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Le caserme in disuso a Roma: 'diventino spazi per il coworking'

caserma ruffo romaL'avanzare della crisi da un lato e la speculazione edilizia dall'altro hanno portato a due effetti drammatici e complementari. Da un lato l'aumento di precari, poor workers, disoccupati e inoccupati e in generale la parcellizzazione del mercato del lavoro e il costo degli affitti ha comportato un incalcolabile aumento persone che lavorano da casa, con tutto ciò che ne consegue in termini psicologici e di qualità della vita e del lavoro. Dall'altro lato la trasformazione delle città ha portato alla "privatizzazione delle piazze", con la lenta distruzione degli spazi pubblici, di incontro e confronto.

In particolare nelle metropoli crescono quindi le solitudini e in particolar modo le "solitudini lavorative". In tanti si interrogano su come dare risposte concrete a questa situazione. Per farlo il Comitato per l’uso pubblico delle caserme e il Quinto Stato hanno avanzato una proposta: il riuso delle grandi caserme dismesse come spazi da destinare al coworking e al mutualismo.

L'obiettivo – si legge nel loro documento – è quello di costruire sul territorio metropolitano di Romaa partire dall’uso pubblico delle Caserme Ruffo e Gandin nel Quinto Municipio della Capitale,  una rete di spazi di coworking, ciascuno con la sua fisionomia, nella definizione dei progetti alla luce delle caratteristiche produttive del territorio e di chi si coinvolge nel progetto.

Per la Caserma Ruffo, ad esempio, l'idea è quella di uno spazio di coworkers del mondo del terzo settore, della cultura e della comunicazione; per lo spazio della Caserma Gandin, invece, si tratterebbe di uno spazio per il lavoro artigiano, per costruire, riparare o rimodernare prodotti che la cultura consumista e seriale dell’usa e getta vorrebbe dimenticare.

"Gli spazi di coworking – scrivono – devono essere intesi come i luoghi in cui i soggetti delle nuove e tradizionali forme del lavoro indipendente, autonomo, intermittente, flessibile e precarizzato si organizzano per gestire al meglio la propria attività lavorativa/professionale, quindi condividere e scambiare progetti, contatti, reti sociali, saperi, strumenti, pratiche, conoscenze, organizzare forme mutualistiche concrete e rompere le solitudini lavorative. Per questo non si tratta solo di individuare spazi da affittare collettivamente per abbattere i costi di un ufficio. Possono essere, infatti, un nodo di scambio, progettazione e collaborazione tra professionalità e realtà diverse in spazi condivisi. Ma è anche la messa a disposizione per la cittadinanza di competenze, servizi e risorse. Perché oltre ad incentivare il lavoro di chi vive nella condizione del “Quinto Stato”, bisogna sopperire alla mancanza di spazi pubblici per la socializzazione e alla mancanza cronica di spazi e risorse per il welfare, la formazione e la cultura.

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