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Terranostra occupata: da uno spazio abbandonato al bene comune

Terranostra occupata: da uno spazio abbandonato al bene comune

Quello che potete leggere qui è un manifesto, un grido di passione e impegno, di amore per il territorio, ha il sapore della conquista collettiva, non della mera riappropriazione di spazi ma una continua costruzione di comunità ribelli, creative e resistenti. Terranostra occupata è un bene comune, un pensiero, un'indagine sociologica sull'umanità che è viva solo se si fa collettivo. La liberazione di spazi e la pratica della partecipazione sono centrali, soprattutto nel Mezzogiorno martoriato dalla crisi multidimensionale (economica, sociale, culturale, democratica). Lo diventano ancora di più avvengono nell'area nord di Napoli una terra difficile, spesso abbandonata ed emarginata. Per queste ragioni riportiamo qui l'appello pubblico lanciato dalle attiviste e dagli attivisti, dai cittadini e da tantissimi singoli e realtà che stanno sostenendo l'esperienza di Terranostra occupata.

Siamo quelle abitanti e quegli abitanti di Casoria e dell'Area Nord di Napoli che hanno preso l'iniziativa di riaprire e ripulire uno spazio pubblico, finora tenuto chiuso e lasciato al degrado dalle istituzioni. Il bene in questione è una grande area verde (38.000 metri quadri), con piccole strutture in muratura, che fu un ex deposito militare. Il demanio dello Stato ha ceduto a costo zero questi terreni al Comune di Casoria con la condizione che quest'ultimo li utilizzi a fini sociali. Fino ad ora l'unico progetto dell'amministrazione locale su questo sito consiste in uno studio di pre-fattibilità per realizzare un parco urbano. Si tratta di un piano per cui non è prevista ancora neppure una fonte di finanziamento: nei fatti un progetto vago e di massima che è stato abbozzato unicamente per permettere il passaggio gratuito dal patrimonio demaniale a quello comunale. In altre parole la Giunta non ha alcuna prospettiva chiara e concreta sulla valorizzazione sociale di questa risorsa. Il timore della popolazione è che, nonostante i vincoli legali, questo suolo possa diventare oggetto di ennesime speculazioni in una città nota per l'abuso edilizio sia illegale che legalizzato. Inoltre negli anni in cui è stato chiuso e lasciato all'incuria questo pezzo di territorio ha subito anche scarichi di rifiuti, seppur a prima vista non particolarmente lesivi per il sottosuolo, rinvenuti nel momento della riapertura autorganizzata dal basso.

Pertanto chi ha liberato questo luogo per restituirlo alla collettività, ha insediato un presidio permanente per costringere l'amministrazione a rimuovere i cumuli di rifiuti presenti ed evitare che esso venga utilizzato in futuro come discarica dal mercato formale ed informale dello smaltimento, per studiare lo stato di salute ambientale del suolo e del sottosuolo, per assicurare il controllo popolare in eventuali bonifiche, per garantire che non vengano portate avanti operazioni speculative. Nella certezza che calpestare questi terreni non costituisca chissà quale pericolo per vite trascorse su territori avvelenati da industrie dimesse e mai bonificate così come da rifiuti tossici, il nostro presidiare non è passivo ma si sta traducendo in una autogestione di questo bene, tradotta nella pulizia e nella cura quotidiana dei terreni nonché nella costruzione di momenti di dibattito e socialità, con la collaborazione di tante e tanti abitanti che - a distanza di una sola settimana dalla riapertura - contribuiscono con sempre più solidarietà e spirito di condivisione all'esperienza. Tra i nostri sogni, in una terra segnata da devastazione ecologica e cementificazione selvaggia senza ambiti di aggregazione, c'è quello di realizzare un parco attrezzato, quello di strutturare un'area di agricoltura sociale, quello di dar spazio a tutta la popolazione per coltivare degli orti comuni, una casa della giustizia sociale ed ambientale. Prima di portare avanti queste progettualità ci stiamo dedicando, con l'aiuto di ricercatori e docenti della Federico II a fare dei rilievi per conoscere lo stato del terreno e nel contempo stiamo costruendo assemblee di quartiere e facendo inchieste in tutta la città per capire le esigenze e i desideri delle donne e degli uomini che ci vivono.

Intanto l''esigenza di presidiare ed avviare un'autogestione evidentemente nasce da una mancanza di fiducia maturata nella popolazione rispetto ai governanti e al ceto politico locali. Pertanto l'obiettivo più lungimirante è quello di ottenere una progettazione di questo spazio e un suo modello di governo che veda non semplicemente la partecipazione ma il protagonismo assoluto delle comunità territoriali, sperimentando al contempo un nuovo modo di collettivizzare tutti i beni pubblici - soprattutto quelli inutilizzati - rendendoli veri e propri commons, sia attraverso la pratica diretta di diritto alla città da parte di chi la vive sia attraverso la battaglia per costringere le amministrazioni comunali della zona nord di Napoli a modificare i propri obsoleti regolamenti in tema di gestione del patrimonio.

Facciamo pertanto appello alla popolazione locale e di tutta la metropoli, ai movimenti sociali e ai territori resistenti, alle realtà associative, ad ogni donna e ogni uomo che crede in questa lotta per la democrazia e l'ambiente. Con questo appello chiediamo che, mettendoci il nome, si esprima il proprio supporto a favore di questa esperienza e contro ogni intenzione repressiva da parte delle istituzioni competenti.

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