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Le insidie del decreto sicurezza sul riuso dei beni confiscati alle mafie

  • Scritto da  Angelo Buonomo
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Le insidie del decreto sicurezza sul riuso dei beni confiscati alle mafie

Il cosiddetto decreto sicurezza è l’ennesimo atto preoccupante emanato dal Governo. Un provvedimento che mina i diritti Delle persone e intensifica le politiche securitarie con un segno fortemente centrato sulla punizione piuttosto che sulla prevenzione. Il primo dato da sottolineare è l’inutilità di utilizzare lo strumento della decretazione d’urgenza in contraddizione dei dettami costituzionali e con gli orientamenti espressi in molti casi dalle forze politiche di governo. Lega Nord e Movimento Cinque Stelle, infatti, in diverse occasioni hanno contestato l’utilizzo frequente e l’abuso di questo strumento da parte dei Governi precedenti e ora decidono di intervenire su temi importanti utilizzando proprio questo strumento. In questo caso il tema non è quantitativo ma anche qualitativo in quanto il modus operandi del governo è caratterizzato da un approccio propagandistico fortemente pericoloso. Oltre agli aspetti formali entrando nel merito del provvedimento sono diversi i nodi spinosi, pericolosi e preoccupanti non solo per quanto riguarda i migranti ma anche altre questioni non secondarie perché è l’intero impianto a non essere coerente visto che vengono messi insieme nello stesso provvedimento sicurezza, migranti e beni confiscati per sottolineare l’impostazione ideologica su questi temi. L’intervento in materia di beni confiscati alla criminalità organizzata rischia di vanificare vent’anni di impegno contro le mafie e di costruzione di prospettive di cambiamento.

Il cosiddetto decreto sicurezza è l’ennesimo atto preoccupante emanato dal Governo. Un provvedimento che mina i diritti Delle persone e intensifica le politiche securitarie con un segno fortemente centrato sulla punizione piuttosto che sulla prevenzione. Il primo dato da sottolineare è l’inutilità di utilizzare lo strumento della decretazione d’urgenza in contraddizione dei dettami costituzionali e con gli orientamenti espressi in molti casi dalle forze politiche di governo. Lega Nord e Movimento Cinque Stelle, infatti, in diverse occasioni hanno contestato l’utilizzo frequente e l’abuso di questo strumento da parte dei Governi precedenti e ora decidono di intervenire su temi importanti utilizzando proprio questo strumento. In questo caso il tema non è quantitativo ma anche qualitativo in quanto il modus operandi del governo è caratterizzato da un approccio propagandistico fortemente pericoloso. Oltre agli aspetti formali entrando nel merito del provvedimento sono diversi i nodi spinosi, pericolosi e preoccupanti non solo per quanto riguarda i migranti ma anche altre questioni non secondarie perché è l’intero impianto a non essere coerente visto che vengono messi insieme nello stesso provvedimento sicurezza, migranti e beni confiscati per sottolineare l’impostazione ideologica su questi temi. L’intervento in materia di beni confiscati alla criminalità organizzata rischia di vanificare vent’anni di impegno contro le mafie e di costruzione di prospettive di cambiamento.

Il Governo attraverso questo atto liberalizza la vendita dei beni confiscati alla criminalità organizzata finora interdetta. Il principio cardine della legge 109 del 7 marzo 1996 che sancisce il riutilizzo sociale dei beni confiscati che ha come cardine quello di creare una filiera istituzionale che incrocia tutti i soggetti impegnati nel contrasto alle mafie. Questa liberalizzazione rischia così di incidere negativamente sul meccanismo chiave del riutilizzo che, nonostante diverse difficoltà e criticità non solo normative, in vent’anni ha creato opportunità di lavoro, sviluppo locale economico e di comunità, benessere collettivo, servizi di qualità dedicati alle persone, inclusione e coesione sociale.

Il decreto apre alla possibilità di vendita dei beni designando chi ha il diritto di precedenza nell’acquisto di questi beni. Va sottolineato, diversamente da come sostenuto da alcuni osservatori, che questo provvedimento non è il frutto della contrapposizione mediatica tra Salvini e Saviano coltivata dal Ministro degli Interni ma piuttosto una scelta politica precisa. Non possiamo leggere questo provvedimento attraverso questa semplificazione rischiando di non cogliere l’essenza e la sostanza.

Nel decreto non esistono interventi che riguardano la lotta alla criminalità organizzata e non sono previsti strumenti per il potenziamento dei progetti di riutilizzo sociale dei beni confiscati se non interventi volti a depotenziare il riutilizzo sociale. Fondamentalmente viene utilizzata la materia dei beni confiscati come spot, come paravento per dare il segnale di un attivismo sul tema che è solo apparente e produce effetti potenzialmente negativi.

Vendere i beni significa mettere in vendita il portato simbolico, di memoria, di riscatto collettivo di una comunità. Quello che viene messo all’asta non è un semplice oggetto ma un bene che porta con sé la possibilità concreta di liberarsi dalle mafie attraverso il lavoro, i servizi di qualità e l’inclusione sociale. Diverse ricerche dimostrano che i progetti di riutilizzo sociale dei beni confiscati generano occasioni di lavoro e sviluppo locale, tutto questo è messo a rischio in una logica risarcitoria che non genera riscatto sociale.

La vendita dei beni significa rivendere alle mafie ovvero a chi in questo momento ha la disponibilità economica e finanziaria. Questo rischio unito all’assenza di parametri precisi e stringenti diventa sempre di più una possibilità.

Pur prendendo in considerazione la posizione minima di chi sostiene che i beni possono essere venduti ma a determinate condizioni di trasparenza e pubblicità evitando di rivendere alle mafie inserendo provvedimento in un decreto legge, quindi attraverso la decretazione d’urgenza, significa non prevedere strumenti minimi per evitare questo meccanismo.

Questo provvedimento è di fatto un attacco a chi è concretamente impegnato in processi di inclusione e coesione sociale, in particolare attacca quelle realtà fortemente impegnate nell’accoglienza dei migranti. Una rivalsa contro i processi positivi e virtuosi di accoglienza e inclusione sociale. Molti Enti del Terzo Settore impegnati in questo campo funzionano e fanno da contraltare a quelle esperienze negative nelle quali si fa profitto sulla pelle dei migranti

La logica che guida l’esecutivo è l’impostazione legalitaria e securitaria nella quale il riutilizzo dei beni confiscati viene depotenziato il valore sociale complessivo molto più importante. Il decreto elenca i soggetti che hanno il diritto di prelazione nell’acquisto dei beni messi in vendita. Questi sono: cooperative edilizie costituite da personale delle Forze armate e/o delle Forze di polizia; gli enti pubblici aventi, tra le altre finalità istituzionali, anche quella dell’investimento nel settore immobiliare; le associazioni di categoria che assicurano, nello specifico progetto, maggiori garanzie e utilità per il perseguimento dell’interesse pubblico; le fondazioni bancarie; gli enti territoriali. Un esempio concreto di come questo provvedimento porta con sé insidie e tratti puramente propagandistici. Un vero e proprio spot per implementare i consensi nelle forza dell’ordine.

Il DL sicurezza prevede il riuso dei beni confiscati per finalità residenziali per soggetti svantaggiati o in area di povertà. Questa fattispecie è già prevista dal decreto 30 gennaio 2015 “Programma per il recupero ai fini abitativi degli immobili confiscati alla criminalità”.

In ultima istanza, ma non di minor importanza, la questione che riguarda le particelle indivisibili ovvero quelle quote di confisca inferiori al 100%. In questo caso dal provvedimento si evince la possibilità e la prelazione di acquisto al comproprietario se è in buona fede. Pur mantenendo le mie posizioni garantiste questo passaggio appare critico e quantomeno pericoloso risultando la prova concreta della direzione di vendere i beni e di non prevedere strumenti per evitare l’acquisto da parte dei soggetti a cui è stato sottratto il bene.

Questo decreto è pieno di insidie e di propaganda. L’opposizione e la costruzione di consenso attorno a proposte alternative è l’unica strada possibile. Mentre la sfida e quella di creare sempre di più occasioni di riscatto a partire dai beni confiscati e riutilizzati per scopi sociali

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