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ONU, stage gratuiti: il prezzo della dignità

Foto di Patrick Gilliéron-Lopreno, tratta dalla Tribune de Genève Foto di Patrick Gilliéron-Lopreno, tratta dalla Tribune de Genève

La rassegna stampa, anche a Ferragosto, riserva qualche (brutta) sorpresa. Più che una sorpresa, per la verità, è una storia comune a tante e tanti stagisti: studenti o giovani laureati di diversa formazione che, nel bisogno di costruirsi un curriculum, accettano una restrizione della propria dignità. Accettare un ricatto (oggi) per ottenere stabilità professionale (domani).
È un mantra dell'ultimo decennio, rivolto spesso agli universitari, rei di accrescere un esercito di potenziali professionisti dalle esigenze e dai costi che Dio mercato ha deciso essere un po' altini. Rei, in alternativa, di aver scelto percorsi formativi che costituiscono degli autentici lussi. Sulla seconda opzione si è schierato Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, con un lussureggiante articolo di pochi giorni fa dedicato al “conto salato degli studi umanistici”. Non staremo qui a smentire l'errato racconto, fornito da Feltri, di un paper curato da Miroslav Beblavý, Sophie Lehouelleur and Ilaria Maselli per il CEPS, poiché lo hanno già fatto, con cura e dovizia, Marco Viola su Uninews24 e Galatea Vaglio su ValigiaBlu.it. La storia che raccontiamo ha il pregio di inserirsi in questa riflessione per fornire un elemento di realtà e di riflessione.

Siamo a Ginevra, sede delle principali istituzioni internazionali - in particolare, delle Nazioni Unite; la seconda città più cara del mondo, secondo l'analisi dell'Economist Intelligence Unit citata da Le Monde. È il 10 agosto. Luca Di Stefano, giornalista di Tribune de Genève, intervista David Hyde. Ventiduenne, nativo di Christchurch in Nuova Zelanda, laureato in relazioni internazionali con un semestre di mobilità presso l'Institut d'Etudes Politiques di Parigi, fra le sedi di studio più prestigiose al mondo. Selezionato attraverso una delle molteplici application form che frotte di studenti e giovani precari ormai conoscono a memoria, è reclutato per sei mesi di stage presso la sede ginevrina dell'UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), organo strumentale dell'ONU dedicato agli investimenti per lo sviluppo dei suoi 191 Stati membri.

Circa i meccanismi di selezione, il racconto fornito attraverso un'intervista ad Hyde da Campus, rubrica di Le Monde, fa emergere un particolare sconcertante nella sua ordinarietà. «Mi si domandava [nell'application form, ndr] se potessi sostenermi durante lo stage. Ogni volta che ho risposto in modo onesto, la mia candidatura è stata rifiutata. Quando mi sono candidato per questa posizione all'ONU non ho detto nulla in merito alla mia situazione finanziaria. Ho dichiarato di aver sufficiente possibilità di mantenermi anche se non era vero. Ho avuto il posto di lavoro».
Una città troppo cara, in ogni caso. Ben più di quanto si aspettasse. Hyde, nell'intervista a Luca Di Stefano, si domanda: «Come fanno gli altri? Alla fine dei conti, hanno una possibilità solo quelli i cui genitori forniscono un mantenimento». Da qui la soluzione: una tenda, nascosta in un angolo discreto nei pressi del Club de la Plage dell'ONU. Per intendersi sullo strano domicilio, si tratta del parco annesso ad un club esclusivo per dipendenti delle Nazioni Unite, funzionari, diplomatici, situato in rue de Lausanne, giusto al fianco del Palais des Nations. «La sera guardavo i miei colleghi mentre si rilassavano», racconta il giovane alla stampa.
David Hyde, ormai da due settimane, montava la tenda ogni sera per dormirci, ripiegarla l'indomani mattina,  vestirsi di tutto punto e nascondere il telo sotto il proprio tavolo, in ufficio. Perché questa peripezia, avvenuta senza che i genitori o i parenti ne avessero la minima nozione? È sempre David Hyde a fornire una spiegazione che percepiamo come molto, molto familiare: «Loro [i parenti, ndr] mi hanno incoraggiato e, una volta ricevuta la risposta positiva, a casa mia erano tutti molto fieri. L'ONU, Ginevra: è davvero prestigioso».

A prendere a cuore casi simili a quello di Hyde è la GIA, Geneva Interns Associations, rete di giovani fondata nel 2011 che si batte per il superamento degli stage gratuiti in tutte le organizzazioni internazionali che hanno sede nella città svizzera. Sabine Matshek, tirocinante alle Nazioni Unite ed attivista GIA, ha raccontato alla BBC che il caso non costituisce un unicum negli organismi internazionali: «Riceviamo chiamate ed e-mail disperate da stagisti che domandano cuscini, letti gonfiabili oppure solo un posto in cui dormire. [..] La gratuità ha influenzato il mio stesso tirocinio». Nel 2013, attraverso il proprio network, la GIA ha indicato nel 68,5% la percentuale di stagisti presso le Nazioni Unite e i propri organismi affiliati che non hanno ricevuto alcuna remunerazione. Tuttavia, per Ahmad Fawzi, direttore del servizio d'informazione dell'ONU a Ginevra, «i tirocinanti fanno molta esperienza. Conoscenze di prima mano sul funzionamento del sistema delle relazioni internazionali: per loro è senza valore, si divertono». E il giovane neozelandese? «Credo che non abbia svolto la sua ricerca» in merito a quelle “agevolazioni diffuse” presenti in città per gli stagisti. La pensa molto diversamente Ian Richards, membro della GIA, che denuncia: «Ecco le Nazioni Unite, dove si suppone di definire per la normativa sul lavoro livelli minimi adeguati ai giovani, a persone di Paesi in via di sviluppo, e non sembrano in grado di farlo».

Come termina la nostra storia? Serve un piccolo inciso preventivo.
Le condizioni di stage presso le Nazioni Unite, oltre a prescrivere l'assenza di retribuzione o forme di assicurazione socio-sanitaria, prevedono l'assenza di una certificazione dell'attività svolta laddove interrotta prima della scadenza contrattuale e, soprattutto, l'impossibilità di essere selezionati per un ulteriore stage presso le organizzazioni internazionali nei sei mesi che seguono la fine del rapporto. Per Ahmad Fawzi è una clausola utile a garantire «pari trattamento» per tutti i tirocinanti. Per la GIA è totalmente incoerente con i valori che l'ONU dichiara di promuovere in tutto il mondo.

Questa clausola è stata al centro delle – tumultuose, come possiamo immaginare – riflessioni di David Hyde, che il 12 agosto ha annunciato le sue dimissioni. Sempre per Tribune de Genève, Luca Di Stefano ha riportato la dichiarazione del giovane, che ha precisato di non aver ricevuto «alcuna pressione» dalle Nazioni Unite: «Ditemi che sono giovane, che sono idealista, ma io non credo che questo sistema sia giusto [..]. Come ricorda chiaramente la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, ciascuno, senza discriminazione, ha diritto ad una giusta retribuzione per un giusto lavoro. Ogni persona che lavoro ha diritto ad una retribuzione. Spero che nel futuro le Nazioni Unite divengano un esempio da seguire in materia di politiche di stage».

È auspicabile che Stefano Feltri abbia avuto modo di leggere questa storia. Il ricatto nascosto nella necessità di crearsi un curriculum è frutto di una certa idea della formazione e del lavoro, che si afferma con lo smantellamento progressivo di costi ritenuti “superflui” ed è spacciato come “modernità” da accettare senza batter ciglio. La domanda che David Hyde si poneva alcuni giorni fa nella sua tenda («Come fanno gli altri?») indica con cruda precisione come il diritto alla dignità sul posto di lavoro – diritto la cui espressione è anche una retribuzione – sia, per un pezzo consistente delle ultime generazioni, un lusso. Per tutti gli altri, è un'opportunità il cui costo è la ricattabilità, da vivere anche in una tenda ai margini del club esclusivo dei diplomatici di Ginevra.

The Intercept ha raccolto un lungo e approfondito racconto del protagonista della storia, che ha raccontato come la sua intenzione, confidata alla partner, fosse non solo quella di ottenere un'esperienza all'ONU, ma anche di fare un documentario. Dunque, un mero esibizionista? Leggiamo con cura le sue parole.

Ciò che ho fatto era giustificabile? Forse è troppo presto per dirlo. Il fatto è che una vicenda come questa non viene fuori per una ragione: le persone d'estrazione socio-economica più bassa è impossibilitata nello svolgere questi tirocini. Nella sua risposta al mio racconto, l'ufficio ONU di Ginevra ha pubblicato un dossier che riportava come il suo programma di stage fosse “positivo per ogni soggetto coinvolto”. La mia storia ha consentito di mostrare il lato di chi non può permettersi di essere coinvolto, ignorato da questo dossier. La mia intenzione era di svolgere un tirocinio e richiamare l'attenzione sul tema dei diritti degli stagisti. Non farò un tirocinio per un bel po', ma i diritti degli stagisti sono stati messi di certo sotto i riflettori. Che ciò che io ho fatto possa essere giustificato o meno, lo possono decidere solo i giovani interessati dall'attuale situazione dei tirocini. Lasciamo che loro siano i giudici.

Per chi volesse leggere della storia di David Hyde direttamente dai quotidiani internazionali che ne hanno trattato:
- Le Monde
- Tribune de Genève [1] [2]
- The Intercept

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