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La Rivoluzione dei Penultimi

  • Scritto da  Giulia di ACT Milano
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La Rivoluzione dei Penultimi

Riceviamo e pubblichiamo una lettura di fase di caratura "generazionale" proposta da Giulia di ACT Milano.

Per produrre cambiamento è innanzitutto necessario crederlo possibile, immaginare che sia estremamente vicino, tanto che sia quasi possibile sfiorarlo. Bisogna poter guardare in faccia quello che non ci piace, per combatterlo e annientarlo.
E’ per questo che è così difficile per la nostra generazione rimboccarsi le maniche e fare politica, in un periodo in cui i nostri avversari -“i padroni”- sono così incredibilmente lontani.

Non si riesce ad individuarli e tocca prendersela con entità a cui non si riesce ad associare un volto: l’alta finanza internazionale, le multinazionali , la globalizzazione, l’austerity, la BCE, il FMI, la Troika…
Non si ha nemmeno la possibilità di guardare in faccia il padrone dell’azienda che ti manda a casa, ma al massimo il vicedirettore del settore in cui stai lavorando, a cui l’amministratore delegato dell’azienda, che ha sede chissà dove, ha fatto sapere che il proprietario della multinazionale vuole tagliare il personale.
Che dire poi dei nostri politici?  Loro,  si sa, hanno le mani legate!

Gli amministratori spesso gestiscono fondi che non permettono loro di incidere sufficientemente sulle vite dei cittadini.

I parlamentari si dicono vincolati a scelte obbligate  dettate dall’alto… Eh si, chi decide davvero non sono loro, ma qualcuno che è sopra di loro e che, tanto per cambiare, è estremamente lontano.

In questo mondo in cui nessuno è “ufficialmente“ colpevole, subiamo le ingiustizie a testa bassa e le sopportiamo esattamente come si sopporta il maltempo, con un senso di fastidio e impotenza che alla fine cerchiamo di mettere a tacere.
Ci rialziamo e, arrancando, ci rimettiamo in gioco, perché, si sa, chi si impegna ed è bravo, in ogni caso, riesce ad andare avanti.

Ubriachi di queste parole ci ributtiamo affannosamente sul percorso in salita che ci dovrebbe portare, alla fine, a raccogliere i frutti del nostro impegno.

E quindi, di nuovo: studia, impara le lingue, specializzati, va’ all’estero, prendi la tale certificazione, fa’ il tale concorso che è appena uscito un bando, manda il tuo CV, frequenta quel corso o quel master che poi ti chiamano di certo…e nel frattempo lavora, sennò poi quando ai colloqui ti chiederanno cos’hai fatto finora dovrai rispondergli che non hai fatto nulla!
Chissà se c’è mai stata un generazione che ha dovuto dimostrare così tanto, una generazione che fino a tarda età è stata sottoposta a giudizi ed esami, che ha dovuto superare test e selezioni, che è stata spremuta come un limone per dimostrare di potercela fare e che, dopo aver dato prova delle proprie capacità e competenze, è stata amorevolmente riaccompagnata in mezzo alla strada. Rincorriamo una tranquillità che non arriva mai e, appena ci sembra di intravedere il traguardo, ecco che lo spostano davanti ai nostri occhi, quando siamo nelle condizioni di beneficiare di un diritto ecco che ce lo tolgono. Sembra che la nostra generazione sia accompagnata e perseguitata, in ogni sua fase della vita, dalle peggiori controriforme degli ultimi 40 anni: da studente ha vissuto prima la riforma Moratti, qualche anno dopo la riforma Gelmini, è entrato nel mondo della ricerca dopo i tagli della finanziaria di Tremonti, del governo Monti e del governo Renzi, si è affacciato al mondo del lavoro dopo l’approvazione della legge Fornero e del Jobs Act.

Ma dove sono questi benedetti frutti da raccogliere?!?...Ah, non è ancora giunto il momento?Il governo ha tagliato i frutti?!?

Beh in realtà qualcuno ce la fa a sistemarsi e anche a trovare un lavoro: un comodo lavoro che lo tiene occupato 12 ore al giorno più qualche week-end, perché per i primi tempi -di cui non è ben nota la durata- un po’ di sacrifici bisogna farli!
Ma i veri fortunati sono quelli che vanno a lavorare fuori, beati loro! ...In effetti non è molto chiaro perché i nostri nonni erano dei poveri migranti che eroicamente lasciavano la loro terra, con la morte nel cuore, per andare a cercare condizioni migliori all’estero, e noi siamo considerati fortunati e dobbiamo raccontare a tutti che stiamo “da Dio” all’estero!

E pensare che siamo costretti ad andar via perché qualcuno, sempre qualcuno senza un volto o un nome, ha deciso di trasformare questo paese nel regno della corruzione, della mafia e dell’illegalità. Chiaramente loro non possono andar via, quindi devi andartene tu!
E in fondo -ci dicono- di cosa dobbiamo lamentarci? E’ vero che non facciamo parte della ristretta cerchia dei privilegiati, ma non siamo neanche messi così male. C’è chi non ha una casa, chi non può mangiare, chi non arriva a fine mese, chi non ha potuto studiare, chi muore ammazzato da uno dei tanti crimini ambientali.
Quest’ultima argomentazione, questo sentirci “secondi in classifica” invece che i penultimi contribuisce a sedarci e alimenta l’immobilismo di molti.
A smorzare poi quel poco di orgoglio e di rabbia che rimangono c’è quella sensazione di imbarazzo e disprezzo con cui i ragazzi italiani sono stati abituati a giudicare tutto ciò che guardano e con cui si relazionano. Tutto, dalle nostre battaglie ai nostri sacrifici, dalla politica dei giorni nostri alla formazione che abbiamo ricevuto, dall’arte alla cultura, ci è stato descritto come miserabile, vuoto, ridicolo. E adesso siamo noi i primi a sminuire ogni barlume di bellezza che compare. Siamo noi che ci sentiamo al sicuro solo quando scimmiottiamo le generazioni passate. Siamo noi che ci vergogniamo del nostro paese, delle nostre origini, e di tutto ciò che puzza di ridicolo, grottesco e marcio. Siamo noi che rimaniamo pietrificati dal nostro stesso individualismo e disfattismo.
E’ incredibile come per mettere in movimento questa nostra generazione, per farle immaginare che il cambiamento sia vicino e possibile, la si debba guardare da lontano.

Quando si va fuori dall’Italia e si osservano i propri coetanei si riescono a vedere le potenzialità che la nostra generazione ha, ingabbiate in corpi depressi ed scoraggiati. Quando si torna ci si accorge che la situazione non è immobile e marcia come sembrava.

Ci sono tante persone che  mettono il proprio tempo e le proprie energie al servizio del prossimo in modi nuovi e moderni, mai valorizzati da nessuno. Un popolo silenzioso e rivoluzionario che lotta per rendere la realtà in cui viviamo più giusta.
Si pensi alle tante associazioni di volontariato attive in tutto il paese,  si pensi ai movimenti,  ai collettivi e ai comitati che si occupano di diritti civili, di lotta per la parità di genere, di diritto alla casa, allo studio, alla salute. Si pensi alle strategie che i nostri coetanei mettono in campo quotidianamente per costruire un sistema parallelo a quello dominante, dove le “regole del gioco” siano più umane.Si pensi allora al Book Crossing, ai Coversation Exchange, alle Ciclofficine, al CouchSurfing, alla Banca del Tempo, ai Centri Sociali,  ai GAS e tante altre esperienze.


Riflettere su come la nostra generazione sta reagendo alle ingiustizie deve farci realizzare che il cambiamento è davvero dietro l’angolo se vogliamo. Deve aiutarci a guardare in faccia i nostri nemici, a renderli vicini, a scoprire i loro volti e a chiamarli con i loro nomi.

Esploderà allora la rabbia dei penultimi, che assieme a quella degli ultimi ci consentirà di  riappropriarci della bellezza che ci è stata tolta, dell’entusiasmo che è stato mille volte spento, dei progetti che non abbiamo potuto intraprendere e dei frutti che non abbiamo potuto raccogliere.

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