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"Ferum victorem cepit" Taranto: la Storia in un Museo, per risollevarsi.

"Ferum victorem cepit" Taranto: la Storia in un Museo, per risollevarsi.

Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio.

Quinto Orazio Flacco, il cantore di Venosa, mentre scriveva questo passaggio delle Epistolae aveva ben chiara nella mente la lezione della raffinata civiltà greca: la capacità di elaborare forme avanzate di arte e di trasmetterle a coloro che, forti di una maggiore stabilità politica e di un più aggressivo espansionismo, si apprestavano a divenire i signori del Mediterraneo. Orazio sapeva altrettanto bene che la letturatura latina era figlia di Livio Andronico: uno schiavo proveniente da una delle più antiche città del Meridione. Livio, nato a Taranto all'inizio del III secolo prima di Cristo, aveva tradotto dal greco l'Odusìa, sostituendo ai versi in esametri un testo in saturni. Per rendere orecchiabile il poema omerico ai più rudi Romani, che con il saturnio esprimevano i propri riti sacri; per esaltare il tono drammatico dell'epos.

La raffinatezza e l'arte per superare la precarietà contingente della politica e della storia. Può sembrare retorico, ma è questa la lezione della storia di Taranto. La città, fondata nell'VIII secolo prima di Cristo dal condottiero spartano Falanto -secondo Eusebio di Cesarea- o ben tredici secoli prima da Taras figlio di Poseidon -secondo il mito-, raggiunse il suo apice col governo del filosofo e matematico Archita. Dal III secolo in poi, si batté con Roma, uscendone definitivamente sconfitta a seguito della seconda guerra punica, quasi cent'anni dopo.

Dopo, venne l'Impero. Roma, poi Bisanzio. Le guerre greco-gotiche, le incursioni saracene, i normanni, gli aragonesi, i veneziani, i turchi, i francesi, gli austriaci, Bonaparte, Murat. Dopo, l'Italia.

In quasi tre millenni di storia, questa città ha prodotto un rapporto costante con le popolazioni e le civiltà limitrofe. Le testimonianze di queste vicende sono raccolte, dal 1887, nel Museo Nazionale Archeologico. Fu fondato per opera dell'archeologo Luigi Viola e posto dall'inizio del Novecento fra le mura dell'ex Convento di san Pasquale Baylon, in pieno centro città, fra lo storico Palazzo degli Uffici (ospitante l'ultracentenario Liceo Archita), corso Umberto I, il Lungomare. A breve distanza dai giardini di Villa Peripato, antico luogo di formazione. Prossimo al luogo dove gli storici pongono l'agorà dei Greci.

Le collezioni del Museo spaziano dai resti d'epoca Neolitica alla ricchissima produzione di ceramiche, agli straordinari corredi funerari aurei raccolti dall'immensa necropoli greco-romana. Una necropoli che si espande in un'area corrispondente al corpo centrale dell'intera provincia ionica. Fiore all'occhiello del percorso espositivo sono gli Ori di Taranto, frutto dell'oreficeria di epoca ellenistica (IV-I sec. a.C.): orecchini, diademi, schiaccianoci. Nel corso degli ultimi anni, l'azione anticrimine dei nuclei specializzati dei Carabinieri e della Guardia di Finanza ha consentito il recupero di ulteriori corredi funerari. Ciò ha consentito al Museo di ricostruire intere tombe.

La struttura del Museo Archeologico, ribattezzato MArTa - Museo Archeologico di Taranto, è stata chiusa dal 2000 al 2007 per una lunghissima ristrutturazione. In quel periodo, le collezioni sono state esposte a Palazzo Pantaleo, nel cuore della Città Vecchia. Successivamente, dal 2007 al 2013 il Ministero ha proceduto a parziali riaperture, fino all'inaugurazione dell'intero primo piano del MArTa, tenutasi sabato 21 dicembre. Gli spazi espositivi attualmente a disposizione del pubblico riguardano le testimonianze comprese fra III secolo ed età bizantina (VII secolo dopo Cristo). Inoltre, sono a disposizione del pubblico i quadri donati da mons. Giuseppe Ricciardi, mecenate e vescovo di Nardò-Gallipoli a cavallo fra XIX e XX secolo. Entro il 2014 saranno aperte le sale dedicate al Neolitico e al periodo greco compreso fra la fondazione della Città e il V secolo. Quella che, nell'Atene di Pericle, era il “secolo d'oro”.

Sabato 28 dicembre, come per la maggior parte dei Musei italiani, anche il MArTa ha visto un'apertura gratuita che ha attirato molti curiosi e visitatori, fra cui il pisano Adriano Sofri. Nelle sale espositive, molti tarantini hanno commentato le didascalie accostate alle vetrine: le aree dei ritrovamenti archeologici, in grandissima parte, erano i nomi delle loro strade, delle loro piazze. Intere tombe erano poste nelle fondamenta delle scuole frequentate dai figli. Come la Tomba dell'Atleta, sita in via Crispi.

Fra le testimonianze dell'epoca romana, risaltava la testa di Augusto capite velato, che quest'estate veniva dichiarata dall'UNESCO “testimonianza mondiale di pace”. La pax Romana di Ottaviano imperatore dichiarata simbolo di pace nell'Europa che attraversa la più grave crisi sociale, politica ed economica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una forma di egemonia culturale postuma.

Chi si trovasse a Taranto, anche solo una mattinata, farebbe bene a visitare questo Museo. Specialmente chi vive a Taranto e in Puglia. Perché la storia è nostra.

Le fabulae degli antichi greci terminavano sempre con una stessa formula.

Chi ha compiuto studi classici, ce l'ha spesso in testa. 

'О μύθος δελοι οτι. La favola insegna che.

Se quello che ho raccontato è una favola, può insegnare che, pur sconfitti militarmente e politicamente, spesso nella propria storia i tarantini si sono risollevati. Facendo virtù delle proprie attività produttive, del proprio patrimonio intellettuale.

La civiltà di un popolo si misura nella capacità di trarre spunto dal proprio passato per cambiare la propria stella. Per trasformare in un'opportunità anche il peggiore destino.

Sito ufficiale del MArTa

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