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Cambridge Analytica: la lotta politica e la psicologia di un’intera nazione

Christopher Wylie Christopher Wylie

C’è una questione enorme, relegata nelle pagine interne dei giornali italiani: è l’inchiesta del New York Times e del Guardian su Cambridge Analytica e sui suoi creatori, protagonisti della campagna di Donald Trump e pro-Brexit.

Cambridge Analytica è responsabile del più grande leak di data della storia dei social network: si tratta dell’uso dei dati relativi a oltre 50 milioni di profili facebook statunitensi, estratti a insaputa dei diretti interessati e impiegati per profilare con efficacia i messaggi elettorali, in particolare nella campagna presidenziale statunitense.

Cambridge Analytica è fondata dal matematico miliardario Mercer, uno tra i principali finanziatori della campagna dei repubblicani.

Nello scontro Trump-Clinton per la prima volta si è combattuta su larga scala una battaglia che sarà sempre di più uno dei principali terreni di lotta politica: la guerra dei dati per manipolare menti e risultati elettorali. Come scrive Berit Anderson in questo post da leggere “la Silicon Valley ha impiegato gli ultimi dieci anni a creare piattaforme che generano dipendenza digitale. Nel 2016 Trump e i suoi alleati hanno dirottato queste piattaforme per i propri fini portandoci in una nuova era politica.”

Mentre in una consistente parte della politica italiana siamo ancora fermi all’idea che per diffondere il nostro messaggio basti pubblicare una grafica su facebook o scrivere un articolo su un blog. Mentre nella sinistra del nostro paese la richiesta di un modesto budget per i social network fa sgranare gli occhi a qualcuno… altrove e in particolare nella nuova destra mondiale si lavora da tempo progettando messaggi rivolti a specifici target con tecniche psicografiche e comportamentali costruendo vere e proprie macchine automatizzate per la propaganda che consentono altissimi livelli di ingegneria sociale.

Come scrive su Limes Michele Mezza qualche mese fa “si stima che a ridosso della campagna elettorale americana circa 150 cervelli artificiali abbiano pompato in rete 78 milioni di messaggi circolari, tali da precostituire grafo a imbuto, cioè fenomeni reticolari che sulla base di parole chiave attraggono gruppi e individui apparentemente inclini a quei contenuti. In sostanza, Trump ha dato a ogni tribù sociale selezionata ciò che voleva sentirsi dire da un candidato.”

Una volta profilati, i milioni di elettori americani, per l’intera durata della campagna, e probabilmente da molto prima che la campagna elettorale avesse inizio, hanno visualizzato notizie, diffuse nella maggior parte dei casi tramite dark ads visibili solo al target del messaggio. Si tratta di messaggi atti ad accrescere il sentimento che era stato profilato: l’indignazione su un tema specifico, la sfiducia verso un determinato personaggio o semplicemente per rendere più rapida e “virale” la diffusione di una notizia con un potenziale effetto sul dibattito pubblico mainstream. Il tutto avviene per milioni di persone, milioni di volte sulla base di miliardi di dati.

Di cosa parlamo? Parliamo di armi. (“psychological warfare tool”). Christopher Wylie, il 28enne matematico e whistleblower che ha aiutato NYT e Guardian a rivelare l’accaduto, in questo video parla di “cultural weapon”.

Wylie dice “noi abbiamo cambiato la percezione della realtà in America. Se vuoi cambiare la politica devi cambiare la cultura, se vuoi cambiare la cultura devi cambiare le unità che formano la cultura, ovvero ciascuna persona […] per vincere una guerra culturale devi avere le armi culturali. Noi costruivamo le armi culturali”.

Queste tecniche se usate con pianificazione strategica e continuità da chi ha un progetto chiaro e messaggi efficaci, consentono di plasmare l’opinione pubblica e il pensiero di milioni di persone.

I big data sono una parte fondamentale delle odierne casematte di cui parlava Gramsci, le abbiamo lasciate all’estrema destra e pagheremo a lungo questo errore.

Come sono andati i fatti? Provo a semplificare al massimo, saltando anche qualche passaggio, (mi perdonino i nerd): la Cambridge Analytica aveva progettato la strategia di profilazione e diffusione di contenuti targettizzati e segmentati, ma aveva un’arma scarica: c’era bisogno di una enorme mole di dati per funzionare. Servivano le munizioni.

Aleksandr Kogan, un ricercatore inglese, personaggio molto particolare che a un certo punto della propria vita ha cambiato nome in Aleksandr Spectre, crea una società che si occupa ufficialmente con finalità di ricerca di raccogliere dati.

Dopo diversi tentativi, tra cui l’utilizzo di Mechanical Turk di Amazon, la soluzione arriva tramite thisisyourdigitallife uno di quei giochi — quiz che ti forniscono un tuo identikit sulla base della risposta ad alcune domande. La app è stata utilizzata da 270mila persone. Ma questa app — certificata da Facebook — non si limitava a estrarre i dati di coloro che acconsentivano l’accesso ai propri social, ma a loro insaputa venivano estratti i dati anche di tutti i loro contatti. Ciascun contatto agganciato veniva moltiplicato per centinaia, migliaia di volte.

In questo modo 270mila persone sono diventate molte di più, 60 milioni di americani, chissà quanti in tutto il mondo. Una volta recuperati questi dati la società di Kogan ha passato il database enorme alla Cambridge Analytica riempiendo il suo arsenale. Di questi tempi si tratta di un tesoro inestimabile, un furto enorme.

Questo tesoro è diventato fondamentale nelle mani di Steve Bannon, il capo della campagna elettorale di Donald Trump, uno dei personaggi più influenti della nuova destra mondiale che pochi giorni fa interveniva nel dibattito pubblico italiano esultando per l’esito elettorale.

Davanti a questo furto Facebook — che era a conoscenza dell’accaduto da ben due anni — ha reagito in modo scomposto, si è subito dichiarata parte lesa e ha sospeso Cambridge Analytica. Ma è pura ipocrisia.

Quel che Facebook nel suo comunicato non dice è come mai sia possibile che una app estragga dati non solo sui singoli che autorizzano l’accesso, ma anche su persone terze, attingendo direttamente ai dati di tutti i loro inconsapevoli amici.

Come ha twittato Edward Snowden “Facebook fa soldi sfruttando e vendendo i dati della vita intima e privata di milioni di persone. Non sono vittime, sono complici”.

Anche questa volta probabilmente non accadrà nulla. Non è successo niente dopo lo scandalo dell’NSA e le denunce pesantissime di Snowden figuriamoci se accadrà qualcosa dopo questa interessantissima inchiesta.

Ma ad ogni occasione deve aumentare la nostra consapevolezza. Da un lato il web è uno strumento di lotta politica da usare con grande consapevolezza e competenza, investendo risorse (senza per questo ricorrere a strumenti eticamente inacettabili) sia per diffondere il proprio messaggio e giocare una nuova sfida egemonica e difendersi dai rischi della propaganda messa in campo dalle Artificial Intelligence dell’alt right. Dall’altro lato, internet deve diventare l’oggetto di una battaglia politica: dobbiamo cambiare radicalmente questa infrastruttura ormai divorata dall’oligopolio delle grandi corporation.

Il problema, infatti, non è solo l’uso che è stato fatto in questo caso specifico di quei miliardi di dati, il problema è che quei dati esistono, sono di proprietà privata e danno un potere enorme a chi li detiene.

Cosa accadrebbe se Trump e l’alt right mondiale affinassero ancora questa macchina rendendo possibile la diffusione di messaggi ancora più corrispondenti a quel che ciascuno di noi pensa e per questo ancora più pervasivi e convincenti? O cosa accadrebbe se — come alcuni ipotizzano — lo stesso Mark Zuckerberg decidesse di candidarsi alle presidenziali statunitensi del 2020? Può esistere la democrazia davanti a un potere così grande e così incontrollato?

Se poi vogliamo continuare a discutere di internet banalizzando tutto, come se il problema fossero le fake news amatoriali e i troll che incitano all’odio facciamo pure, “continuiamo così… facciamoci del male.”

Per approfondire:

Leggete anche l’articolo del NYT

Una ricostruzione in italiano di Riccardo Luna per AGI

Un articolo di Francesca Amenduni su Valigia Blu

Un mio articolo di qualche mese fa “Google e Facebook sono troppo grossi per essere proprietà privata”

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