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La lotta di classe del Presidente

Gli italiani, si sa, nei momenti difficili sono portati alla ricerca dell’ “uomo della provvidenza”, di colui che -a fronte di una classe politica mediocre- in virtù delle sue doti personali sia capace di far uscire il Paese dalla crisi morale ed economica. Il problema è che gli “uomini della provvidenza” nel nostro Paese approfittano amabilmente di questa fiducia per eccedere sia nella misura che nel linguaggio.

Oggi che si ritrovano sull’orlo del baratro e il sogno dell’imprenditore di Arcore sembra terminato (ma lo è davvero?) i nuovi miti degli italiani assumono il volto rugato e austero dei tecnici e dei celebratori dell’unità nazionale. Non si spiegherebbe altrimenti il successo irrefrenabile che riscontra il Presidente Napolitano. Basta che con il suo tono solenne accenni allo “spirito di responsabilità nazionale” e giù con fiumi di esaltazioni senza fine. Editorialisti, quirinalisti, politici di ogni risma spendono elogi sperticati per commentare qualsiasi suo gesto -finanche dirigenti del Pd che hanno visto devastata proprio dall’attivismo del Presidente la loro tela tessuta lentamente per anni.

In seguito a un così alto consenso chiunque ci prenderebbe la corda ed è quello che è successo anche un politico esperto come Napolitano. Prendiamo il suo ultimo comunicato in cui invita l'Italia a “far fronte a grossi rischi per la propria finanza, per la propria economia” e in cui ha chiesto sacrifici “anche agli italiani dei ceti meno abbienti, perché si facciano le scelte indispensabili al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia”. I dati appena resi pubblici dell’Anagrafe Tributaria parlano di una Italia con una ingiustizia sociale pazzesca in cui un proprietario di un jet privato, auto di grossa cilindrata ed elicottero arriva a dichiarare quanto un operaio eppure il Presidente ha scelto di rivolgere il suo monito proprio a coloro che più di tutti pagano la crisi, i più poveri. Tutto ciò a fronte della più grossa stangata della storia d’Italia e di una intesa a livello europeo destinata a colpire duramente il welfare italiano. Forse il Presidente deve aver visto negativamente le proteste che crescono nel Paese, la riottosità dei sindacati ad accettare il diktat della BCE, la ritrosia di molti ad unirsi al coro della salvezza nazionale. Certo stupisce l’incapacità del Capo dello Stato di riconoscere che sono stati proprio “i ceti meno abbienti” gli unici a pagare il prezzo di scelte politiche sbagliate. La versione finale della Finanziaria è stata approvata senza sostanziali modifiche e, secondo Confindustria, ci costerà 800 mila posti di lavoro.

Eppure nessun dubbio traspare sull’imperturbabile viso del Presidente riguardo alle scelte economiche. È convinto che il Paese sia con lui ma forse ricorda anche una lezione appresa a Botteghe Oscure. Sa che può giungere il momento in cui i poveri tolgano l’appoggio all’ “Uomo della Provvidenza” e si lascino andare alla ribellione e per questo oggi si rivolge a loro. Gi chiede di ascoltare, di pagare e di mantenere la calma.

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Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 13:56
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