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Ciao Don Andrea, prete forte tra amici fragili

don gallo

Genova per la nostra generazione non è solo una città col porto, non è solo la città di Fabrizio De André, Genova per noi sono i giorni del G8 in cui fu ucciso Carlo Giuliani, giorni che non sappiamo se sono finiti e Genova per noi è la casa di Don Andrea Gallo. Non poteva esser prete in una città diversa il Don, così sbilanciata, assurda, drammaticamente reale e poeticamente straziante. Era il prete dei vicoli, del porto, dei viados e delle prostitute e mentre la Chiesa sbandava su derive confessionali ed ecumeniche che la allontanavano dai suoi credenti, c’era lui che con due o tre strattonate ben assestate rimetteva equilibrio nella discussione.

Lo abbiamo incontrato in tante nostre piazze, lo abbiamo ascoltato con pienezza e forse solo lui poteva essere prospettiva di un Dio, che noi non abbiamo mai nè visto, nè conosciuto, in questi tempi privi di grazia. Se n'è andato in maniera lieve, nella sua Comunità di San Benedetto al Porto, diventata un esempio, fuori dalla retorica. Era un prete “corsaro”, atipico nei modi, ma non nella disciplinata osservanza alla regola sacerdotale che aveva scelto e ai precetti del Vangelo. E se “ama il prossimo tuo ha ancora un senso” lo dobbiamo anche a lui, perché Don Andrea era il padre spirituale di chi non crede in Dio, di chi è stato messo alla porta dalla società, di quelli espulsi dal mondo. È morto un prete partigiano, che ha cercato di amare i dettami dei Vangeli e di odiare le gerarchie ecclesiastiche. La sua forza era la carità, era guardare gli uomini e le donne che bussavano alla sua porta nel profondo delle loro anime e delle loro coscienze, senza badare a documenti e carte penali. Abbiamo avuto la possibilità di godercelo il Don, ogni intervista era una stilettata, ogni passaggio delicato diventava per lui occasione di far comprendere la sua chiesa, così distante da quella di Roma e così vicina all’abbraccio con un tossicodipendente o con un ragazzo senza futuro. 
Per salutarlo si potrebbe fare molto, basterebbe ricominciare dal prossimo e dall’abbandonare l’idea che gli ultimi saranno i primi per mandato divino, perché la sua summa rivoluzionaria sta nel dire che gli ultimi saranno i primi solo se sapranno emanciparsi e rovesciare i tavoli. E allora, mentre la notizia “corre veloce di bocca in bocca”, ti saluto così, a pugno chiuso, come spesso facevi alla fine della funzione intonando “Bella Ciao”.
Ciao Don Gallo, mancherà l'odore del tuo sigaro e le tue parole nei cortei.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 12:55
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