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L'aria delle città rende liberi: trasformazioni urbane e democrazia radicale

L'aria delle città rende liberi: trasformazioni urbane e democrazia radicale

“L’aria delle città rende liberi”: è questo il titolo che abbiamo scelto per introdurre la discussione su trasformazioni urbane e democrazia radicale che si è svolta nell’ambito di Mappe del nuovo mondo, il festival de Il Corsaro. Obiettivo primario dell’incontro era la costituzione di un nucleo di ricercatori e ricercatrici, attiviste e attivisti, amministratrici e amministratori interessate/i a contribuire alla costituzione di una sezione speciale de Il Corsaro dedicata alle questioni urbane. Immaginiamo uno spazio aperto e trasversale, che concepisca il racconto dei luoghi in cui viviamo come pratica immediatamente politica: per far conoscere esperienze di emancipazione e solidarietà; per mettere in comune soluzioni concrete e strumenti di azione; per far emergere masse critiche attorno a temi e obiettivi condivisi.  Non è stato quindi casuale che sia stato l’Angelo Mai a ospitare il laboratorio e l’intero festival. Questo luogo di socialità e produzione culturale dal basso, attivo dal 2004 e oggi sotto rischio di sgombero, rientra tra le esperienze che possono realmente fare la differenza in un campo di battaglia attraversato da forze contraddittorie e mutevoli, come quello della città contemporanea.

Il titolo del laboratorio potrebbe apparire un po’ semplicistico, suggerendo una visione romantica della vita urbana. In realtà, abbiamo voluto interpretare quel famoso motto in maniera più sfaccettata, identificando nella città un terreno di contesa nel flusso dello sviluppo - o della crisi - del capitalismo e dei cambiamenti dirompenti che l’accompagnano. Anche per questo, non poteva sfuggirci un anniversario importante: 50 anni fa veniva pubblicato per la prima volta, in pieno fermento sessantottino, Le Droit à la Ville, il caposaldo di Henri Lefebvre che nella nostra discussione abbiamo voluto recuperare non tanto - o non solo - nella sua parte strettamente rivendicativa, in quella formulazione del diritto alla città divenuta famosa nel dibattito accademico e politico molti anni dopo e spesso oggetto di distorsioni, ma soprattutto nel suo riconoscere lo spazio urbano come un campo di forza e di azione privilegiato per chi si pone l’obiettivo di trasformare lo stato di cose presente. E d’altronde le ultime frontiere dello sviluppo economico, con internet of things, blockchain, economie delle piattaforme, smart cities, suggeriscono un ritorno di attenzione sullo spazio urbano come dispositivo di accumulazione e, allo stesso tempo, terreno di lotta e di produzione di modelli alternativi per la vita in comune.

In questo contesto si sono sviluppate, con particolare intensità negli ultimi anni, pratiche che mettono in discussione e trasformano le categorie con le quali siamo soliti leggere i fenomeni urbani, a partire ad esempio dalla dicotomia pubblico-privato. Si tratta di una vera e propria “città fai da te”, come sottolineato dal prof. Carlo Cellamare (Università La Sapienza) nel corso della sua introduzione. A partire da un osservatorio privilegiato come l’area metropolitana di Roma - si veda l’ultimo numero della rivista Tracce Urbane - Cellamare ha incontrato e studiato diverse esperienze nelle quali i gruppi sociali più o meno eterogenei si appropriano di spazi urbani attribuendo a essi rinnovato senso: dalle occupazioni abitative all’autogestione di servizi come teatri e palestre, alla cura del verde pubblico. Si tratta di pratiche che si fanno largo negli spazi lasciati scoperti dalla crisi del Welfare State, che ha radici lontane ma si è particolarmente intensificata negli ultimi anni. Ed è proprio questo aspetto che apre una prospettiva di critica sull’ambiguità di molte di queste esperienze, che spesso si collocano tra la sostituzione dello stesso Welfare state - rischiando di “giustificare” la deresponsabilizzazione del settore pubblico - e le nuove frontiere di valorizzazione del sociale da parte del capitalismo estrattivo. D’altronde, un altro elemento che emerge dalla ricerca di Cellamare è che, molto spesso, “si autorganizza chi se lo può permettere”, chi cioè ha risorse economiche, ma anche capitale culturale e sociale per poterlo fare. E la dimensione politica, ovvero la tensione rivendicativa e la disponibilità al conflitto sulla scena dello sviluppo urbano è una caratteristica solo eventuale di queste esperienze.

Il fermento che caratterizza molte delle realtà urbane del nostro Paese (e non solo) merita dunque una riflessione approfondita, soprattutto per capire se e come forme nuove del fare politica - come le tante coalizioni civiche sorte in città italiane sull’onda del c.d. neomunicipalismo - possano entrare in relazione, intercettare queste tensioni trasformative, replicarle, portarle su scale più ampie.

Carmine Piscopo, Assessore all’Urbanistica e ai Beni Comuni del Comune di Napoli, ha voluto sottolineare da questo punto di vista alcune linee guida dell’esperienza della giunta De Magistris nella città partenopea. A guidare gli sforzi degli ultimi anni da parte dell’Amministrazione napoletana c’è stata la domanda “chi decide in città?” Di conseguenza il passaggio di paradigma operato è stato quello dalla centralità del pubblico alla centralità del collettivo, con la restituzione alla collettività di beni che rappresentano il destino di una città e dei suoi abitanti. Le delibere sui beni comuni, la ripubblicizzazione della gestione dell’acqua - unica città in Italia ad aver dato attuazione al referendum del 2011 - e la tutela degli spazi di proprietà pubblica liberati e autogestiti hanno l’effetto importante, tra gli altri, di collocare la gestione dei beni comuni sulla scala che gli è più propria, quella del territorio. Inoltre, la complicata vicenda di Bagnoli, con la gestione commissariale imposta per la prima volta fuori da contesti emergenziali dal Governo Renzi, è stata un’occasione per l’amministrazione di sperimentare forme di co-progettazione dello spazio urbano, sulla spinta delle intense mobilitazioni contro il commissariamento che hanno attraversato la città negli anni passati.

La discussione del laboratorio ha poi lasciato spazio al racconto di tante esperienze, che da diverse prospettive - non solo quella della ricerca, ma anche quella dell’attivismo e dell’impegno amministrativo - hanno a che fare quotidianamente con l’urbanizzazione, da interpretare “come processo e non come dato di fatto”, come sottolineato da Margherita Grazioli dei Blocchi Precari Metropolitani di Roma. Sarebbe impossibile riassumere i tanti spunti emersi nel corso della discussione - e d’altronde l’apertura di una sezione dedicata alle questioni urbane su Il Corsaro sarà utile proprio per dare spazio a tutte e tutti coloro le/i quali sono interessate/i a contribuire, a partire dalle/dai partecipanti al laboratorio romano - ma può essere utile riportare due impressioni che chi scrive ha riscontrato al termine del confronto, partecipato da oltre trenta di persone da una dozzina di realtà urbane di tutta Italia.

La prima impressione è che un racconto collettivo come quello che Il Corsaro propone di ospitare in futuro non può non tenere conto dei contesti profondamente differenti dai quali le riflessioni, le analisi e le proposte proverranno. Agire nel campo delle trasformazioni urbane a Roma, metropoli di 3 milioni di abitanti, è inevitabilmente diverso da farlo a Cinquefrondi, Comune di 6.500 abitanti nel cuore dell’Aspromonte, come ha tenuto a sottolineare Michele Conia, sindaco appunto della cittadina calabra. Sarà interessante provare a continuare una discussione in cui il racconto delle esperienze apra spazi per la comparazione delle stesse, per il riconoscimento di similarità e differenze. Inoltre, come già evidenziato, il contesto cambia anche a partire dal punto di vista dell’osservatore, e questo aspetto rende particolarmente interessante l’ipotesi di instaurare un confronto tra diverse figure impegnate nelle trasformazioni urbane, con ruoli a volte intrecciati, ibridi e intercambiabili, tra ricerca, attivismo e governo locale.

La seconda impressione è che in una fase di trasformazioni dirompenti come quella che stiamo vivendo urge focalizzarsi non solo su ciò che avviene nelle città, ma innanzitutto su chi sono gli attori di questi cambiamenti, su come cioè le società urbane si ri-articolano sulle nuove basi produttive, culturali, simboliche delle città contemporanee. Sulla base di quali bisogni e problemi emergenti le soggettività urbane si organizzano? Quali spazi di azione identificano? Le pratiche messe in atto, secondo questa prospettiva, derivano almeno in parte dalle caratteristiche e dalle forme organizzative dei gruppi che le mettono in pratica e dai contesti nei quali operano. Queste pratiche si articolano poi in ulteriori relazioni tra gruppi diversi, con le istituzioni, e anche in connessioni su scale più ampie.

Siamo di fronte, insomma, a processi di riorganizzazione in cui può trovare spazio quel modo di vivere definito “Comune”. In tali contesti diventa spesso possibile mettere in discussione le distinzioni preesistenti tra pubblico e privato, trasformando il pubblico in un terreno di conflitto e sviluppando forme di organizzazione, deliberazione e mobilitazione che, se non avversate dai governi locali, possono essere complementari a quelle della democrazia rappresentativa. Le scelte operate da questi attori su pratiche e scale - ovvero su come raggiungere i propri obiettivi e su che piano (di quartiere, cittadino, metropolitano, nazionale, internazionale etc.) agire - sono orientate molto spesso dal pragmatismo, relativo agli obiettivi ma soprattutto alle risorse disponibili. Pratiche, scale, relazioni disegnano per ogni contesto urbano dei campi di possibilità, degli spazi in cui le istituzioni locali potrebbero cercare di interferire positivamente per alimentare occasioni di apprendimento, di emancipazione e di radicalizzazione della democrazia. Si tratta di processi i cui risultati sono imprevedibili, e che possono facilmente prendere una china piuttosto che l’altra nella contesa tra regime capitalista e nuove forme di organizzazione della vita in comune. Ma è proprio in questi spazi che è possibile costruire collettivamente nuove città, che diano “la risposta alla tua domanda”, riprendendo il celebre adagio riferito da Italo Calvino alle sue Città Invisibili.

Stiamo iniziando a costruire un gruppo speciale nella redazione de Il Corsaro che si occuperà di questioni urbane: racconti di esperienze, divulgazione del dibattito teorico, proposte programmatiche. Se sei interessata/o, contattaci!

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