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Roma nelle secche di Mafia Capitale: dalla riflessione alla proposta

Roma nelle secche di Mafia Capitale: dalla riflessione alla proposta

Dalla seconda ondata di arresti per l’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale, continua a svilupparsi nella città un dibattito a tratti schizofrenico1, in una rincorsa tra chi è più sceriffo e chi gioca a collocarsi quanto più distante dai cattivi.

Da osservatrice e militante, provo a rilevare alcune dinamiche che mi sembrano offuscate dal cicaleccio di queste ore.

In primo luogo, si sta spesso verificando la rimozione lessicale – e quindi politica – del nucleo centrale dell’inchiesta: ovvero la costituzione di un’organizzazione criminale di stampo mafioso autoctona attorno a esponenti della Banda della Magliana e dell’estrema destra romana. Tornare ai capi di imputazione esposti nell’ordinanza2, come già avevamo provato a fare dopo la prima ondata di arresti a dicembre, è sempre utile perché aiuta a ricordare che i reati di tipo mafioso non avvengono nel vuoto e che i confini tra legale e illegale, tra buoni e cattivi, sono in verità sempre più sfocati e difficili da individuare.

Con l’insediamento della Giunta Marino, il sistema corruttivo di Carminati e sodali si è consolidato3 grazie al coinvolgimento di molti esponenti del PD e di alti dirigenti della pubblica amministrazione capitolina: i reati contestati devono essere considerati tanto più gravi in quanto tale condotta corruttiva ha favorito l’accumulazione di denaro e potere da parte dell’organizzazione Mafia Capitale.4

Si delinea dunque il quadro di una città – in buona compagnia peraltro, da qualche anno a questa parte, nelle regioni considerate a non tradizionale presenza mafiosa – in cui il sistema politico, amministrativo, economico e sociale si è andato configurando nel tempo come sempre più compatibile con il metodo mafioso. L’organizzazione mafiosa, al tempo stesso, diventa funzionale alla concezione autoritaria e privatistica del potere economico e politico, secondo la quale la cosa pubblica non è gestita nell’interesse generale della collettività ma nell’interesse particolare di chi ha i rapporti di forza a proprio favore. Qui risiede la questione fondamentale da mettere a fuoco: in quanto parte di questo sistema sociale, siamo compatibili.

Si comprende come sia più semplice e mediaticamente efficace continuare a saccheggiare stralci di intercettazioni estrapolate dal contesto, provando a dimostrare come tutti coloro che sono stati osservati da forze dell’ordine e magistratura siano “melma”5. Ma se tutto è mafia, niente è mafia. E invece la città ha bisogno di aprire un dibattito pubblico sulle responsabilità collettive – quelle penali e individuali sono indagate dalla magistratura e sarebbe bene non mettere in discussione la divisione dei poteri dello Stato – dei diversi soggetti sociali incapaci (a parte poche eccezioni del tutto inascoltate) di individuare e porre al centro dell’agenda politica il tema della gestione mafioso-corruttiva del potere: i partiti politici, in primis, ma anche le associazioni datoriali, i sindacati, la cooperazione, il terzo settore, l’informazione, i movimenti. Sarebbe bene, dunque, che ciascuno fosse in grado di riconoscere le proprie assenze e mancanze.

E sarebbe bene rendersi conto che contestualmente a Mafia Capitale, nei nostri quartieri il controllo del territorio di tipo mafioso (‘ndrangheta, camorra, gruppi autoctoni e legati a mafie straniere) si sta diffondendo sempre di più – complice la crisi economica e il conseguente smantellamento delle politiche sociali – attraverso traffico di stupefacenti, gioco d’azzardo, usura, riciclaggio e investimenti, consolidando un consenso sociale che sarà difficile scalfire con politiche puramente repressive.

Data questa situazione, personalmente non trovo appassionante il dibattito impostato come alternativa tra tutti a casa, da un lato, e con Marino senza se e senza ma, dall’altro. Ѐ evidente e difficilmente contestabile che Marino e la sua attuale Giunta abbiano prodotto una discontinuità rispetto a molte rendite di potere (a partire da alcune nomine importanti nelle società partecipate). Ѐ altrettanto evidente che tale discontinuità non è stata e non è tuttora sufficiente a determinare una reale rottura di quel sistema di potere. Se prima dell’inchiesta – quindi nei primi 18 mesi di consiliatura – la responsabilità dal mio punto di vista più grave è stata quella di non aver acceso pubblicamente i riflettori su quanto si stava riscontrando in termini di compromissione della macchina politico-amministrativa capitolina, post Mafia Capitale si è messo in campo un approccio puramente repressivo, in particolare attorno alle figure di Sabella, Marino e Gabrielli, che parlano e agiscono da sceriffi, eroi del bene pronti a fronteggiare frontalmente e in solitudine i cattivi della situazione.

A questo punto della storia però dovrebbe esser chiaro che tutto questo non funziona.

La politica – fino a quando non decide di commissariarsi da sola e delegare tutto a tecnici, prefetti e magistrati – è il regno del possibile, quindi possiamo decidere di proseguire testardamente l’opera di risanamento e pulizia, di azzerare la Giunta o ancora di andare a elezioni subito (la decisione sullo scioglimento del Comune per mafia è invece in mano a Prefetto e Governo). Il nodo da affrontare è però quale idea di politica antimafia e anticorruzione saremo in grado di mettere in campo.

Di idee e proposte, per la verità, se ne vedono poche. Provo ad avanzarne qualcuna (senza la pretesa che si tratti di proposte migliori di altre, ma solo con l’intento di entrare nel merito della questione).

La maggioranza dovrebbe convocare immediatamente il Consiglio comunale straordinario su Mafia Capitale: la rete Spiazziamoli lo chiede, inascoltata, dal 16 aprile. Se da un lato i movimenti non sono riusciti a proporre una risposta adeguata alla gravità della situazione, la politica si è dimostrata sorda alle istanze poste dal basso (e questa è un’altra responsabilità di cui dobbiamo farci carico).

A pochi mesi dall’insediamento della nuova maggioranza di centro-sinistra al Comune e ai Municipi, sono subito fioriti importanti protocolli d’intesa6: la situazione in cui ci troviamo oggi dimostra che non sono sufficienti né le retoriche antimafia né le dichiarazioni d’intenti se non sono sostanziate da impegni concreti. Provando ad andare oltre retorica e repressione, servono politiche di tipo promozionale e trasformativo il cui obiettivo è produrre un cambiamento nella società, così da agire sulle condizioni culturali, sociali ed economiche che contribuiscono al rafforzamento delle organizzazioni criminali.

Si potrebbe partire da una seria politica di promozione del whistleblowing, ovvero della possibilità per i dipendenti e gli amministratori comunali di suonare il fischietto segnalando eventuali irregolarità e dinamiche sospette di cui si viene a conoscenza nello svolgimento della propria funzione, prevedendo prassi e canali certi e garantendo le più adeguate tutele di riservatezza (il vicesindaco Luigi Nieri, con delega al personale, potrebbe assumere un’iniziativa di questo tipo, magari di concerto con i sindacati?). Comune e Regione dovrebbero recepire subito tutte le indicazioni del Codice etico per la buona politica di Avviso Pubblico e il Manifesto Integrità a costo zero proposto dalla campagna Riparte il futuro. Dovremmo inoltre avviare un percorso di inchiesta su quanto si muove sul territorio e di formazione degli amministratori e dei dipendenti pubblici7.

Al di là delle singole proposte8 (che, ripeto, possono essere queste, così come molte altre), dovremmo dismettere una volta per tutte l’autoreferenzialità della politica, riconoscendo i nostri limiti e le nostre insufficienze, costruendo invece reti e sinergie con le realtà della società civile che da anni lavorano su questi temi, al fine di mettere in campo gli strumenti più avanzati di contrasto e prevenzione della criminalità organizzata e della corruzione.

Per quel che concerne, infine, la mia parte politica, penso che Sinistra Ecologia e Libertà dovrebbe avviare una nuova fase, un percorso radicale di apertura all’esterno e ripensamento del proprio ruolo, in cui non si dia più per scontata la sopravvivenza della maggioranza di centro-sinistra a qualunque costo. Nel documento approvato all’assemblea nazionale del 29 marzo si propongono modalità di verifica dei mandati elettivi e consultazioni aperte. A Roma un’iniziativa di questo tipo non è più rinviabile: negli ultimi mesi si è progressivamente logorato il rapporto tra i nostri eletti e i soggetti collettivi che costituiscono la parte di società che ci proponiamo di rappresentare (penso in particolare al sindacato e ai movimenti). Tra pochi mesi saremo esattamente a metà mandato della Giunta Marino: quale migliore occasione per mettere a verifica quanto fatto finora, aprire un percorso partecipato di confronto e discussione per decidere collettivamente se e a quali condizioni possiamo e dobbiamo continuare a svolgere un ruolo di rappresentanza istituzionale nella maggioranza di centro-sinistra nella nostra città?

L'autrice, Ludovica Ioppolo, è membro del coordinamento Sel Area metropolitana di Roma, attivista di Act – Agire, costruire, trasformare.

NOTE

1. Vittorio Martone ha scritto tre importanti e utili contributi sulla rappresentazione delle mafie a Roma, prima e dopo Mafia Capitale.

2. Gli indagati per 416bis sono accusati nello specifico di: “avere fatto parte di una associazione di stampo mafioso operante su Roma e nel Lazio, che si avvale della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti di estorsione, di usura, di riciclaggio, di corruzione di pubblici ufficiali e per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici”. Tale organizzazione durante la Giunta Alemanno ha avuto referenti politici diretti nell’ex Sindaco della capitale d’Italia e in Luca Gramazio, indagati anch’essi per 416bis, con Franco Panzironi (ex amministratore delegato dell’Ama) a fare da “garante”. Ma dell’organizzazione fanno parte anche imprenditori collusi (che partecipano direttamente all’associazione “mettendo a disposizione le proprie imprese e attività economiche nel settore della edilizia per la gestione degli appalti di opere e servizi conseguiti dall’associazione anche con metodo corruttivo”) e pubblici ufficiali a libro paga (che partecipano all’associazione “fornendo uno stabile contributo per l’aggiudicazione di appalti pubblici, per lo sblocco di pagamenti in favore delle imprese riconducibili all’associazione”).

3. Dal 2013 il gruppo di Mafia Capitale cerca nuovi referenti politici nella nuova maggioranza di governo del Comune e li trova in Ozzimo, Coratti, Pedetti e Figurelli (più Tassone come presidente del X Municipio), per il tramite di Buzzi, soggetto riconosciuto da tutto il mondo del terzo settore a Roma. Questi esponenti del PD e molti alti dirigenti dell’amministrazione capitolina (di area centro-sinistra, ma comunque nel loro ruolo dirigenziale) sono accusati di corruzione e reati annessi.

4. Molto altro ci sarebbe da dire sull’uso strumentale e spregiudicato delle politiche a favore dei soggetti svantaggiati (migranti, Rom, famiglie sfrattate,…): Marcello Ravveduto mette bene in evidenza come “in questo paese ogni emergenza si è trasformata in una fonte di arricchimento delle mafie”.

5. A questo proposito i magistrati Pignatone e Bruti Liberati propongono di rendere non pubblicabili i materiali precedenti l’ordinanza, per esempio le informative dei Ros che in questi giorni troviamo sui quotidiani.

6. Roma Capitale ha aderito ad Avviso Pubblico, la rete di enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie, e ha siglato un protocollo d’intesa con Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie; i 15 Municipi hanno siglato il protocollo Municipi senza mafie proposto da daSud (rimasto in larghissima parte lettera morta, come rilevato dalla stessa associazione); il Tribunale di Roma ha siglato un protocollo d’intesa per la gestione di beni sequestrati e confiscati con Roma Capitale, Regione Lazio e diverse associazioni datoriali.

7. Solo per fare qualche esempio: un assessore per Municipio, magari il più giovane, potrebbe nel prossimo anno accademico frequentare il Master in Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione dell’Università di Pisa e potremmo costituire un gruppo di lavoro coinvolgendo i massimi esperti su questi temi presenti nella nostra città, come il Prof. Piga dell’Università di Tor Vergata o Massimo Di Rienzo del Formez.

8. Altre proposte importanti emergeranno dal lavoro avviato da Sel Lazio nel laboratorio partecipato su legalità, mafie e corruzione.

Ultima modifica ilLunedì, 15 Giugno 2015 12:26
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