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Giacomo Gabbuti

Giacomo Gabbuti

Romano e romanista, studente di Economia a Tor Vergata, troppo critico per essere mainstream, troppo cazzone per essere eterodosso, scrive di economia, politica, e tutte le combinazioni di queste due parole: quando vuole darsi un tono scrive di altro su 404: File not Found. Si occupa di storia economica dell'Italia unitaria e di misurazione della povertà (il legame non è difficile..), ma si guarda bene dallo scrivere su cose che ha approfondito.

 

Curare il dissenso. Su I matti del Duce di Matteo Petracci

Tratto dal portale 404:File not found

Sono stato interdetto a seguito dell’internamento arbitrario in manicomio. Sono stato escluso dai diritti civili, minorato moralmente, rovinato fisicamente e intellettualmente con la sottrazione di dieci anni di esistenza. Il giudice competente deve sentenziare ora che quella diagnosi deve essere distrutta, perché soltanto con la restituita integrità morale e civile la libertà ha valore. Ciò che chiedo è giustizia, e non solo per me, ma anche per la sostanza stessa della riparazione di un arbitrio, dai pericoli del quale in un paese civile tutti i cittadini devono sentirsi al riparo.

Podemos, un animale strano si aggira per l’Europa: intervista a Giacomo Russo Spena

Tratto da 404: File Not Found

Finito di stampare a Novembre 2014, Podemos – La sinistra spagnola oltre la sinistra è l’ultima fatica dei giornalisti Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena. Recentemente andato in seconda ristampa, il libro segue di qualche mese un altro agile volume – Tsipras chi? – Il leader greco che vuole rifare l’Europa. Come il primo, anche questo libro è edito da Alegre, e presenta in modo accessibile, sintetico e coinvolgente la nascita e l’evoluzione di un movimento politico che ambisce a scompaginare la storia recente del proprio Paese, con conseguenze imprevedibili sui destini dell’intero continente.

Dopo i primi due capitoli in cui riassumono efficacemente quelle che possono essere definite come le “cause” della nascita e della base di consenso di Podemos – la crisi economica, nelle forme in cui si è abbattuta sulla Spagna a partire dal 2009, ed il movimento degli Indignados, che dal 2011 ha contestato il governo della crisi messo in atto dai tradizionali Partito Socialista Spagnolo (PSOE) e Partito Popolare (PP) – e un terzo più corposo dedicato specificamente a ricostruire l’ascesa di Podemos e del suo leader, Pablo Iglesias, i due autori si dedicano ad approfondire il retroterra ideologico e teorico del movimento, toccando il nodo molto “italiano” delle affinità e divergenze con il Movimento 5 Stelle.

Mentre lasciamo a voi l’utile e appassionante lettura del volume per saperne di più sul movimento che, alle prossime elezioni politiche spagnole – previste nell’autunno 2015 – potrebbe andare a sostenere la sfida europea del Governo Tsipras, vi proponiamo un’intervista a Giacomo Russo Spena, giornalista e curatore del sito di MicroMega, nella quale proviamo ad approfittarsi della sua esperienza sui casi greco e spagnolo per guardare sia all’esperienza di casa nostra, che più in generale ai possibili sviluppi della crisi europea.

La storia non è finita, e continuano a farla i popoli

Oggi, poco meno di dieci milioni di cittadini di Greci avranno la possibilità di recarsi alle urne, per eleggere il proprio parlamento e decidere dunque quale governo dare al proprio Paese. Un evento piuttosto rituale – dal ripristino della democrazia nel 1974 ad oggi, i greci hanno votato una volta ogni due anni e mezzo – in un Paese che raccoglie a malapena un cinquantesimo degli abitanti dell’Unione Europea e poco più dell’uno per cento del suo prodotto interno lordo. Nonostante ciò, i mercati finanziari di tutto il mondo attendono di capire cosa farà quel ristretto numero di greci ancora incerti – tra Nuova Democrazia e Syriza, e ancor più tra Syriza e le altre opposizioni di “sinistra”, dai comunisti del KKE ai socialdemocratici del Pasok. Ecco, no, diciamo che i “mercati” – o quella piccola cerchia di grossi portafogli in grado di muoverli a piacimento – non hanno aspettato il voto per speculare su un panico che essi stessi vanno diffondendo di proposito. Ma questa è un’altra storia.

Renzi, gli operai, la classe media: l'invidia sociale verso il basso

 

Qualche giorno fa, intervistato dal Fatto Quotidiano, Maurizio Landini si domandava: «Ma a Renzi cosa hanno fatto di male quelli che per vivere devono lavorare? Perché ce l’ha così tanto con loro?».

Potrebbe sembrare una domanda banale, quasi un piagnisteo. L’interrogativo posto da Landini contiene invece un nucleo di interesse molto profondo. Perché prima che decidesse di dover compiacere a tutti i costi il ceto imprenditoriale, il Renzi che conoscevamo era ossessionato dall’obiettivo di mantenere e allargare uno zoccolo di consenso potenziale – il “40%” delle Europee, e la sua rievocazione per mezzo di sondaggi. Un Renzi per il quale il consenso più vasto possibile era necessario: per poter minacciare elezioni anticipate, disciplinando così alleati coatti e minoranze interne. E proprio in virtù di quella minaccia, per scongiurare che le elezioni si materializzassero sul serio, rimandando all’infinito il rischio che dietro la minaccia si nascondesse il bluff. Che motivo avrebbe, quel Renzi, di inimicarsi così gratuitamente quel milione di lavoratori che erano in piazza sabato con la CGIL? Perché lo stesso Renzi che, tra un attacco al sindacato e una camicia bianca, cerca di ingraziarsi l’elettore di destra, dovrebbe rischiare di perdere del tutto i voti di chi era in piazza, delle loro famiglie e colleghi? Certo, Renzi gioca la sua partita a destra sulla base della convinzione - decisamente in continuità con il dalemismo della “sinistra” PD - che in Italia a destra si trovi la maggior parte degli elettori, e che l’elettorato del PD continuerà a votarlo qualsiasi cosa accada. Ma certo che attaccare con quella nettezza milioni di voti che sono, o sono stati fino a pochissimo tempo fa, parte del patrimonio politico del PD non si spiega neanche con l’appoggio, tutt’altro che indifferente, che gli imprenditori riuniti alla Leopolda sapranno ricambiare in sede di campagna elettorale vera e propria. 

Partecipate pubbliche e miti privati: una visione d'insieme

È ripartita, come prevedibile, la crociata contro le imprese partecipate dallo Stato – quelle imprese, cioè, “normali”, o “private” da un punto di vista del diritto, ma tra i cui azionisti figura lo Stato in una delle sue declinazioni a livello locale (quando è l’azionista prevalente, dovrebbero dirsi “controllate”). Del resto, per garantire coperture impossibili alle sue goffe misure di politica economica, il governo dimostra tutta la sua scarsa originalità e innovazione promettendo ancora una volta di eliminare la “spesa pubblica improduttiva”. Nel tentativo di dare un volto a questa creatura mitologica (forse Renzi pensava di trovare nel bilancio dello Stato la voce “spesa improduttiva”, da tagliare sic et simpliciter), torna buona la bestia delle partecipate. Non solo – ci tiene a dirci Repubblica – esse sono tutte in perdita:ma la perdita sarebbe addirittura proporzionale alla presenza dello Stato! Del resto, l’equazione è da prima elementare: se pubblico = brutto, allora + pubblico = + brutto. Talmente vero che entra in 140 caratteri, e se la metti su una slide lascia tanto spazio per le foto.

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