sono troppo esigui. Se si prende ad esempio il piano Juncker, che ci è stato presentato come il rilancio economico dell'Europa, ci accorgiamento che la montagna ha partorito il topolino, con appena 15 miliardi di autentici investimenti pubblici, non supplementari ma riassegnati. In sintesi, penso che le coalizioni possano marciare sulla base di rapporti di forza che diano luogo a una roadmap chiara per la maggioranza, come è il caso della Germania, per esempio. Noi abbiamo fatto l'inverso: si dice «Juncker è arrivato prima, per questo deve essere presidente della Commissione, noi lo sosterremo qualunque cosa ci dica». Avremmo dovuto dire: «è legittimo che Juncker sia presidente della Commissione Europea, ma la destra ha bisogno di noi per ottenere la maggioranza in Parlamento. Noi vogliamo dunque questa, questa e quest'altra misura nell'accordo di maggioranza. Se non saranno presentate, rimetteremo in discussione la nostra partecipazione alla coalizione». Avremmo anche potuto decidere di lasciare Juncker presidente di una coalizione di minoranza e negoziare il nostro sostegno caso per caso per ottenere degli avanzamenti su ogni testo.

Ritengo in ogni caso che ci sia bisogno di una vera discussione nella famiglia socialista e socialdemocratica europea: la nostra strategia di coalizione funziona? Ci permette di progredire nelle coscienze e dunque nelle urne? Non bisognerebbe dire qualche volta no a una destra sempre più nauseabonda, per riprendere credito nell'opinione pubblica europea? Non dovremmo avere interesse verso la costruzione di più ponti con l'insieme della sinistra europea, di cui una parte è molto dinamica, per tentare di costruire una coalizione di sinistra in Parlamento? A rischio d'essere tagliati fuori subito, questi elementi dovrebbero come minimo essere l'oggetto della discussione nei mesi che verranno al fine di definire la nostra strategia per il 2019.

Il ruolo della Francia. Quinta potenza mondiale, fondatrice della Comunità europea, membro permanente del Consiglio di Sicurezza ONU, protagonista indiscussa della scena politica mondiale. La Francia di François Hollande, dopo le grandi speranze suscitate dalla vittoria del 2012 in tutta Europa, non sembra uscire da una crisi senza fine e le elezioni locali (municipali, dipartimentali) hanno rimarcato una droitisation, uno spostamento a destra dell'elettorato. Perché il governo francese sembra così silenzioso nel negoziati di queste ultime settimane? Perché questa timidezza?

Nel 2012, dopo il ritorno al potere della sinistra in Francia, noi abbiamo costruito una campagna, «Rise Up, per un'Europa del lavoro, democratica ed ecologista». Questa scelta non era priva di significato: noi sapevamo che il solo luogo in cui non eravamo al potere era l'Europa. Ora, come dicevo prima, l'integrazione europea limita in modo considerevole la nostra azione sul piano economico e di bilancio. Noi ci eravamo impegnati con molte altre organizzazioni giovanili socialiste in Europa affinché François Hollande e altri battessero i pugni sul tavolo per un'altra Europa. Si trattava anche di preparare il terreno alle elezioni europee, che erano per noi l'opportunità di far svoltare a sinistra le istituzioni e di mettere fine alle politiche di austerità. Sfortunatamente siamo rimasti delusi inizialmente per l'assenza di un'autentica rinegoziazione del fiscal compact, laddove questa era una promessa della campagna e ciò condizionava la nostra capacità di costruire politiche di sinistra nel corso del mandato. In seguito siamo stati delusi dal risultato delle elezioni europee, che non hanno permesso di costruire una maggioranza progressista in Parlamento.

Credo che ciò che freni spesso la Francia in questo genere di momenti sia la potenza storica e politica dell'amicizia franco-tedesca, che fa sì che noi non ci imponiamo quando gli orientamenti divergono. Ma penso che proprio come tra i migliori amici ci siano dispute, talvolta anche molto forti, e che questo non impedisca di riconciliarsi una volta che i problemi siano stati risolti. È meglio dire le cose con chiarezza che lasciarle marcire nei non-detti che finiscono per esplodere in modo più violento. Penso che noi dovremmo assumere come un dato di fatto il nostro disaccordo attuale con la politica di Angela Merkel e con l'intransigenza di numerosi dirigenti politici tedeschi per quanto riguarda la Grecia.

Detto ciò, considero tutto sommato positivo il ruolo giocato da François Hollande nella crisi greca. Hollande non ha espresso un sostegno forte tanto quanto noi avremmo auspicato in favore del governo di Tsipras, certo. Ma il presidente francese fa parte di quei rari socialdemocratici europei che non hanno fatto campagna per il «sì» al referendum e che hanno affermato che il popolo greco era libero di fare le proprie scelte senza ricatti. Auspico che François Hollande giochi un ruolo chiave nel prosieguo della crisi greca.

La crisi greca è un tassello della crisi più generale dell'Europa: l'Italia e la Francia condividono una bruttissima cartolina, quella di Ventimiglia. L'immigrazione, come ha dichiarato Romano Prodi, «è il risultato di una geopolitica fuori controllo di Libia e Siria dove le potenze, europee e non, fanno e disfano i propri giochi». La Lega Nord italiana, come il Front National francese, gioca sull'opposizione all'accoglienza di migranti per ottenere un consenso nel proprio Paese da parte della classe media impoverita e spaventata. Secondo Prodi, «il declino della democrazia comincia da fatti come questi». L'Europa vede un'emergenza democratica? Perché su un tema così importante l'opinione pubblica e il ministro dell'Interno di una nazione storicamente meticcia come la Francia sollevano un muro – quasi come l'Ungheria alla frontiera con la Serbia?

La questione dell'immigrazione fa parte delle grandi sfide per la sinistra del 21° secolo. Anzi tutto perché la situazione internazionale, fatta da conflitti interni e crisi umanitarie sempre più numerose, spinge un gran numero di donne e uomini a fuggire dalla miseria e dalla guerra. Bisogna dunque essere capaci di rispondere a questo dato. Inoltre, si tratta di una sfida per la sinistra, che non riesce, come hanno mostrato gli ultimi mesi, a opporre un paradigma differente rispetto a quello della destra, che presenta l'immigrazione come un'invasione che porta con sé la minaccia di una disintegrazione della nostra identità.

La sfida per la sinistra è quella di creare le condizioni di una politica migratoria progressista, basata sulla solidarietà e sull'umanità. Con i Giovani Socialisti francesi abbiamo costruito una campagna per lottare contro i pregiudizi legati all'immigrazione, poiché pensiamo che una politica di sinistra non sarà possibile se non affrontiamo una battaglia culturale contro la destra su questo.

Bisogna dire in particolare che il numero di persone che noi accogliamo sul nostro territorio è risibile in rapporto all'insieme della nostra popolazione. In passato abbiamo accolto qualche volta molti più rifugiati di quanto richiesto dalla situazione internazionale, come quelli che venivano dalla Russia all'inizio del 20° secolo per esempio, ma anche la popolazione ebrea negli anni Trenta, o ancora numerosi spagnoli durante il franchismo. È anche molto importante ribattere alle argomentazioni sui costi economici dell'immigrazione. In realtà, si sa che i migranti hanno un impatto positivo o neutro sui bilanci sociali e l'attività economica degli Stati. Si riuscirà a cambiare le letture tramite il dialogo, opponendosi con forza alla visione della destra e dell'estrema destra, non scimmiottandola. Dato che i cittadini preferiscono sempre l'originale alla copia, se assumiamo come valide le tesi dell'estrema destra sull'immigrazione, è logico che gli europei finiscono per crederci e chiedono politiche sempre più restrittive.

È dunque in questo contesto che il governo francese ha in effetti fatto marcia indietro sull'accoglienza di altri immigrati, anche se pare che la situazione sia in via di cambiamento. Bisogna, in effetti, che il nostro Paese accolga più rifugiati, prima di tutto perché ci sono delle crisi che in questo momento lo esigono, ma bisogna soprattutto rendere europea questa politica. Non si può da un lato aprire le frontere e dall'altro dire che gestire i flussi migratori spetta ai Paesi che li ricevono. In Europa c'è posto e ci sono sufficienti ricchezze da condividere. D'altra parte, penso che sia necessario un approccio internazionale in materia. Anche se sono all'origine dell'intervento in Iraq e la causa della destabilizzazione del Medio Oriente, gli Stati Uniti accolgono pochi rifugiati provenienti da questa regione del mondo, e questo non è normale.

Ma l'urgenza è prima di tutto umanitaria: non si può lasciar morire nell'indifferenza migliaia di persone ogni anno nel Mar Mediterraneo, che è un mare europeo. Una delle nostre prime azioni in questo mandato con i Giovani Socialisti Europei è stata l'organizzazione di azioni puntuali nelle piazze delle grandi città, facendo disporre a terra un gruppo di militanti per attirare l'attenzione dei passanti su queste morti che si dimenticano così rapidamente. Abbiamo dunque richiesto il ritorno d'un programma di salvataggio in mare di dimensione europea e dotato di mezzi per non lasciare le autorità italiane sole a sbrogliare la situazione.

Movimenti come Syriza e Podemos erano e sono sempre accusati dalla leadership politico-economica d'Europa di essere «populisti». Syriza esprime legittimamente un governo credibile in Grecia e tenta di superare l'austerità con politiche d'inclusione e di diritti sociali. Podemos ha ottenuto eccellenti risultati nelle elezioni municipali e, grazie ad accordi con i socialisti spagnoli, governa ora Madrid e Barcellona. Demonizzare questi movimenti ed etichettarli come «populisti» non è utile se volete rafforzare una democrazia autentica e vitale. Per voi, questi sono interlocutori? Immaginare campagne politiche su questioni comuni (inclusione, immigrazione, democrazia, reddito) è follia o una strada possibile per il socialismo? I Giovani Socialisti Europei hanno partecipato con forza, ad esempio, alla campagna #StopTAFTA, punto chiave dell'ordine del giorno della sinistra alternativa.

La socialdemocrazia è sfidata da ogni fronte. In effetti, l'emergere di movimenti di estrema destra molto popolari, come in Francia, in Italia del Nord, nel Paesi scandinavi  o in Ungheria, si compie in parallelo con l'apparizione folgorante di partiti di sinistra radicale in Spagna, Grecia, ma anche in Danimarca alle ultime elezioni, per esempio. Questi partiti sono i soli ad aver aumentato notevolmente i propri voti nelle ultime elezioni europee. Il solo punto in comune che io vedo tra loro non è sulle basi, ma sulla domanda a cui loro rispondono in modi molto diversi: come riprendere in mano il nostro destino individuale e collettivo? Come permettere a ciascuno d'avere il controllo sulla sua vita e sulla sua società? L'estrema destra e alcuni movimenti indipendentisti ci rispondono con la chiusura e il rifiuto di tutto ciò che è diverso. Non va più trascurata la forte narrazione antisistema di questi partiti, narrazione che nasce da un dato di realtà, ossia la sensazione di chiusura dei politici dei nostri Paesi e delle loro decisioni. E ad alimentare questo senso di chiusura sono proprio le grandi coalizioni fra i socialisti e la destra.

In questo contesto, credo che dobbiamo gioire dell'emersione di partiti antisistema di sinistra, capaci di vincere le elezioni. È una novità eccellente, perché significa che alla povertà, all'aumento della disoccupazione e alla contestazione del sistema non segue per forza l'ascesa dell'estrema destra. I partiti progressisti possono anche proporre un percorso alternativo, e quando lo fanno e vi si attengono, ciò funziona. Penso pertanto che noi abbiamo tutto l'interesse a sviluppare i nostri legami con questi nuovi movimenti e partiti. Ciò fa parte delle priorità del nostro mandato, dato che in un contesto ove la destra è così forte a livello ideologico in Europa, noi non possiamo permetterci il lusso di dividerci a sinistra. Ma per fare ciò bisogna rimettere in discussione alcune delle nostre abitudini. A un livello più ampio, la sfida per la sinistra del 21° secolo è anche quella di reinventarsi in termini di limiti della biosfera, di cui sono prova il cambiamento climatico, l'estinzione di specie animali e vegetali e le debite conseguenze.

Non c'è progetto davvero progressista oggi senza la rimessa in discussione del produttivismo che caratterizza da sempre i nostri partiti, o del mito della crescita concepita come risposta a tutti i nostri problemi. Il principale problema oggi non è che noi produciamo troppo o che non ci sono abbastanza ricchezze. L'Europa è il continente più ricco, ma 50 milioni di cittadini sono disoccupati e 80 milioni vivono in condizioni di povertà. Penso in particolare che noi abbiamo la responsabilità di riprendere la questione della riduzione dei tempi di lavoro a livello europeo, per lavorare tutti, meno e meglio. Questi sono gli impegni che oggi bisogna discutere con tutte le forze progressiste che lo desiderano. Forse, allora, saremo in grado di cambiare le cose in Europa.

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