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Winner Taco sì, coglioni no, valore boh

Winner Taco sì, coglioni no, valore boh

La notizia del giorno, più dei balletti tra Renzi e Letta, è indubitabilmente questa. No, non è sbagliato il link. In questi giorni, sulle nostre bacheche facebook si è parlato – incredibile a dirsi – di qualcosa di realmente interessante: qualcosa che meriterebbe di finire sui libri di storia (o forse almeno di quella economica, che per chi si aggira nella parte sinistra del mondo non è poi così irrilevante). Due giovani, nel loro tempo libero, partendo da una pagina facebook e una passione d’infanzia, riescono a far cambiare le strategie di vendita - che dico: di pro-du-zio-ne di un’azienda. O meglio, del colosso mondiale del settore: la Algida.

Meglio ancora: attraverso quella pagina, attraverso grafiche e quant’altro, riescono a tutti gli effetti ad organizzare i propri coetanei, prima ancora che i (non più) consumatori di Winner Taco (sappiamo infatti che siete in pochi a ricordarne davvero l’ebbro contenuto caramelloso, ma non è questo il tempo, verrà la vostra ora) fino a rendere chiaro persino dentro l’azienda che dalla sua reintroduzione in commercio tutti avranno da guadagnarci – soprattutto Algida, ovviamente.

Capisco che vedere accostato il termine “organizzare” a Facebook (a questo proposito consigliamo la lettura di "Like democracy", web e organizzazione collettiva) e, ancor di più, a un gelato confezionato possa far storcere il naso: ma la realtà è quella che è, che ci piaccia o no, e noi che vogliamo trasformare il mondo dobbiamo comunque fare prima qualche sforzo per capirlo (non sia mai scoprissimo che, tutto sommato, ci piace...).

Questo non solo apre – certifica, meglio – l’ingresso in un’era incerta, potenzialmente nuova, in cui il consumatore, tradizionalmente considerato l’agente passivo per eccellenza, prende consapevolezza di essere in grado di orientare le scelte. Azioni come il consumo critico e le campagne di boicottaggio, fino a oggi in grado di raggiungere una portata piuttosto sporadica e limitata, potranno porsi forse degli obiettivi più ambiziosi: se hai visto resuscitare dal nulla il Winner Taco, ti sembrerà forse meno pretestuoso chi ti chiede di dare una mano affinché la Coca Cola venga allungata con un po' meno sangue di sindacalisti, o ci sia meno merda nella carne che ti servono da nelle catene di fast food.

Oltre a questo dato, evidenziato già da Ninja Marketing, credo che il punto rilevante dell’evento di ieri sia aver mostrato a tutti noi quanto imprevedibile e diverso, rispetto a quanto siamo stati abituati, sia oggi la creazione di valore, in senso economico. Mi si permetta un passo indietro, e un triplo carpiato in avanti: il giorno prima, su parte della blogosfera impazzava il dibattito sui “creativi” di #CoglioneNo. All’interno del più che comprensibile fastidio verso la categoria, verso il falso mito della creatività nel quale è stato (o si è auto) irreggimentata gran parte della nostra generazione, anche grazie a quel bastardo col maglione a collo alto che ha iniziato a dirgli di essere folli, affamati e, in ultima istanza, dei gran pezzi di merda, alcuni contributi – cito Niccolò Contessa solo perché è il più recente nella cronologia – arrivavano a giustificare una retribuzione pari a zero (0) per quello che a tutti gli effetti viene considerato da entrambe le parti un lavoro, a causa del fatto che “l’offerta supera di gran lunga la domanda”.

Che l’offerta nelle professioni intellettuali sia eccessiva può essere senz’altro vero: ma aldilà del fatto che la domanda e l’offerta, fuori dal mondo ovattato dei testi neoclassici, non vengono dalla montagna del sapone, e sono soggette all’azione di governi e parti sociali, non credo sia questa la ragione per cui un freelance venga pagato non poco, ma zero (ripetiamo: 0) – né tantomeno per giustificarlo. È stato proprio il simpatico orso polare del Taco a ricordarci una cosa di cui non riusciamo appieno a renderci conto: e cioè che, se è vero da sempre che non tutto ciò che crea valore economico è lavoro – nel significato 2 del Sabatini Coletti, e cioè occupazione specifica che prevede una retribuzione(a.k.a. $) ed è fonte di sostentamento” – sempre più spesso ciò che crea valore non è classificabile come lavoro. La pagina Ridateci il Winner Taco farà produrre, scambiare, consumare nuovi beni, forse persino assumere nuovi operai – più probabilmente, determinerà le mansioni di quelli già assunti: ad aver creato quel valore è stata l’attività volontaria di due cazzoni, e in ultima istanza, ogni clic più o meno distratto, ogni “condividi”, ogni tag dei nostri pomeriggi di abbrutimento su facebook. Eppure, e questo è il punto secondo me rilevante, di quel valore non potranno appropriarsi per intero né i cliccatori, né gli stessi ideatori della pagina. E non è che quel valore non esista per questo: di minima entrerà nei bilanci dell’azienda, e dunque nel valore raccolto dagli azionisti; più probabilmente, ci sarà qualcuno, dentro o fuori l’azienda, che per questa “idea” – che senza quella pagina avrebbe avuto valore pari a zero - riceverà un corrispettivo.

Ora, è chiaro che questo non costituisca “il moderno sistema capitalistico” per intero. Non mi è chiaro che ruolo giochi questo lavoro “creativo” all’interno dell’economia italiana o globale, né so dire se si espanderà fino a diventare rilevante. Ciò che mi interessa in questo momento è che sia indubbiamente un settore relativamente nuovo, in grado di creare valore, e in forte espansione. Il fatto che crei valore, in un’economia di mercato, richiede che venga retribuito. Dispiace a noi tutti – più o meno sinceramente – che sia il valore economico, e non la fatica, non il sudore, non la buona volontà, a essere retribuito: ma non è certo colpa del video #CoglioneNo, né sarà insultando i creativi che questo cambierà (per questo, vedere alla voce “rivoluzione”). Il fatto che sia in espansione ci dice che il fenomeno, per quando possa essere marginale in termini dimensionali, è estremamente rilevante: in economia, da sempre, oltre alle dimensioni (stock) contano le variazioni (flussi). Come hanno spiegato storici economici del calibro di Simon Kuznets, la crescita economica moderna è il frutto dell’emergere di gruppi relativamente piccoli (gli industriali del vapore di un tempo) a scapito di quelli fino ad allora tradizionalmente egemoni (i latifondisti rentier contro cui ci si scagliava sino ad allora). Dalla loro dinamicità economica, continuando l’esempio, quei settori trassero la forza necessaria a imporre nel dibattito pubblico temi come l’abolizione delle Corn Laws e più in generale delle tariffe commerciali.

Da storie come quella dei nostri amici creativi, o del tacolite, dovremmo forse trarre lo spunto per riflettere su quanta parte del nostro vivere quotidiano contribuisca in modo più o meno manifesto alla creazione di profitti altrui, e se ad esempio l’introduzione di forme di reddito garantito universale non siano da intendersi come proposte rivoluzionarie, ma semplici prese d’atto di questi processi.

Ultima modifica ilVenerdì, 17 Gennaio 2014 12:53
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