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Trattativa Stato-mafia: un processo che merita di essere seguito

Strage di Via dei Georgofili, Firenze 1993 Strage di Via dei Georgofili, Firenze 1993

Fonte: Liberainformazione - Giovedì 7 novembre 2013. Per le strade di Palermo c’è  un sole estivo e una luce calda che, come sempre, mi fanno sentire a casa. Mi incammino su via Notarbartolo, attraverso via Libertà, incrocio via Carlo Alberto dalla Chiesa. Mi sorprendo a riconoscere i giardini inglesi e i ficus dalle radici imponenti come palazzi, che nei miei ricordi di bambina sono indelebilmente associati al capoluogo siciliano. Finalmente arrivo all’Ucciardone: per me è una grande prima volta. La prima volta che entro nell’aula bunker di Palermo, quella del maxi-processo che ha svelato alla Sicilia e all’Italia la vera struttura di Cosa Nostra. La prima volta in un’aula di tribunale, con l’interrogatorio ai testimoni da parte dei pubblici ministeri, le domande delle parti civili, il contraddittorio degli avvocati di difesa e il Presidente della Corte che contesta le domande ripetitive o induttive.

La prima volta in un processo di mafia. E che processo: è chiamato “la trattativa”, è il processo aperto dalla Procura di Palermo contro Leoluca Bagarella, Giovanni, Brusca, Massimo Ciancimino, Antonino Cinà, Giuseppe De Donno, Marcello Dell’Utri, Nicola Mancino, Mario Mori, Totò Riina, Antonio Subranni. Accusati tutti – nei differenti ruoli che ricoprivano – di aver favorito “lo sviluppo di una “trattativa” fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce in relazione, da una parte, alla prosecuzione della strategia stragista e, dall’altra, all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato” (tra le rinunce dello Stato, solo per fare un esempio, la prosecuzione della latitanza di Bernardo Provenzano). Libera è stata ammessa come parte civile, assieme al Centro studi Pio La Torre e l’associazione dei familiari delle vittime di via de’ Georgofili, il Comune di Palermo, la Regione Sicilia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si legge nell’atto di costituzione di parte civile di Libera: “Le gravi imputazioni nei confronti di alti funzionari dello Stato accusati di aver aperto un dialogo con Cosa Nostra porta tanto dolore e riapre grandi ferite ai familiari delle vittime di mafia. I familiari e la stessa società civile responsabile hanno invece il diritto di trovarsi  accanto uno Stato che cammina con loro; i loro cari hanno perso la vita anche perché si sono opposti a qualsiasi trattativa con Cosa Nostra.

Io sono qui principalmente come osservatrice: mi interessa capire cosa significa essere parte civile in un processo di mafia, cosa rappresenta questa presenza nelle aule di tribunale, questa partecipazione alla “giustizia” per il movimento antimafia. E così - sempre per la prima volta – ascolto la voce di un pentito “in diretta” raccontare la sua carriera criminale (seppur, in questo caso, in video conferenza): Francesco Onorato, classe 1960. Nel 1978, a 18 anni i primi “strangolamenti”, ragazzi che Cosa nostra deve punire per rapine non autorizzate. Nel 1980, a 20 anni, l’affiliazione al mandamento di Partanna-Mondello, con Salvo Riccobono capo-famiglia. Omicidi, un elenco lunghissimo di omicidi. La latitanza nel 1992 e l’arresto nel 1993. Nel settembre 1996, quando decide di collaborare con lo Stato, è detenuto in sezione di alta sorveglianza, non al 41bis. Con una condanna definitiva per associazione mafiosa, ma l’archiviazione in Cassazione per l’accusa di essere mandante dell’omicidio di Salvo Lima. E così la collaborazione di Onorato inizia con l’autoaccusa come esecutore materiale di molti delitti per i quali non era nemmeno indagato: l’omicidio Lima, la scomparsa del poliziotto Emanuele Piazza, il fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura. Il pm Nino Di Matteo gli chiede di ripercorrere tutte le tappe, cerca evidentemente di dimostrare l’attendibilità del teste che in 16 anni di collaborazione si vanta di aver visto confermate tutte le sue autoaccuse fino all’ultimo grado di giudizio, senza ricevere mai una denuncia per calunnia. Nel 1987 Onorato viene arruolato nel gruppo di fuoco della Commissione provinciale di Cosa nostra: è un grande privilegio per un uomo d’onore, anche più importante di altre cariche perché chi ne fa parte può eseguire omicidi fuori dal territorio di propria competenza. “Il gruppo di fuoco è come la nazionale di calcio, si prendono i giocatori migliori dalle varie squadre”. Onorato ne entra a far parte quindi perché è ritenuto particolarmente valido, particolarmente adatto ad eseguire le sentenze di morte decise dal massimo organo politico dell’associazione mafiosa.

Nel 1988 Riina e gli altri della Commissione sono depressi per le sentenze del maxi-processo (con la sentenza di primo grado il 16 dicembre 1987 vengono comminate 360 condanne e 19 ergastoli):  ma dopo poco tempo si vantano di aver trovato le persone giuste, molti amici politici che assicurano di aggiustare tutto in Cassazione. La giustizia che fa il suo corso non è un esito previsto e quando il 30 gennaio del 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo grado  la rabbia di Cosa nostra è incontenibile: “Riina si c’avissi avutu a possibilità, avissi ammazzatu a tutti”. Viene stilato un lungo elenco di politici – e non solo – da uccidere, uno dopo l’altro: Salvo Lima e Giulio Andreotti e i loro figli, ma anche Calogero Germanà, Carlo Vizzini, Calogero Mannino, Claudio Martelli,… Ma qual è la fonte di tutte queste informazioni? Salvatore Biondino, che con Onorato aveva un rapporto molto stretto di amicizia e fiducia e si lasciava andare spesso a confidenze e valutazioni. Biondino era – a detta del collaboratore – il “regista” della Commissione, l’organo più importante di Cosa Nostra: convocava le riunioni, dava appuntamenti, coordinava i lavori. Ma Biondino parlava a nome proprio o a nome di altri? “Si chiamava Cosa Nostra, non cosa di uno: quando si dice Biondino si dice Riina, Provenzano e la Commissione, tutte le decisioni venivano prese assieme”.

Il racconto del collaboratore sembra un fiume in piena, interrotto di tanto in tanto da tentennamenti e divagazioni sulla sua condizione di pentito: fin dall’inizio, quando il Presidente apre il collegamento video e gli chiede di pronunciare la formula di rito con cui si impegna a raccontare tutto ciò che è a sua conoscenza, Onorato chiede di rimandare l’interrogatorio. Adduce problemi familiari, ma poi viene convinto da una telefonata con il suo avvocato che lo chiama dai banchi dell’aula bunker e dalla previsione del pm Di Matteo che l’interrogatorio durerà un’ora (in realtà Onorato viene ascoltato per quasi tre ore consecutive, fino alle 13:00). Tra una domanda e l’altra Onorato cerca il modo di ribadire il suo disagio: “non siamo come sacchi di sabbia da svuotare; accusando certe persone, facendo certi nomi si rischia, io a volte penso che potrei dire delle cose e poi non le dico, mi sento abbandonato; noi collaboratori non siamo protetti. Sa perché Riina accusa sempre lo Stato? Perché sa come sono andate le cose, ha ragione, perché lui sta pagando il conto e loro no. Ma che trattativa e trattativa io mi chiedo, se c’è stata sempre una convivenza tra mafia e Stato? Prima ci hanno fatto fare le cose, ci hanno fatto ammazzare dalla Chiesa, questo ci hanno fatto fare Andreotti e il signor Craxi che si sentivano il fiato sul collo”.

Parole come pietre, che – come ogni parola e ogni pietra di stampo mafioso – vanno decodificate e interpretate correttamente. Onorato gioca sul filo del rasoio: dice che ha paura, ma quando il Presidente gli fa notare che è sotto giuramento e che è tenuto a dire tutto senza omissioni, allora lamenta vuoti di memoria. Dopo Di Matteo, anche Teresi e Del Bene cercano a più riprese di colmare le lacune, di tornare su quei vuoti: lei ha detto che i politici vi hanno chiesto di fare delle cose, oltre l’omicidio dalla Chiesa, cos’altro vi hanno chiesto? “L’omicidio Mattarella per esempio. E dopo l’attentato all’Addaura abbiamo messo in giro la voce che Falcone si era messo le bombe da solo per farlo diventare persona di poco conto, anche questo per interesse dei politici”. Ricorda altri omicidi compiuti per interessi esterni a Cosa nostra? “Non ricordo”. Sa qualcosa dell’omicidio di Pio La Torre? “L’ho saputo dai giornali”. È a conoscenza di qualche informazione sull’assassinio del poliziotto Antonino Agostino? “Non so chi l’ha commissionato”. E di Giuseppe Montalto, agente della polizia penitenziaria? Fiato sospeso nella speranza di trovare pochi spiragli di verità finora negate. Ma niente, Onorato di questi delitti non ricorda nulla.

I vuoti di memoria e la denuncia dell’abbandono da parte dello Stato sono segnali che andranno interpretati: quando viene chiesto ad Onorato perché solo ora abbia raccontato di questi legami di Cosa nostra con la politica, lui risponde semplicemente che non gli hanno mai fatto determinate domande. Sarebbe un’imperdonabile superficialità prendere per oro colato tutte le dichiarazioni di Onorato: Nando dalla Chiesa, solo per fare un esempio, ha già espresso forti perplessità circa la fondatezza di un possibile coinvolgimento di Craxi nell’omicidio di suo padre.  Nonostante quest’attenzione necessaria (o forse proprio in ragione di tale complessità), la partecipazione ai processi si rivela una straordinaria esperienza formativa e, mi permetto di dire, educativa: toccare con mano, sentire nell’aria in quell’aula bunker la pesantezza di quelle parole, imparare a decifrare i detti e i non detti, cogliere le sfumature, riconoscere l’atteggiamento pretestuoso degli avvocati di difesa, comprendere le difficoltà della costruzione della prova, affidarsi alla Giustizia per accettarne alla fine i limiti e tornare all’aria aperta più determinati di prima, perché una società più giusta dobbiamo costruirla anche e soprattutto fuori dai tribunali. 

E allora andiamo a Palermo appena possibile. Godiamoci il sole, il mare, il cibo, i ficus giganti, le cupole arabe e le volte normanne. Ma il giovedì entriamo nell’aula bunker: c’è un processo che merita di essere seguito. Affondiamo nelle radici poco lusinghiere della nostra fragile democrazia, perché solo partendo da lì potremo costruire nuove radici, più forti e più profonde, di una rinnovata responsabilità civile e politica, di uno Stato che non tratta, di una società autenticamente antimafiosa.

Per approfondire:

Le inchieste di Repubblica, la trattativa Stato-mafia

Wikimafia, voce Maxi-processo di Palermo

Dalla Chiesa N., 2010, La convergenza, Milano, Melampo.

Ultima modifica ilLunedì, 25 Novembre 2013 14:02
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