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Marchionne pensa ad una riduzione drastica della produzione di auto e l'incertezza sulle prospettive occupazionali aumenta.

La Maserati e Modena una lunga storia che rischia di finire.

  • Scritto da  Simone Fana
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La Maserati e Modena una lunga storia che rischia di finire.

La primavera dei lavoratori della Maserati inizia alle 7:30, in una mattinata grigia e mite, davanti ai cancelli della fabbrica dove la Fiom ha organizzato un presidio e indetto due ore di sciopero in risposta ai rischi di riduzione della produzione di auto con il marchio Maserati nello stabilimento modenese, paventati da Sergio Marchionne. Un allarme che vede una prima conferma con l’apertura della procedura di Cassa integrazione per 305 lavoratori, dal 21 marzo al 3 aprile.

Uno striscione attaccato alla parete dello stabilimento recita: “La Fiom Cgil non vuole rassegnarsi alla diminuzione della produzione di veicoli Maserati”. Salta immediatamente all’occhio la sottolineatura Fiom Cgil, evidenziata in rosso, un modo per marcare una differenza con le altre organizzazioni sindacali, che hanno scelto di assecondare le scelte del management in un balletto che dura da ormai diversi anni. Le divisioni interne al movimento sindacale sono uno dei tratti più delicati dell’intera vicenda, che rischia di imprimere un colpo durissimo alle prospettive di lotta dei lavoratori della Maserati. Davanti ad un’offensiva padronale che dura ormai da diverso tempo, a partire dalla nota vicenda della stipula del contratto separato sino alla sospensione dei diritti di rappresentanza sindacale in azienda, la scelta della Film e della Uilm rischia di aprire una ferita profonda nella dialettica unitaria. L’isolamento del maggiore sindacato dei metalmeccanici è il risultato di una strategia complessiva che si è servita del benestare di un pezzo di burocrazia sindacale. Di fronte alla perdita progressiva di rappresentatività nella base del movimento, il sindacato bianco ha deciso di spostare il campo di azione al vertice, provando a recuperare agibilità nella ricerca costante del compromesso con la controparte.

Un compromesso che oggi vacilla, in assenza di un piano industriale per lo stabilimento modenese. Solo qualche giorno fa, Sergio Marchionne invitato come ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico, aveva lasciato trapelare l’ipotesi di ridimensionare la produzione del marchio Maserati a Modena. Una decisione presa in perfetta sintonia con il nuovo spirito del capitalismo italiano, che sciolto da qualsiasi responsabilità sociale, si muove indisturbato nella direzione della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite. In questo disegno di progressivo disboscamento della produzione industriale e di spostamento del terreno di accumulazione dall’economia reale al mercato dei capitali, i vertici di FCA hanno potuto contare sull’apporto decisivo del governo. Risulta infatti difficile non riconoscere delle linee di continuità tra le politiche di compressione dei diritti del lavoro e di moderazione salariale, portate avanti con la riforma del mercato del lavoro, e le scelte della direzione di ridurre drasticamente gli investimenti. Come è evidente anche dalla vicenda della Maserati la restrizione del campo di applicazione dell’articolo 18 non è servito ad aumentare gli investimenti, ma esclusivamente a mettere nell’angolo il potere di contrattazione dei lavoratori e delle organizzazione sindacali, e consolidare un nuovo blocco di potere.

Di fronte a questa azione predatoria, la città sembra ancora immersa in un sonno preoccupante, incapace di cogliere le implicazioni traumatiche che emergono per la sua storia, per l’identità operaia, costruita al prezzo di sacrifici indescrivibili. Il ricordo dei lavoratori trucidati dalle forze di polizia davanti alle Fonderie il 9 gennaio del 1950 appare oggi come un tassello di una memoria svuotata di una reale carica di trasformazione. Il silenzio delle istituzioni politiche e culturali raccontano di un mutamento profondo nella struttura di senso della città, immersa in una cappa nebulosa in cui le appartenenze sembrano sepolte nei musei della memoria. In questa frattura storica si situa l’invito che l’università ha rivolto a Sergio Marchionne per l’inaugurazione dell’anno accademico. L’Università, che l’amministratore delegato di FCA ha usato come scudo, rifiutandosi di ricevere la richiesta delle organizzazioni sindacali per fissare un incontro specifico sul futuro dello stabilimento modenese. Sembra passato un secolo, da quando la facoltà di Economia ospitava un convegno organizzato da Vittorio Foa per ricordare il Piano del Lavoro del ’49. Era il tempo in cui la città riconosceva le sue radici nella lotta per il progresso e la democrazia, nel legame profondo con il movimento operaio e il suo progetto di emancipazione collettiva. Oggi, un manager miliardario che lucra sulla pelle inerme di intere famiglie di lavoratori, viene premiato come testimonial della più importante istituzione culturale della città. Nella vicenda della Maserati non c’è soltanto il futuro di un’azienda automobilistica, ma quello di Modena, del suo assetto sociale e civile. Perdere di vista la portata di questa sfida sarebbe un errore imperdonabile.

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