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Il fuoco della Costituzione e le ragioni di una vittoria. Note sul referendum bolognese

  • Scritto da  Marco Marrone
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Il fuoco della Costituzione e le ragioni di una vittoria. Note sul referendum bolognese

Il risultato del referendum bolognese è talmente evidente che l’unica arma che è rimasta per poterlo contrastare è il balletto delle percentuali. Potrei provare a rispondere a chi parla di affluenza bassa, di un dibattito che non ha coinvolto la città, di minoranze di attivisti impegnate in uno scontro ideologico. Potrei dire che a scegliere A sono state più di 50.000 persone, quasi il doppio dei 28.000 votanti delle primarie, potrei dire che 50.000 persone sono la metà dei 100.000 che hanno votato il Sindaco Merola, potrei dire anche che uno dei pochi precedenti di referendum comunale a Bologna è quello del 1997 sulle farmacie, dove andò a votare il 37% della cittadinanza (ma in una consultazione che rimase aperta per ben 3 giorni). Potrei provare a rispondere a tutto ciò, ma non lo faccio. Quello che voglio fare è provare a capire come sia stato possibile un “miracolo” come quello che un Comitato di una trentina di volontari fra genitori, insegnanti, docenti, intellettuali e semplici cittadini è stato capace di fare, avendo contro l’intero arco politico e istituzionale, nessuno escluso.

I “poteri forti” sono tali perché continuiamo ad immaginarli così, invincibili ed inarrivabili, divinità dell’Olimpo dotate di poteri che noi cittadini non possiamo neanche immaginare. 

Eppure come nel celebre mito greco di Prometeo, a volte si distraggono, e immediatamente la loro distrazione fa crollare l’aura di invincibilità, mostrandoli perfettibili e degni di critica. Questo è ciò che è riuscito a fare il Comitato, rubando alle distratte divinità della politica il “fuoco” della Costituzione, lasciato senza guardia e a volte bistrattato in quanto giudicato “antiquato”. Senza tale errore tutto ciò non sarebbe stato possibile. L’ avere la possibilità di agitare dalla nostra parte l’Art. 33 (che nella sua chiarezza recita: “La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi, Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”,) è stata la freccia più efficace dell’arco del Comitato, dunque molto più che un semplice orpello simbolico e una scelta ideologica. Come spesso accade dall’altra parte c’è qualcosa che gli altri non hanno visto, anche se i Wu Ming avevano provato a suggerirgliela con la metafora delle “Termopili”.

La Costituzione è qualcosa di vivo, fatta di persone, di pratiche quotidiane. E dietro alle persone in carne ed ossa c’è stata la forza della memoria storica della Resistenza, ma anche quella dei movimenti per i beni comuni, degli intellettuali di questo paese e delle intelligenze collettive che vivono nella società molto più che nella politica. Di fronte a questa corazzata “invisibile” (solo ai loro occhi) le retoriche dell’austerity, le ubriacanti argomentazioni economiche e le minacciose macchine da guerra dei Partiti e della Chiesa sono sembrate scuse imbarazzanti, manifestazioni di debolezza più che di forza, ricevendo come risposta la disobbedienza di oltre 50.000 persone. Tentare di frammentare questo discorso per conferirgli i connotati aridi di un presunto realismo è stata una mossa talmente tanto ingenua da palesare quanto le loro menti sono offuscate da un incolmabile distacco dal reale. Hanno perso gli invincibili e il frastuono è grande. 

E’ una partita, quella del referendum, che il Comitato ha scelto di giocare in attacco, con determinazione e convinzione, mettendo in difficoltà i professionisti del mestiere e senza temere i contropiedi dell’ultimo minuto. Tuttavia la capacità offensiva risiedeva tutta nel nome stesso della Costituzione più che nelle gambe dei giocatori. Così come il fuoco, la Costituzione è qualcosa di dinamico, inafferrabile, sfuggente, ma che lo si sente sulla pelle così come la si vede nella vita quotidiana. E’  qualcosa che l’uomo riesce a maneggiare solo grazie al lavoro e agli strumenti, ma soprattutto che, per quanto tempo possa passare e per quanto possiamo “frammentarlo” , ogni singolo articolo mantiene intatta la sua capacità di essere rivoluzionaria. Non è possibile scindere ciò che è accaduto nella giornata del 26 Maggio da un rifiuto all’austerity e dalla volontà di resistere al tentativo di trasformare in indicatori economici anche i diritti che sono alla base della mobilità sociale, come quello all’istruzione. Inoltre non è possibile neanche separare questa dinamica di resistenza dall’accento offensivo che immediatamente suggerisce. Partire dalla Costituzione non vuol dire difendere il costituito, ma significa mettere in atto un processo costituente, una rivendicazione dei diritti trasversale ed universale. Cogliere questo nesso è cogliere il nocciolo della vicenda bolognese, ma soprattutto vuol dire ritrovarsi con il dono del fuoco in mano, riproducibile e inesauribile, il bottino più prezioso che potesse venir fuori da questa vittoria. 

Tuttavia parafrasando un motto del maggio francese, non è che l’inizio. Il Comitato Art.33 è cosciente che nei prossimi mesi avrà a che fare con il tentativo di rendere effettivo il risultato del referendum, e sarà una battaglia ancora più dura della precedente, date le premesse. Sicuramente qualcuno dirà che c’è poco da esultare perché, in fondo, si è vinta soltanto una battaglia. La Storia però è dalla nostra parte e ci insegna che il frastuono della sconfitta degli “invincibili” viene udito anche alle latitudini più impensabili. E’ per questo che si sente già il tremolio dell’Olimpo, l’ormai svelata potenza del fuoco ai loro occhi è una tempesta minacciosa. Ed è solo l’inizio.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:39
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