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Pisa: quella ruspa democratica che abbatte la speranza

Pisa: quella ruspa democratica che abbatte la speranza

"Accogliere il fratello come un dono. Non come un rivale. Un pretenzioso che vuole scavalcarmi. Un possibile concorrente da tenere sotto controllo perché mi faccia le scarpe. Accogliere il fratello con tutti i suoi bagagli, compreso il bagaglio più difficile da far passare alla dogana del nostro egoismo: la sua carta d'identità! Si, perché non ci vuole molto ad accettare il prossimo senza nome, o senza contorni, o senza fisionomia. Ma occorre una gran fatica per accettare quello che è iscritto all'anagrafe del mio quartiere o abita di fronte a casa mia".

[don Tonino Bello, "Alla finestra la speranza"]

Se le parole di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta sino alla morte e presidente nazionale di Pax Christi, fossero state pronunciate ieri, come minimo saremmo stati colpevoli di lesa maestà. Lo sgombero del campo della Bigattiera a san Piero a Grado, in prossimità di Pisa, costituisce non solo un fatto gravissimo per le decine di abitanti del campo, intere famiglie di etnia Rom, ma è il sintomo di una scelta compiuta dall'amministrazione comunale in piena coscienza.

Già nel luglio 2013 una mozione della Commissione per le politiche sociali del Consiglio Comunale di Pisa aveva richiesto la garanzia di acqua corrente e luce a beneficio degli abitanti del campo, oltre che il servizio scuolabus per i numerosi bambini. Non una misura assistenzialista o buonista, ma il minimo per garantire dignità a quelle persone, in attesa di una soluzione concreta che superasse la dimensione del campo. Il “superamento del campo Rom”, per la Giunta capeggiata da Marco Filippeschi – da cui SEL è uscita nella primavera 2015 – si è tramutato nell'annullamento di quelle persone: quando, la settimana scorsa, l'USL ha notificato la pessima condizione igienica dell'area, il sindaco ha firmato l'ordinanza di sgombero. Non solo in questi due anni l'acqua, la luce e lo scuolabus non sono tornati, ma nessun tavolo di concertazione è stato riunito, malgrado i numerosi appelli della sinistra e delle associazioni. L'unico tavolo riunitosi è stato il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza, che ha preso atto dell'ordinanza, annullando qualsiasi interlocuzione politica e conferendo alle forze dell'ordine la mera esecuzione dell'atto.

L'ossequio del legalitarismo e la “condotta deprecabile” di alcuni abitanti della zona sono state le ragioni con cui l'attuale maggioranza (PD, Socialisti, In Lista Per Pisa) si è espressa per l'inumanità e la barbarie. Proprio per questo l'avvocato Ballerini ha presentato il 30 settembre un esposto alla CEDU – Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, invocando la sospensione dell'ordinanza. Lo sgombero è stato “un atto violento” secondo il coordinatore nazionale di SEL, Nicola Fratoianni, che ha presentato una interrogazione al Ministro dell'Interno, così come hanno fatto Tommaso Fattori e Paolo Sarti (SI – Toscana a Sinistra) nel Consiglio Regionale della Toscana e Barbara Spinelli ed Eleonora Forenza (L'Altra Europa con Tsipras / GUE-NGL) nel Parlamento Europeo. Nessuna voce si è levata dalla sede del Comune di Pisa, dove il Palazzo si trincerava nel silenzio: i consiglieri comunali Ciccio Auletta (Una Città in Comune – PRC) e Simonetta Ghezzani (SEL), che lunedì avevano denunciato insieme a Stefano Landucci (Pisa Possibile) l'inumanità dello sgombero, erano presenti nel campo e la loro fortissima denuncia ha consentito almeno la presenza degli assistenti sociali per i minori. Si, si stava procedendo ad uno sgombero senza neanche l'assistenza per i fanciulli.

Numerosi volontari di Africa Insieme e Progetto Rebeldìa, insieme ai militanti della sinistra e del collettivo pisano Il Nodo, sono stati presenti tutta la giornata. Hanno fatto una scelta di campo.

Scegliere l'accoglienza, infatti, significa far politica nel senso più ampio e dignitoso: significa evitare la creazione di sacche di marginalità sociale a cui sicuramente attinge la povertà e cui poi può attingere l'illegalità. Investire nell'accoglienza non significa far "buonismo assistenzialista", ma dire con nettezza che la creazione di una società di pari diritti e dignità non passa per l'accensione della guerra dei penultimi agli ultimi, dei poveri di serie A contro i poveri di serie B. Specie se i penultimi sono la classe media in crisi, lavoratori e pensionati impoveriti, mentre gli ultimi sono Rom, profughi, rifugiati, richiedenti asilo.

Bisogna misurare la realtà coi propri occhi e non con l'esagerazione mediatica, perché quando si dice che *i campi Rom vanno superati* bisogna parlare con chi soffre offrendo metodi concertativi e soluzioni concrete. Alla ‪#‎Bigattiera‬, oltre ai movimenti sociali e alla sinistra politica, a parlare con gli abitanti del campo era invece la sola Polizia di Stato. Lasciare alla Questura e ai suoi funzionari l'interlocuzione politica costituisce l'ignavia più grande dell'amministrazione comunale in questa vicenda.

La storia qui raccontata non serve tanto a dire chi è "buono" e chi è "cattivo". È importante raccontarla perché nella battaglia per i diritti è fondamentale scegliere una parte: noi scegliamo i più deboli, da accogliere quali che siano le loro carte d'identità. Qualcun altro opta per la gattini democratica, sostenuta da Forza Italia e destre. Ed è lo stesso alfiere delle ruspe, Matteo Salvini, che stamane si complimenta col sindaco Filippeschi dicendogli: “Bravo sindaco, era ora! Vince la nostra coerenza”.

Testimonianza più efficace dell'efferata vittoria culturale del leghismo e della destra anche nel campo politico del fu centrosinistra. La nostra scelta di parte, anche a Pisa, racconta una società il cui cardine è l'inclusione attraverso diritti uguali e responsabilità sociale. Mentre l'amministrazione comunale di Pisa rifiuta di presentare proposte passibili di finanziamenti regionali per consentire una strategica inclusione di Rom e Sinti nell'ottica delle raccomandazioni ONU e UE assunte dall'ordinamento italiano, la nostra scelta di parte dev'essere l'assunzione di questo tema nel quadro più complessivo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Troppo spesso, infatti, chi vive nella marginalità e non è accolto si trova spinto nelle braccia dell'illegalità: se oggi manca uno scuolabus, domani la mancanza d'istruzione provoca la disoccupazione, quindi il disagio. “Tierra, techo, trabajo” è stato il triplice grido di papa Francesco all'Encuentro Mundial dei movimenti, quest'estate in Sud America.

Assumere il motto e inquadrarlo in una visione politica significa rendere centrale la dignità della persona, dire che una società e un'umanità nuova nasce dall'inclusione e non dall'assistenzialismo, dall'uguaglianza e non dalla barbarie.

Accoglienza e speranza, dunque, o barbarie e gattini.

L'interrogazione di Nicola Fratoianni (SEL)

Francesca Gabbriellini racconta la vicenda su Il Manifesto

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