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#NoTAP Non solo mafia, ulivi e geopolitica

  • Scritto da  Davide Rega
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#NoTAP Non solo mafia, ulivi e geopolitica

Il 20 marzo sono iniziati i lavori di espianto degli ulivi che si trovano sul percorso del TAP. Questo è il terzo e ultimo tratto di un gasdotto che parte dall’Azerbaijan, nonché l’unica possibile porta d’accesso all’Europa per il gas azero, dopo che è fallito il progetto Nabucco che avrebbe dovuto farlo entrare dall’Austria (perché il paese asiatico non era in grado di garantire i 10 miliardi di metri cubi all’anno richiesti). L’approdo è a San Foca in Salento, 55 km a sud dell’allaccio alla rete nazionale dei gasdotti; gli attivisti No TAP presidiano il cantiere in questa fase decisiva e si mobilitano da anni per il proprio territorio. Le critiche al progetto sono molteplici e variegate.

Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, sostiene che basterebbe ‘spostare il gasdotto 30 km a Nord’ nel Comune di Squinzano, il cui sindaco nega di avere un accordo con la Regione. Altre critiche riguardano la legalità, al consorzio TAP (di cui per l’Italia fa parte SNAM al 20%) mancherebbero delle autorizzazioni per i lavori; inoltre, la violenza delle forze dell’ordine nella repressione delle proteste al cantiere è stata considerata inaccettabile da molti esponenti politici. Più che altro, gli argomenti portati da attivisti e simpatizzanti del movimento No TAP sono sostanzialmente 3 (più uno a cui arriviamo in fondo all’articolo): il TAP minaccia l’ambiente di una zona che vive principalmente di agricoltura e turismo, in particolare si teme che l’operazione di espianto e reimpianto possa far morire una parte dei 215 ulivi (231 secondo altre stime, ma per il solo approdo; altri 10'000 verranno espiantati tra centrale di controllo e compressione e tratto aggiuntivo del gasdotto per raggiungere la rete nazionale), e soprattutto quelli centenari sarebbero a rischio; in secondo luogo, il TAP risponde esclusivamente ad una motivazione geopolitica, ovvero svincolarsi dalla Russia per l’approvvigionamento del gas naturale (al 92% importato, al 40% russo) e competere col progetto russo-tedesco del North Stream che taglierebbe fuori l’Italia dallo scenario europeo (in quest’ottica cleptocrazia algerina e regime azero vengono considerati partner moralmente e strategicamente migliori di Putin); infine, recentemente è uscita un’inchiesta de L’Espresso che rivelerebbe la trama su cui regge il progetto, una trama fatta di infiltrazioni mafiose, oligarchi russi, tangenti e società offshore a Panama.

Immaginiamo, però, che il capitalismo nostrano per una volta abbia fatto tutto secondo le regole che si è dato. È un esercizio che in Italia non si fa spesso, dal momento che ci si può ragionevolmente aspettare che le mafie spuntino fuori da un momento all’altro, che il progetto presenti illogicità manifeste perché si è dovuto fare un determinato favore a determinati gruppi di interesse invece di razionalizzare, che la trasparenza inesistente alimenti il perpetuo e legittimo sospetto della cittadinanza. Come sosteneva già un secolo fa un giovane Antonio Gramsci, è compito nostro far sì che il sistema economico italiano funzioni affinché possa preparare il terreno, il grado di sviluppo, adatto al passaggio del potere (Il nostro punto di vista, 16 marzo 1918). D’altra parte, nonostante questa possibilità, a portata di mano, di fare pressione sulle contraddizioni che affiorano in superficie, è fondamentale non perdere di vista le questioni di fondo e di principio nella nostra opposizione ad un progetto: portare la critica dagli e grazie agli ulivi del Salento fino in fondo alle radici di un sistema economico che poggia sullo snodo di San Foca. Immaginiamo quindi per un momento la questione del TAP come una cipolla di strati via via più essenziali e liberiamoci di quelli più superficiali; immaginiamo cioè che non ci siano sospetti di infiltrazioni mafiose (come ci sono), che gli ulivi salentini non siano a rischio (come sono), che la ragione geopolitica sia legittima e non puramente strumentale (come è). Rimangono almeno 3 livelli di discussione.

Lo strato più esterno riguarda il bisogno reale o meno del TAP e del gas che arriverà dall’Azerbaijan. È vero che il consumo di gas è aumentato negli ultimi 2 anni (+5% sul 2015, +14.5% sul 2014) tornando ai livelli del 2000, ma è ancora lontano dai livelli record del 2005 (71 contro 86 miliardi di metri cubi). Con una domanda di elettricità in calo, le centrali a gas aumentano la loro produzione di energia del 2.5%; contemporaneamente aumenta la percentuale di importazione (+6.7%) e diminuisce la produzione nazionale (-14.6%). In sostanza, il paese potenzialmente avrebbe a disposizione almeno la capacità del 2005 e riesce in ogni caso ad aumentare l’approvvigionamento; allora, in un contesto di scarsa crescita economica e diminuzione del fabbisogno energetico (anche per gli obiettivi europei sull’efficienza energetica, slegati dalla crescita), viene da chiedersi se abbiamo bisogno di questa infrastruttura e di quel gas. Ad ogni modo, si può uscire dai confini della domanda interna e leggere questo scenario di riassestamento sulle importazioni nella prospettiva della Strategia Energetica Nazionale (SEN), che vuole fare dell’Italia l’hub europeo del gas (e qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte sullo stoccaggio, che verrà tralasciato). Il TAP, a tal proposito, fornirebbe l’1% del fabbisogno europeo, ovvero un terzo dei metri cubi del rivale North Stream. Piccola parentesi legata anche alla geopolitica: l’aumento dell’importazione di gas si regge principalmente su un aumento di quella dall’Algeria (+160% sul 2015), a fronte di una diminuzione dell’import dalla Russia (-5.5%). La diversificazione non sembra quindi essere un grande problema con le infrastrutture attuali (l’International Energy Agency nel suo rapporto annuale dello scorso anno dubitava della capacità dell’ENI di aumentare le importazioni dal Nord Africa, evidentemente sottovalutandola). Prima ancora che si tirino in ballo ‘i milioni di italiani che si scaldano con il gas’, è utile chiarire che il consumo di gas per usi residenziali (circa il 30% del totale) è più o meno stabile dal 1990 e in calo negli ultimissimi anni, non richiede cioè nessun aumento di importazioni. Ad ogni modo, il Governo si è già attrezzato e il 4 aprile ha firmato l’accordo con Israele per il gasdotto Poseidon (originariamente pensato in contrapposizione al TAP e per portare gas russo, ora invece quello israeliano e cipriota), che approderà ad Otranto col favore del sindaco e della comunità locale; si profila addirittura il progetto di un terzo gasdotto sempre con l’approdo in Puglia, Eagle Ing, che partirà dall’Albania. Nonostante ciò, il TAP continua imperterrito ad essere strategico.

Facciamo però lo sforzo di aggiungere un’altra ipotesi, immaginiamo che l’Italia abbia davvero bisogno di quei 25 milioni di metri cubi al giorno e proprio di quel gasdotto. Concentriamoci allora su uno strato più interno del discorso, quello che riguarda il gas naturale in sé. Questa fonte energetica non è rinnovabile e non è sostenibile, nonostante le lodi sperticate, per citarne uno, di Carlo Vulpio sul Corriere della Sera. Gli sponsor dell’Oil&Gas, presenti in ogni anfratto della vita pubblica ed istituzionale, hanno lavorato bene per far passare l’idea che il gas naturale salvasse il pianeta lasciando tutto il resto imperturbato (anche e soprattutto la posizione dell’ENI nell’organismo economico e politico del paese). È vero che il gas emette meno CO2 del carbone e sentirete spesso il valore del 40% (accanto a svariati ‘tantissimo meno’). Questo è ottenuto con un calcolo teorico, che è possibile fare su un foglio, con una calcolatrice e un po’ di nozioni di chimica di base. Se invece si analizza l’intero ciclo di vita del gas, bisogna considerare che questo ha infrastrutture e fasi di estrazione e distribuzione che richiedono molta più energia di quelle carbone; inoltre, comporta lungo la filiera molte perdite di metano, un gas serra 25 volte più potente della CO2. Risultato finale? Il gas naturale è il 20% meno inquinante del carbone. Comunque una buona percentuale presa fuori contesto, ma consideriamo che, per esempio, sostituire tutta la produzione di elettricità da carbone (15% del mix energetico) con quella da gas, equivarrebbe più o meno a sostituirne un 3% con fonti rinnovabili. Un obiettivo sicuramente molto modesto e probabilmente più semplice. Vengono inoltre citati i modelli che prescrivono, per stare nei limiti di emissioni degli accordi internazionali, un aumento del consumo di gas a livello globale (come anche del nucleare; è bene precisare qui che questi modelli suggeriscono delle policy e non rivelano delle verità, e sono infatti gravidi di scelte propriamente politiche). Azzardare conclusioni per l’Italia da modelli su scala globale è approssimazione o malafede; è probabile che quel responso comunque valido sia rivolto, per esempio, più alla Cina (57% della produzione di elettricità da carbone, meno del 7% da gas nel 2016) o all’India (59% carbone, 8% gas nel 2016), che all’Italia (15% carbone, 33% gas nel 2013). Puntare decisamente sul gas naturale per la sostenibilità sarebbe stata una buona idea ancora 20 anni fa, non oggi.

D’altra parte, per arrivare al cuore della questione del TAP, dobbiamo immaginare infine che l’aumento delle importazioni di gas naturale sia realmente utile alla sostenibilità della nostra economia (posto che sia questo l’obiettivo: in che modo rientrano nello ‘sviluppo sostenibile’ le concessioni infinite ai pozzi petroliferi sulle coste, anche pugliesi, oggetto del referendum del 17 aprile 2016?). Prendiamo l’esempio del trasporto a metano (quantitativamente poco importante col 2.1% del consumo di gas, ma rilevante per il discorso), in cui l’Italia è assoluto leader europeo con 1,14 milioni di veicoli circolanti, 77% del totale continentale. Si arriva così ad un punto dirimente: chi ha deciso che il nostro paese dovesse essere l’unico in Europa a non puntare sulle auto ibride ed elettriche? Che abbia avuto un ruolo la dirigenza FIAT, che si è sempre rifiutata di pensare all’ibrido per puntare sul metano, prima di diventare internazionale e venir ‘obbligata’ dal mercato (Marchionne, 11 gennaio 2016)? O che l’abbia avuto la dirigenza ENI, ottavo produttore di gas al mondo (ma 19simo di petrolio)? Non è in discussione se sia stata una scelta lungimirante o meno, sotto un’influenza di attori privati diretta ed esplicita o meno, la questione a questo punto è da chi, come ed in base a quali criteri vengono prese le decisioni sull’indirizzo economico del paese. In cambio delle mancate decisioni collettive ci viene offerta la sola scelta del consumo, una libertà sulle cui condizioni non abbiamo alcun potere.

Dopo tutto questo sforzo di immaginazione per salvare il paradigma di questo sviluppo insieme al TAP, rimane quindi una questione di principio che si pone in modo anche netto in questi giorni. Possiamo immaginare che esista un controllo democratico, partecipativo (non filtrato cioè da una rappresentanza influenzabile, e regolarmente influenzata), sulla Strategia Energetica Nazionale (SEN) e che esista un controllo delle persone che vivono un territorio sui progetti che lo attraversano? Nessuno pensa che si possano mettere tutti i cittadini intorno a un tavolo a discutere dell’esatta entità dei sussidi alle rinnovabili e degli investimenti o della probabilità di dispersione di metano nell’ambiente, pur rifiutando una certa mitologia liberale dell’esperto e della tecnica pura (cioè indipendente dai compromessi con tutte le ideologie che non siano quella dominante). Ma di fronte al sopruso di un ennesimo territorio svenduto per interessi strumentali (di vario tipo e su vari livelli), dobbiamo pretendere di poter decidere i criteri e gli obiettivi della politica energetica del paese, aldilà di un supposto controllo pubblico su aziende private a tutti gli effetti, e quali infrastrutture siano necessarie e quali no per l’economia locale. L’interesse di ENI, SNAM e soprattutto del consorzio TAP è il profitto, e non può coincidere con quello della collettività.

Come accade quasi sempre, chi lotta per il proprio territorio ha un grado di comprensione profondo del tema del controllo e di certi meccanismi del sistema economico, e infatti pone sempre la questione centrale della partecipazione a tutte le decisioni. Ma l’opposizione di principio non deve fermarsi alla sola partecipazione contingente, le vertenze delle comunità possono fare breccia nella logica interna del modello di sviluppo attuale e devono prendere coscienza di questa possibilità. Se è la comunità a decidere su questo progetto, allora il continuum del dominio del mercato, dell’appropriazione privata e della produzione viene interrotto. Da lì possono inserirsi una serie di idee, accendersi altre lotte, propagarsi altri rifiuti categorici, riaffermarsi principi alternativi come la solidarietà tra i subalterni e un’ecologia generale. Il Salento rischia di scoprire o riscoprire, per esempio, che può fare a meno di ENI e SNAM, che l’energia oggi non è un’esclusiva di grandi attori privati e della distribuzione centralizzata, che la SEN può essere indirizzata dalle nostre mobilitazioni invece che dalle attività di lobbying (come già successo per il nucleare), che la produzione può venir rovesciata a favore della collettività se questa ne prende il controllo e le impone altre regole (nuove e diverse da quelle vigenti, comunque in buona parte non rispettate). La risposta violenta, scomposta e generale delle classi dirigenti del paese conferma che il punto è dolente. Proteste ‘strane’ (Corriere della Sera) ed ‘insensate’ nel ‘tragicomico Sud’ (Linkiesta) sono epiteti da rivendicare, a chi teme che a San Foca in Puglia sia in corso una pericolosa sovversione bisogna dare dei validi motivi: un rifiuto del TAP da cima a fondo, dall’illegalità e dalla noncuranza per gli ulivi fino allo status quo.

Fonti:

Ultima modifica ilDomenica, 09 Aprile 2017 11:49
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