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Notturno Jannacci

Jannacci e Gaber“Ma che poi sai Milano era diversa”, mi dicono spesso da quando sono arrivato, e tu cerchi di spiegargli che anche Roma, la mia città, era diversa, sembra quasi che qualcuno abbia fatto qualcosa alle città, qualcuno che è arrivato di notte e ha rubato varie cose, tra cui la poesia, la voglia di viverle e di trovare bellezza.

Allora non resta che camminare, per contare le rughe alle strade e riconoscere cosa c’era prima. A Milano prima c’erano Giorgio Gaber e Enzo Jannacci.

Il secondo è uscito di scena mentre tutti erano distratti, tra il Papa nuovo che va a piedi e il Governo che proprio non vuole nascere. Lui in una sera piovigginosa se ne è andato, forse non gli andava o forse era stanco. E vedendola di notte la sua Milano, ritrovi un po’ tutti i suoi personaggi che non è vero che sono scomparsi ma si chiamano solo in modo diverso e forse sta a noi dargli un posto in questo quadro enorme e allora vedi la prostituta rumena che attraversa la strada in viale Misurata, guardandoti ma solo appena e gli vorresti urlare “t’ho compràa i calsett de seda cun la riga nera” o l’operaio algerino vicino al Naviglio Pavese che rincasa alcolizzato dopo una giornata di lavoro e visto che è Pasqua pensi che in fin dei conti è lui quel “Nazareno stanco su un tram di Milano”. E poi c’è la nebbia, che ti rende questa città non molto reale, a cavallo tra l’ultima sigaretta che hai fumato e quel sogno buttato al cesso. Era fatta di questi due estremi la musica di Jannacci, sempre quasi scritta per caso, per quel caso che incastra le cose e ti rende la realtà cruda diretta, così com’è. Era figlia di un’urgenza di vivere, di sperperare tutto, di giocarsi tutto per il trucco finale, per il gusto di far ridere e piangere. Da un punto di vista letterario un caso unico il suo, cardiologo con l’amore per le parole, amante forsennato di quel nonsense che alla fine di “sense” ne aveva a milioni, tecnicamente perfetto nella stesura testuale che vive di equilibrio splendido, aveva quel suo modo di stare sul palco figlio dell’irriverenza della sua generazione che non troveremo più in nessun prodotto costruito a tavolino dalle nuove gerarchie musicali.

Un po’ tutti sapevano delle sue condizioni di salute, ma agli occhi di tutti la sua morte ha generato tanto stupore, sarà perché prese la vita con la serietà dello scherzo, che speravamo quasi che la morte non lo cogliesse. E forse morire di sera è il modo migliore per tenere sveglia la gente di notte ad ascoltare le canzoni, ed io mi sono ricordato tra un pezzo di nebbia e una chiave nella toppa che la prima volta che lo ascoltai era quel “si potrebbe andare tutti quanti allo zoo comunale”, avrò avuto pochi anni, e poi man mano lo conobbi, crescendo, sentendo la storia di Vincenzina o del padre aviatore o ancora pensando a “Quelli che…”. Sarebbe stato contento di vedere quanta gente questa sera canta le sue canzoni, anche un po’ piangendo e quanti lo ricordano.

Tra questi c’è Alfonso Gianni, compagno di lunga data che scrive così su Facebook: “È morto Enzo Jannacci. Era malato da tempo. La notizia non sorprende ma il vuoto che lascia è abissale. Forse è difficile per chi non è milanese capire fino in fondo Jannacci. Probabilmente è stato il più grande. L'unico che ha saputo cantare la dimensione urbana, la Milano operaia, quella delle periferie, quella della piccola ligera (in milanese malavita), quella degli emarginati, del non sense, cioè di quella particolare ironia surreale che nasce nel cuore di chi abita in una città che si avvolge nella nebbia, la Milano delle osterie, delle piccole meschinità di un popolo che amo, del fascino ingenuo delle macchinismo e della fabbrica, come luogo della fatica e allo stesso tempo della sicurezza del proprio futuro. Ricordate 'Vincenzina davanti alla fabbrica' una delle canzoni più belle che siano mai state scritte. Il cantore di un mondo che non c'è più. E quando ti telefonavo Enzo, per invitarti a cantare rigorosamente a gratis alle feste del Movimento lavoratori per il Socialismo, dopo che ci incontrammo per la prima volta di notte a un picchetto davanti a una piccola fabbrica metalmeccanica davanti a un falò, sembrava sempre che ti svegliassi, qualunque fosse l'ora. E tu cominciavi a spiegarmi come era fatto il mondo, e come andava male, e come cazzo, insomma si sarebbe potuto, no, capisci, dovuto, se fossimo d'accordo ecco... Poi alla festa non saresti venuto perchè avevi le prove, o una registrazione o non ti girava. Ma nella mia testa continuavano a girare le tue parole. Ci riconoscevo dentro la vita di mio padre, che lavorava la notte in piazza Cavour, operaio nella tipografia dove si stampavano tutti i giornali, di destra e di sinistra, e spesso, sempre più spesso mi toccava andarlo a prendere all'osteria (ora al suo posto c'è un orefice) perché da solo non sarebbe mai tornato a casa. E quando ti vidi per la prima volta nella Tv in bianco e nero, presentato da Mike Bongiorno, cantare 'El purtava i scarp de tennis', mio padre era già morto da cinque anni, ma era come se me lo vedessi davanti, perchè lui se di notte ubriaco fosse tornato a casa da solo e avesse visto un "barbone" sotto un mucchio di cartoni si sarebbe fermato, avrebbe cercato di svegliarlo per offrigli qualcosa da bere. L'indifferenza, lui come te, non sapeva cos'era, perchè tu Enzo odiavi gli indifferenti. Te se andaa via. Ciao.”

E questo notturno, si conclude qui, che è quasi mattina.

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