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La morte di Marielle Franco oltre la cronaca: un Brasile guidato da un governo golpista e schiacciato da una politica dell’oppressione

  • Scritto da  Irma Caputo
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La morte di Marielle Franco oltre la cronaca: un Brasile guidato da un governo golpista e schiacciato da una politica dell’oppressione

L’Europa torna a parlare di Brasile, la lente del microscopio viene messa a fuoco e peccato che l’attenzione per il Sud America si riaccenda soltanto a ridosso di un tragico assassinio.

Marielle Franco consigliera comunale del Psol (partido socialismo e liberdade) eletta con 46.502 voti, la quinta consigliera più votata della città di Rio de Janeiro, è stata barbaramente assassinata a colpi di pistola di ritorno da un incontro per parlare della condizione delle donne nere nelle città di Rio de Janeiro.

La “colpa” di Marielle era aver denunciato a gran voce a seguito della militarizzazione della città di Rio de Janeiro, i crimini e le efferatezze commesse dalla polizia militare contro la popolazione di Acarí, una favela della zona nord della città. La polizia militare, sin dal momento dell’autorizzazione per agire nella città, forte dell’impunità assicurata dalla divisa, stava attuando operazioni repressive, violenze e soprusi sistematici e chirurgici contro la popolazione locale, in perfetto stile fascista e seguendo la linea di pensiero di criminalizzazione della povertà e dei suoi spazi fisici. Spesso gli abitanti delle comunità vengono addirittura obbligati, come se pagassero il pizzo alla mafia, a versare denaro per una presunta protezione ai loro stessi carnefici. Marielle stava dando voce a tutto questo. Una denuncia scomoda la sua, in un Brasile che si prepara alle elezioni, pronta a smascherare un intero sistema di violenza e potere perpetrato dal corpo dello stato nelle favelas. Il suo assassinio prende i toni di una vera e propria esecuzione sommaria, come il suo stesso partito ha sottolineato.

Marielle era in prima linea nella rivendicazione dei diritti sociali, civili e politici di coloro che, una lingua conservatrice e una società ingiusta continua a chiamare minoranze, ma che rappresentano la maggioranza della popolazione. Neri, donne, la comunità GLBTQ e soprattutto milioni di abitanti delle favelas di Rio de Janeiro, di cui la stragrande maggioranza vive con meno di 5,5 reali al giorno, equivalenti a un dollaro e mezzo (il 78% tra la popolazione nera), mentre il resto che, numericamente sì rappresenta la minoranza (20%), vive con un salario 18 volte più alto di coloro che vivono con 8 reali al giorno. Al di là dei numeri, la disparità è abissale e l’ingiustizia evidente.

Marielle non rappresentava i neri, i poveri e le differenze di genere, andava oltre, perché lei era tutte queste cose insieme. Sovvertiva l’attuale sistema di rappresentanza, perché era il sangue vivo di coloro che la politica vuole reprimere e dimenticare dentro le istituzioni. La quinta candidata eletta, seduta allo stesso banco degli oppressori e dell’élite ricordando loro tutti i giorni che esiste un mondo fatto di esigenze e vite reali e lottando perché entrassero tra le priorità dell’azione di governo e gestione della città.

Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che un efferato crimine politico potesse avvenire con una tale brutalità e una supposta sicurezza di impunità da parte dei suoi esecutori, ma visto l’andazzo della politica brasiliana degli ultimi mesi era più che prevedibile che il sistema di oppressione generato da un governo golpista, liderato da Michel Temer, prima delle elezioni avrebbe preso delle pieghe fasciste.

Sì, perché anche se in Europa non se ne è parlato, l’illecito voto di impeachment della Presidente Dilma Roussef del partito dei lavoratori, è stato un vero e proprio colpo di stato orchestrato dai poter forti a cui un paese più giusto e più uguale ha fatto paura. La destituzione illegittima di una presidente democraticamente eletta, che inserendosi nel solco del progetto politico iniziato da Lula alcuni anni prima, aveva partecipato alla riduzione massiccia della povertà, è stato uno scacco matto per rimettere le pedine ai posti giusti. Ristabilire un ordine che riportasse la maggioranza della popolazione povera, fino ad un decennio prima trattata come se fosse minoranza, allo storico luogo di subalternità.

Un paese che prima dell’elezione di Lula, per anni si era svenduto alle multinazionali straniere, che nemmeno provava a risolvere l’annosa questione dell’accesso all’istruzione della popolazione nera; cieco di fronte alle disuguaglianze sociali, ma solerte nella difesa del privilegio delle élites ricche, aveva negli ultimi decenni cominciato ad appianare il gap tra le diverse fasce della popolazione. Il Brasile stava dando opportunità ai più poveri attraverso interventi mirati di distribuzione del reddito e politiche sociali integrative.

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In America Latina il disegno delle élite e dei grandi monopoli, sembra avere un unico filo conduttore: in Argentina la destra di Macri con il progetto di smantellamento delle politiche pubbliche, in Brasile l’impeachment di Dilma e la condanna di Lula che ne impediscono la candidatura alle presidenziali di ottobre, in Cile la destra di Piñero, l’uomo più ricco del paese, sembrano ricordare che lo scacchiere mondiale si muova in direzione della repressione, del mantenimento del privilegio e del conservatorismo.

Il forte movimento di rivolta e di protesta nato dall’indignazione della morte di Marielle e la partecipazione massiccia alla manifestazione indetta a seguito della sua morte accendono una speranza. Striscioni al corteo di protesta del 15 marzo dicevano: “Pensavano di aver estirpato le radici e invece hanno piantato dei semi” o “Marielle presente, hoje e sempre”. Che questo sia solo l’inzio?

Fonte dei dati e delle percentuali: IBGE (Instituto Brasileiro de Geografia e estatística)

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