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L'ONU, l'economia e la pagella della felicità

L'ONU, l'economia e la pagella della felicità

Un bicchiere di vino, con un panino, farebbe felici in molti. La “pagella della felicità” – come la chiama il Sole24Ore – fa tornare in mente Al Bano Carrisi all’infelice lettore italiano. La notizia è la seguente: l’8 settembre è uscito il 2° World Happiness Report. Lanciato nel 2011 da una risoluzione dell’Assemblea Generale ONU, che imponeva ai Paesi membri di intraprendere a misurare, per l’appunto, la “felicità” dei propri cittadini, il rapporto misura il livello di felicità nei diversi Paesi, e stila una classifica.

Ma come è venuto in mente alle Nazioni Unite di misurare la felicità? In economia è almeno dal 1974, quando l’economista americano Richard Easterlin pubblicò l’evidenza del suo celebre “paradosso”, che diversi ricercatori si occupano di stimare e spiegare gli andamenti divergenti di reddito pro capite e “felicità”. Con questo termine, s’intende la percezione soggettiva del proprio stato mentale, che viene rilevata attraverso sondaggi e indagini. La principale è quella condotta per la prima volta nel 1946 dalla Gallup, società che – in attività da oltre 75 anni – vanta di “conoscere più di ogni altra organizzazione riguardo attitudini e comportamenti degli elettori, lavoratori e consumatori di tutto il mondo”. Le domande sono: 1) Hai sorriso o riso molto ieri? 2) Nella giornata di ieri hai provato a lungo piacere (enjoyment)? 3) felicità (happiness)? 4) preoccupazione (worry)? 5) Tristezza (sadness)? 6) Rabbia (anger)? Capite bene che, per quei pochi scienziati tristi controvoglia e dal cuore buono, questo cambio di paradigma giunse come una manna: si poteva finalmente dire - citando l'amante di Marylin Monroe -  che il PIL era brutto e cattivo! Diverse questioni metodologiche – compresa la comparabilità della parola ‘felicità’, quando tradotta in lingue e culture diverse – sono state affrontate e risolte, pur di poter andare a vedere Muccino.

Eppure, a non essere convinti da questo approccio sono proprio quegli economisti e pensatori – in testa Amartya Sen – che alla definizione e misurazione di indici oggettivi di sviluppo, basati sulla libertà di scelta e sulla disponibilità concreta degli individui, avevano dedicato la propria ricerca. Non solo perché – a ben pensarci – la politica migliore da suggerire a un governo per “aumentare la felicità” sarebbe stata regalare spinelli. Sen opponeva ai propugnatori della felicità il paradosso del cosiddetto happy slave, uno schiavo che – seppur oggettivamente misero – si fosse adattato alla prigione, vista come ineluttabile, e finisce per sentirsi e dirsi felice a ogni frustata scampata. Se è vero, infatti, che ogni definizione ‘oggettiva’ di ciò che “rende felice l’uomo” (o “la vita d’essere vissuta”) sarà tacciata di paternalismo (accusa, non si capisce perché, tra le più gravi in economia), è vero però che difficilmente gli individui, introiettando l’ambiente sociale in cui si trovano, sanno valutare al meglio le loro condizioni di vita.

Sebbene la felicità così definita risulti per essere molto correlata allo sviluppo (per quanto catturato da quell’indicatore imperfetto che è l’HDI), è la definizione e interpretazione che se ne va ad essere scivolosa. Dalla definizione di un benessere individuale “misurabile” – per quanto soggettivo – deriva l’indicazione di policy di massimizzare la felicità complessiva. E così abbiamo un capitolo, il terzo, che in modo un po’ inquietante richiede di intervenire per prevenire e guarire le patologie psichiatriche, la cui rimozione aumenterebbe felicità e redditi; un quarto capitolo a illustrarci i “benefici oggettivi della felicità soggettiva” prima del quinto, una lezioncina sull’idea di felicità e sulla necessità di riscoprire l’etica della virtù da parte di Jeffrey Sachs – un altro di quegli economisti americani cui piace citare Aristotele ma che evidentemente non ha sentito il nome Marx. [Tra parentesi: a chi ha letto le svariate edizioni dell’Human Development Report, dove campeggiava seppur un po’ ipocritamente d ogni pagina l’idea che “le persone sono al centro dello sviluppo”, questo Happines Report risulta ben poco allegro e spensierato, pieno com’è di conti della serva sulla convenienza economica prima che politica di una politica economica “happy”.]

Diverso è invece porsi il tema di un’economia e società “giuste”, e finalizzate allo sviluppo come processo, per rimanere a Sen, di allargamento delle opportunità: questo tipo di esercizio finisce naturalmente per portare a delle scelte – non certo paternaliste, ma politiche – su cosa sia giusto o no, cosa prioritario o meno in una comunità umana: non si chiede agli operai Ilva “sei felice se la fabbrica chiude?”, ma si ragiona su cosa, tra lavoro e ambiente, costituisca fine, e cosa mezzo per lo sviluppo. La soluzione intermedia –  portata in Italia dal Rapporto BES – di indicatori misti mette in un certo senso la polvere sotto il tappeto: si continua a chiamare “felicità” qualcosa che contiene spesso valutazioni di merito, non sempre consapevoli, da parte di chi costruisce gli indicatori – e decidere cosa includere e cosa no. Del resto, a lanciare la Felicità Interna Lorda è stato, nel Regno del Buthan, il Re in persona. Di fronte a tali e tante attenzioni, verrebbe da chiedere – al Re, all’Onu, ai nostri governi - di “limitarsi” a fornirci pane, vino, diritti e magari brioche, che alla felicità ci si pensa noialtri, se ci va.

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