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Una legge sul reddito minimo garantito per la prossima legislatura

Reddito Minimo Garantito - logoLegge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito: raccolte più di 50 mila firme. Riprendiamo un articolo pubblicato da Micromega che ripercorre i passi salienti della campagna.

La campagna nazionale per l’istituzione di un reddito minimo garantito ha raccolto più delle 50 mila firme necessarie per porre la sua proposta di legge di iniziativa popolare all’ordine del giorno del prossimo Parlamento. Entro i primi 100 giorni il nuovo governo dovrà dare una risposta alle migliaia di cittadini che si sono mobilitati da giugno a dicembre 2012 per dar vita a questa iniziativa legislativa popolare, promossa da 170 fra associazioni, reti sociali, movimenti e partiti e sottoscritta da più di 40 personalità della cultura, della politica, della società civile, di sindaci e assessori, con oltre 250 iniziative dal nord al sud del Paese. Questa la sfida che la campagna per il reddito minimo lancia alla futura legislatura in occasione della conferenza stampa tenutasi oggi presso la Camera dei deputati, in cui è stato presentato il risultato di 7 mesi di raccolta firme.

Una proposta di legge che è prodotto di una serie di analisi approfondite da parte di studiosi e che tiene conto di proposte ed esperienze esistenti a livello europeo e regionale, quale ad esempio la legge 4/2009 della Regione Lazio sul reddito minimo, oggi non più finanziata. Guardando all’Europa con le lenti dei diritti sociali, infatti, ci si accorge che l’Italia è, insieme alla Grecia, tra i due Paesi dei 27 che non prevedono alcuna tutela universale di ultima istanza rivolta al singolo quali le forme di reddito garantito, restando inadempiente rispetto all’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e alla risoluzione del Parlamento europeo dell’ottobre 2010 che impegna tutti gli stati membri a introdurre simili misure di “contrasto alla povertà e promozione di una società inclusiva”. 

“Questa proposta di legge sul reddito è una risposta alla riforma Fornero del mercato del lavoro e rappresenta un argine necessario al default sociale drammatico di un Paese in cui, secondo i dati Eurostat, il 29,9% della popolazione è a rischio povertà”, afferma Sandro Gobetti, del Basic Income Network – Italia. “La questione del reddito, come misura di sicurezza sociale universale, è prioritaria oggi per la coesione sociale e la tenuta stessa della democrazia. Il reddito a nostro avviso non può che essere il primo punto per l’agenda di un Paese che voglia trovare una via d’uscita alla crisi contrastando la ricattabilità sociale, liberando le energie e le risorse di un lavoro sfruttato e precario”. L’introduzione di un reddito minimo sottrarrebbe i lavoratori al ricatto di salari da fame rendendo più libera la scelta di un’occupazione dignitosa. Per questo insieme a contrastare il rischio di marginalità ed esclusione sociale, il reddito serve da contenimento a un dumping salariale e sociale che negli anni ha trasformato il mercato del lavoro in una zuffa tra poveri senza fine.

“Beneficiari del reddito minimo garantito sono tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precariamente occupati) che non superino i 7200 euro annui. Devono essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi; devono iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego”, spiega Santini, del BIN, illustrando i punti essenziali dalla proposta di legge. “L’ammontare individuale del beneficio del reddito minimo garantito è di 600 euro mensili, pari a 7.200 euro annui, rivalutata in senso decrescente a seconda del numero dei componenti del nucleo familiare beneficiari”, secondo le indicazioni fornite dall’Istat. L’erogazione del reddito sarà sospesa in caso di dichiarazione del falso al momento della richiesta, di assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato, di partecipazione a percorsi di inserimento lavorativo retribuiti, al compimento dei 65 anni di età e quando il beneficiario rifiuti una proposta congrua di impiego dopo il riconoscimento delle sue competenze. Insiste Santini sulla necessità che la proposta di lavoro del Centro per l’impiego sia “congrua” e solo in quel caso l’erogazione potrà cessare: “in caso contrario il beneficiario si troverebbe costretto ad accettare qualsiasi proposta di lavoro individuata dagli uffici e dalle amministrazioni locali, purché superiore ai 600 euro mensili, riaprendo così le porte ad esperienze che consideriamo fallimentari come quella dei lavoratori socialmente utili”. 

Il reddito minimo si declina anche nei termini indiretti di welfare e assistenza sociale per i cittadini: per questo la legge prevede una delega al governo per una riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali, l’introduzione di un salario orario minimo e il riordino delle politiche assistenziali alla luce del reddito minimo. Alla conferenza Stato-regione è invece “demandata l’introduzione di misure per la costruzione di un sistema integrato del welfare”.

A nome delle diverse associazioni sono intervenute Valentina Greco, di “Precariamente”, che ha ricordato la centralità del reddito nella battaglia contro la precarietà come mezzo per liberarsi dal ricatto di condizioni lavorative degradanti, e Maria Pia Pizzolante, di “Tilt”, ponendo il tema del reddito come strumento di libertà da ogni forma di schiavitù lavorativa, dalle mafie alle discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro.

Hanno preso parola, in conclusione, quattro degli intellettuali che hanno aderito e sostenuto la campagna per il reddito minimo. Per primo Luigi Ferrajoli, che ha posto l’attenzione su quella che si prospetta come una “elementare battaglia di civiltà a difesa delle persone e contrasto a una crisi che ha umiliato il lavoro”, ricordando come il diritto a misure universali contro la povertà e la ricattabilità sociale è presente nella nostra Costituzione, all’art. 38, che prevede l’impegno dello Stato a garantire “i mezzi di sussistenza in caso di disoccupazione involontaria”. “Non esiste alcuna contrapposizione fra il reddito minimo e le politiche di pieno impiego: il reddito costituisce la base di una forza contrattuale del singolo lavoratore a partire dal quale è possibile rilanciare la lotta per i diritti del lavoro”.

“Il reddito oggi può essere l’inizio di un mutamento strutturale all’interno di un capitalismo che, nel dogma neoliberista, versa in una crisi che non è riducibile alla congiuntura, ma rappresenta l’esito catastrofico di un modello inefficiente, che produce stagnazione e distruzione del lavoro, insieme a quella dei diritti sociali”, così Piero Bevilacqua. Di una proposta “convincente, fattibile e molto equilibrata” parla invece Fausta Guarriello, notando però come “il mondo del lavoro organizzato si sia purtroppo mostrato poco sensibile a questo tema, sia dal versante dell’accademia che dal mondo sindacale” e auspicando un rinnovato dialogo del sindacato su questa battaglia, dal momento che “conferire una capacità contrattuale al singolo nel contesto di un diritto del lavoro smantellato in questi ultimi decenni non erode i ruolo dei sindacati”. 

A chiudere gli interventi Stefano Rodotà ha chiamato in causa Montesquieu sul ruolo che lo Stato non può non giocare a tutela degli ultimi e a promozione della inclusione sociale secondo i padri del costituzionalismo moderno: “In questi decenni abbiamo assistito a un vero e proprio mutamento di paradigma, per cui lo Stato ha smarrito il suo ruolo attivo nella difesa dei diritti sociali, dimenticando quale era stata la storica rivoluzione della dignità per il singolo cittadino come compimento profondo del costituzionalismo”. Rodotà ha duramente criticato la “schizofrenia europeistica” di chi si richiama agli impegni presi con l’Europa solo quando si tratta del Fiscal Compact e della macelleria sociale, ignorando al contrario le risoluzioni europee in termini di diritti civili e sociali, come in questo caso a proposito di un reddito minimo sancito in più occasioni: “Da questi diritti passa la costruzione di un’Europa politica e sociale oltre l’austerità”. 

Infine, punto decisivo perché questa proposta possa diventare legge dello Stato, “va posto con forza il tema di una riforma seria dell’istituto dell’iniziativa legislativa popolare. In tanti anni che ho lavorato in Parlamento ho visto tutte le proposte di legge di iniziativa popolare finire in cassetti chiusi a chiave e dimenticate. Così si svilisce un istituto che al contrario è un’espressione alta di democrazia. E’ necessario introdurre tempi certi per la calendarizzazione del dibattito alle Camere sulle proposte di legge di iniziativa popolare, aprendo la discussione nelle commissioni parlamentari a una rappresentanza dei firmatari della proposta stessa, come d’altronde è già prevista la presenza di esperti esterni in casi di pareri tecnici”.

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