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Licenziamenti, accorpamenti e alleanze. Cosa accade alle Coop campane?

Licenziamenti, accorpamenti e alleanze. Cosa accade alle Coop campane?

Nel 2005 Bruno Trentin, in questa intervista, con coraggio e in controtendenza rispetto a molti dirigenti dei Democratici di Sinistra, rispetto al caso Unipol denunciava con lucidità il cambio di passo che si stava verificando nel mondo della cooperazione italiana. L'intervista, impreziosita da una presa di distanza da Giorgio Napolitano, che allora si era dimostrato morbido nella denuncia di quello che stava succedendo derubricando la questione ai classici "errori di valutazione", sembra essere rilasciata ieri, e oggi ritorna attuale perché siamo di fronte ad una grande contraddizione e al rischio di una divaricazione tra dimensione economica e dimensione politica della pratica della cooperazione.

Siamo di fronte a un quadro sfilacciato e frammentato che necessita di essere rinvigorito e rilanciato. Dal punto di vista economico, la crisi ha sancito definitivamente il ruolo fondamentale della cooperazione. I dati parlano chiaro: le coop nella crisi reggono, fanno crescere la buona occupazione, rappresentano un argine per quanto riguarda i prezzi mentre dal punto di vista politico siamo davanti al rischio del superamento della loro missione. Nell'ultimo anno, infatti, si è fatto strada il caso Campania, dove l'UniCoop Tirreno ha deciso, unilateralmente, di vendere i supermercati mantenendo il 49% della proprietà.

I lavoratori dieci mesi fa sono riusciti a bloccare il primo tentativo di vendita al Gruppo Catone, secondo molti abbastanza ”chiacchierato”. Da qualche settimana si è riaperta la crisi, con un piano che prevede 250 licenziamenti. Dunque, al rischio di divaricazione tra economico e politico si aggiunge anche una impostazione a due velocità dal punto di vista geografico: mentre a nord si investe sullo sviluppo delle cooperative puntando ad una partecipazione consapevole, attiva e spesso democratica dei soci, al sud, dove la Coop è stato l'unica azienda della grande distribuzione ad insediarsi prima dell'avvento dei centri commerciali gestiti dalla criminalità organizzata, si smobilita, senza consultare i soci, visto che qui l'adesione è concepita solo nell'ottica della tessera fedeltà per ottenere sconti e omaggi. La mobilitazione dei lavoratori sta crescendo all'insegna dell'occupazione, di un modello di sviluppo alternativo per questo territorio, nella riaffermazione dei valori della cooperazione.

La Campania, per quanto riguarda la cooperazione, rappresenta un caso particolare. Esiste un pezzo di cooperazione mascherata fatto solo per accedere ai vantaggi fiscali, mentre un altro pezzo, virtuoso, è composto da cooperative sociali che gestiscono beni confiscati e attività produttive capaci di mettere in campo progetti di sviluppo locale. Infine ci sono i tanti percorsi quasi sempre fallimentari dei supermercati Coop.

Quattro anni fa, UniCoop lanciò un progetto di piccoli insediamenti in tutta la regione, con quattro supermercati in altrettanti città (Soccavo, Solofra, Castellamare e Nocera). Nel giro di poco tempo questi progetti sono naufragati con la vendita a un privato il quale dopo soli cinque giorni ha messo tutti i lavoratori per strada. Questi fallimenti sono legati certamente ad un tessuto produttivo e commerciale compromesso nei quali si registra una gestione da parte della criminalità organizzata. In questo senso diventa più difficile promuovere la filiera corta del km zero, la cooperazione tra piccole aziende, una politica dei prezzi accomodante per i soci, un vero protagonismo di questi ultimi. A ben vedere, però, la particolarità del caso Campania ci consegna una serie di realtà positive nel campo della cooperazione sociale nonostante la compromissione del tessuto produttivo. In un luogo dove si sente forte la necessità di prodotti di qualità e di processi di partecipazione diffusa, vista la pericolosità di alcuni territori campani (tra cui la Terra dei Fuochi), UniCoop Tirreno decide di smobilitare.

La realtà campana in questi anni è stata utilizzata come paravento. UniCoop registra delle perdite e invece di promuovere iniziative forti e proporre soluzioni praticabili punta a lasciare la regione. A detta dei lavoratori, in realtà solo i bilanci dei supermercati di Afragola e Quarto registrano delle perdite, mentre gli altri registrano performance positive. Quindi, più che al tessuto politico-sociale la catena di supermercati sceglie i motivi di bilancio per disimpegnarsi.

In questo senso, ritornando all'intervista di Bruno Trentin, si può dire che siamo di fronte al rischio di un cambio di natura della cooperazione nel nostro Paese. Il dirigente sindacale, nell'intervista citata, ebbe a dire che ormai le leghe cooperative nei tavoli negoziali "siedono fianco a fianco a Confindustria" sottolineando l'incapacità della sinistra di rilanciare processi di altra-economia capaci di proporre al paese uno sviluppo compatibile, praticabile e partecipato.

Qualche anno dopo sarebbe arrivata l'Alleanza delle Cooperative: un cartello politico più che sociale. Il campanello d'allarme campano rappresenta un paradigma rispetto alle strade che la cooperazione vuole intraprendere nel nostro Paese. Resta aperto il dibattito tra chi vede nel "modello italiano" della cooperazione un processo solido e chi invece crede che esso vada rinnovato e impreziosito da tante esperienze locali poco valorizzate. 

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