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"Io voglio restare in Alta Irpinia": un piccolo fiore nel deserto

  • Scritto da  Maria Laura Amendola
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"Io voglio restare in Alta Irpinia": un piccolo fiore nel deserto

Ogni volta che si spengono le luminarie della festa e i paesi cominciano a spopolarsi, dentro di te sai che l'estate sta finendo e che sta per arrivare il giorno dei saluti.

Io quel giorno lo ricordo sempre pieno di lacrime, in macchina sulla lunga discesa che dal mio piccolo paesino dell'Alta Irpinia, Sant'Andrea di Conza, porta all'Ofantina Bis, direzione Avellino.

Con il passare degli anni, le lacrime scomparivano a poco a poco, ma quel magone, quel senso di tristezza, mi accompagna ancora, ogni volta che vedo scorrere alla mia sinistra il campo sportivo e la madonnina prima dell'ultima curva. Poi, una volta superato anche il lago di Conza, penso: "tanto torno presto".

Nelle ultime settimane ho riflettuto spesso su questa frase: "tanto torno presto".
"Tanto torno presto" non ha potuto dirlo chi, nel primo e nel secondo dopoguerra, ha dovuto lasciare il proprio paese per fuggire dalla fame e dalla miseria.
"Tanto torno presto" non ha potuto dirlo chi, dopo il terribile terremoto del 1980, che causò la morte di quasi 3mila persone, ha dovuto fare le valigie e partire.
"Tanto torno presto" non possono dirlo tutti quei giovani che ogni anno sono costretti a emigrare in altri Paesi in cerca di una formazione di qualità, di un lavoro stabile, di un futuro migliore.

Ogni anno più di 2mila persone lasciano l'Irpinia.
Lasciano le vecchie sedute su sedioline in vimini sul ciglio della strada, con le loro storie di saggezza, lasciano il cinguettìo primaverile degli uccelli la mattina presto, il fresco delle sere d'estate, il graduale mutamento dei colori della natura con l'avanzare dell'autunno, lo spettacolo delle grandi nevicate invernali. Lasciano le immense distese verdi, l'aria pulita, i fiumi, i laghi, la semplicità di un mondo non ancora del tutto contaminato.
A chi vive nelle grandi metropoli, 2mila persone sembreranno un numero irrisorio. Un solo quartiere di Napoli ne conta molti di più.
Ma in Irpinia è come se un piccolo paese sparisse per sempre. E con esso la sua storia.
Non si tratta più di emigrazione, è una vera e propria desertificazione.

Una desertificazione causata da anni e anni di malapoltica, da chi su queste terre si è arricchito, da chi le ha usate per costruire il proprio potere, e poi le ha abbandonate a se stesse.
Una desertificazione che non ha prodotto solo lo spopolamento del territorio, ma anche la svalorizzazione del suo patrimonio paesaggistico, storico e culturale.

Qualche anno fa, in Cile, nel deserto di Atacama spuntarono dei fiori. In tanti lo definirono un “miracolo”: il miracolo dei fiori nel deserto.
Oggi, in Alta Irpinia, sta nascendo un piccolo barlume di speranza. La speranza di tantissimi giovani che hanno messo a disposizione il proprio tempo, le proprie competenze e le proprie energie per realizzare insieme il loro sogno e quello di molti altri: poter vivere, studiare, lavorare, costruirsi un futuro nel posto in cui sono nati, di cui sentono forte l'appartenenza.

Cantava Gaber: “L'appartenenza è assai di più della salvezza personale, è la speranza di ogni uomo che sta male, e non gli basta esser civile. E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa che in sè travolge ogni egoismo personale con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa. L'appartenenza è avere gli altri dentro di sè.”

I ragazzi di "Io voglio restare in Alta Irpinia" sono studenti, fuorisede, precari.
E hanno diversi obiettivi: costruire dal basso le opportunità che sono state negate alla loro generazione, coinvolgendo le comunità locali nella realizzazione di nuove filiere produttive; fare rete con tutti i cittadini, le associazioni che tutelano il territorio, i comuni e le realtà locali per dare una nuova direzione allo sviluppo dell'intera area; far riaffezionare le persone alla politica, intesa come vita della comunità; aprire spazi di mutualismo per sopperire all'assenza di servizi, di centri di aggregazione sociale, di luoghi di promozione culturale e del territorio.

Le forze in campo devono essere tante, lo sforzo collettivo, ma la sfida è senza precedenti.
“Io voglio restare in Alta Irpinia” è un piccolo fiore del deserto.

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