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"Obama ha fallito nel suo tentativo di isolare la Cina" Intervista a Diego Angelo Bertozzi

"Obama ha fallito nel suo tentativo di isolare la Cina" Intervista a Diego Angelo Bertozzi

“La Cina ha fatto enormi passi in avanti nella tutela dei diritti umani”. Intervista a Diego Angelo Bertozzi, autore di Cina. Da “sabbia informe” a potenza globale

La storia della Cina moderna e contemporanea sembra quella di un paese con uno sguardo di lungo periodo, sia all’indietro che davanti. Nelle riflessioni dei suoi dirigenti torna costantemente il legame tanto con il passato imperiale e la tradizione confuciana, quanto con il “secolo delle umiliazioni”, quello della dominazione coloniale, della miseria e della guerra civile. Nel guardare in avanti, poi, Pechino è capace di costruire progetti che sorprendono per la loro durata. Sulla democrazia, l’apposito Libro Bianco redatto nel 2008 ipotizza per il 2040 le prime elezioni dirette dell’Assemblea Nazionale. Sulla ricerca scientifica si guarda addirittura al 2060, anno in cui il gigante asiatico sarà il fulcro mondiale dell’innovazione tecnologica secondo quanto previsto dalle linee guida indicate da Pechino. Questo “sguardo lungo” – il metro di giudizio di Pechino rispetto all’economia, alla democrazia, ai diritti umani – rende la Cina incomprensibile a molta parte degli occidentali. In una fase cruciale sul suo ruolo nello scacchiere mondiale, il libro di Diego Angelo Bertozzi Cina. Da “sabbia informe” a potenza globale (Imprimatur, 348 p.) ci aiuta a districare le incomprensioni su questo grande paese. Si tratta di un volume che ripercorre la storia della Cina dal periodo delle guerre dell’oppio fino ai giorni nostri, affrontando nella seconda parte tutta una serie di questioni centrali sul futuro di questo grande paese: il rapporto coi propri vicini, il ruolo dello Stato nell’economia lo sviluppo della democrazia. Con Diego Angelo Bertozzi* abbiamo parlato di alcuni degli aspetti centrali della Cina odierna presenti nel testo.

Dal giorno dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, molti analisti paventano la possibilità di una rottura tra la Cina e gli Stati Uniti. Rileggendo gli scritti di Giovanni Arrighi si potrebbe pensare che sia in corso una transizione dal Consenso di Washington a quello di Pechino ma che in dubbio resta da capire se questo passaggio sarà pacifico o distruttivo. Potresti delineare quali sarebbero i pilastri di un nuovo ordine che veda in Pechino il centro capace di delineare le regole della diplomazia e dell’economia internazionale?

Credo sia improprio parlare di “transizione” tra un sistema egemonico con al centro Washington ad uno che vede al centro la Pechino popolare. E non solo perché la prima sotto vari aspetti - il primo quello militare - gode di una supremazia relativa, ma soprattutto perché la Cina, sebbene non nasconda più il suo ruolo di grande potenza, non si pone come una potenza “revisionista” o “rivoluzionaria”  ma più come “riformista” all’interno di un sistema, forgiato soprattutto da istituzioni legate al Washington consensuale, che le hanno consentito da una parte di uscire dall’isolamento, di avviare e approfondire la politica di riforma e apertura e crescere economicamente - garantendo a oltre 600 milioni di persone di uscire dalla povertà - e dall’altro di proseguire la propria lotta di liberazione nazionale ricongiungendo al continente Hong Kong e Macao. La volontà della dirigenza comunista, in linea con una lettura risalente agli inizi degli anni ’90 che vede la progressiva formazione del multipolarismo, è quella di adeguare l’architettura internazionale ai nuovi equilibri e all’emergere di Paesi ex coloniali o del Terzo Mondo. Se da una parte chiede all’Onu di tornare allo spirito della propria Carta fondamentale e al Fondo monetario internazionale di riconoscere un peso maggiore alle potenze emergenti, dall’altra si è da tempo impegnata nella costruzione di piattaforme, organismi e istituzioni nuove e alternative a quelle esistenti in diversi ambiti, dall’economia alla sicurezza in nome della politica della “convergenza di interessi”: si pensi alla Shanghai Cooperation Organization (che si allargherà a India e Pakistan), ai Brics e alla Banca di sviluppo collegata (Pechino come finanziatrice principale), e alla Asian Infrastructure Investment Bank, ideata da Pechino, che tra i membri fondatori vede molte potenze occidentali e tradizionali alleati di Washington. Va sottolineato che proprio quest’ultima istituzione - nata per il finanziamento di progetti infrastrutturali in Asia - rifiuta esplicitamente la ricetta liberista affermatasi a partite dagli anni ’70: i finanziamenti non stanno collegati a imposizioni economiche quali privatizzazioni, liberalizzazioni e deregolamentazioni. Questo ci dice molto sui principi che guidano l’azione diplomatica cinesi e che sono tradizionalmente riassunti nella formula dei “Cinque principi della coesistenza pacifica” e che possiamo riassumere nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale e nella libera autonoma decisione della via economico-sociale di sviluppo. Per questo credo che se una transizione è in corso non è tra una egemonia ad un’altra, ma da una egemonia ad un equilibrio basato più sull’autonomia.

Aldilà dei contesti in cui si sviluppano le tensioni tra questi due grandi paesi (Taiwan, Mar Cinese Meridionale, Corea etc.) qual è il rischio strategico maggiore che Washington, dopo quarant’anni di rapporti fondati su benefici reciproci, vede ora in Pechino? E il rischio di scontro militare è concreto?

C’è da dire - e lo abbiamo potuto notare anche negli esordi dell’amministrazione Trump, che i focolai di tensione elencati nella domanda sono certamente funzionali - opportunamente alimentati e riattizzati - alla permanenza della presenza militare e politica statunitense nell’area Asia-Pacifico che gli Usa (e non solo loro) giudicano a ragione centrale per gli sviluppi del secolo in corso e gli equilibri mondiali: una perdita di influenza o un arretramento qui avrebbe quindi pesanti ripercussioni, a partire dalla tenuta delle alleanze militari incentrate su Washington.  La recente pubblicazione del governo cinese del libro bianco "China's Policies on Asia-Pacific Security Cooperation" riafferma anche nell’area il globale atteggiamento riformista e non rivoluzionario di Pechino che, consapevole di questa presenza - e del portato storico delle alleanze militari e dei "dilemmi" che producono in Paesi (si pensi all’Australia o alle Filippine) stretti tra rapporti militari con gli Usa e crescenti legami economici con la Cina - traccia un percorso sul medio-lungo periodo che partendo dalla convivenza tra strutture diverse giunga ad una complessa e diversificata rete di sicurezza e cooperazione asiatica, evitando diktat di potenze esterne e contrapposizioni da “guerra fredda”. Nella sostanza il documento è lo sviluppo degli inviti lanciati, tra il 2014 e il 2016, dal presidente Xi Jinping alla costruzione di una “comunità dal destino comune” caratterizzata da uno sviluppo comune e coordinato tra cooperazione economica e politica di sicurezza. È un documento che si fonda – privilegiando l’aspetto economico – sulla presa di coscienza dei punti di forza cinesi potenzialmente in grado di modificare gli equilibri post guerra fredda e post parentesi unipolare: lo sviluppo di un mercato interno potenzialmente senza fondo e l’immensa capacità di investimento per la costruzione di una rete infrastrutturale asiatica (si pensi al progetto di Nuova via della Seta e alle risorse ad essa dedicate) che potrebbe sostenere lo sviluppo complessivo dell’Asia e fondare sul reciproco interesse una forte collaborazione regionale. Certo è che questo progetto di “asiatizzazione” della sicurezza e della cooperazione, per quanto diluito nel tempo e bilanciato sull’esistente, pone un serio problema: la sua realizzazione mette in crisi la storica influenza economica e politica degli Stati Uniti, con il rischio che la risposta di questi ultimi ad un impianto generale che ne relativizza la presenza, sia sempre più fondata sull’elemento militare e l’accensione periodica di crisi e tensioni per sostenere il ruolo di potenza "indispensabile". Difficile pensare ad uno scontro militare aperto - stante gli interessi comuni che legano le due potenze - ma è probabile che le tensioni restino e possano saltuariamente riacutizzarsi.

La strategia obamiana del “Pivot” in Asia, secondo alcuni osservatori avrebbe determinato la scelta di Pechino di “guardare” ad ovest, visto lo stato di isolamento che il paese verserebbe tra i paesi del Pacifico. Così si spiegherebbe, secondo questa teoria, lo sviluppo della Nuova Via della Seta. Di fatto molti sono gli Stati con cui vive una situazione di tensione e le vicende nordcoreana e taiwanese non fanno certo abbassarla. Possiamo dire che Obama ha avuto successo nella sua strategia di contenimento della Cina?

Credo che vada subito precisato un aspetto: il “Pivot to Asia” proseguirà anche con l’amministrazione Trump, sebbene la sua gamba economica ma dal forte significato strategico - il TPP - sia al momento abortita. E probabilmente proseguirà privilegiando l’aspetto sicuritario e militare, concentrandosi sul rafforzamento di storiche alleanze come quelle con il Giappone (con tanto di sostegno alle rivendicazioni territoriali) e la Corea del Sud portando avanti il progetto dello scudo antimissilistico Thaad nella penisola coreana, assai contestato da Pechino. Certo, alla luce di quanto avvenuto nella seconda parte del 2016 è difficile descrivere il “Pivot to Asia” obamiano come un successo. Pensiamo al riavvicinamento a Pechino di alleati Usa tradizionali come le Filippine e la Malesia, alla normalizzazione dei rapporti tra Cina e Vietnam; e, alla luce della capacità cinese di declinare diplomaticamente la propria forza economica, si pensi, per esempio, all'Australia, tra i più solidi alleati di Washington sin dall'inizio della guerra fredda (non è certo un caso che la “gamba” militare del Pivot sia stata annunciata proprio nel 2011 nell'ex colonia britannica) dove sondaggi e prese di posizione raccontano di un'opinione pubblica, di un mondo politico e di una classe imprenditoriale divisi in due, tra attaccamento politico militare agli Usa e propensione a migliori e più approfonditi rapporti economici con Pechino, tanto che forte è la richiesta di non partecipare ad atti di provocazione statunitensi nella surriscaldate acque del Mar cinese meridionale.  A lanciare l'allarme per un possibile effetto domino e per l'intensificazione dei rapporti tra Cina popolare e Paesi tradizionalmente pro Usa era al tempo il New York Times: "con la presidenza Obama agli sgoccioli, la leadership cinese sta approfittando del momento per sgretolare la politica in Asia del presidente, offrendo proposte economiche e militari attraenti ai tradizionali alleati degli Stati Uniti nella regione". Preoccupazioni simili sono anche quelle mostrate dal Washington Post che si era chiesto se, sulla scia di Duterte, sarebbe stata proprio la Malesia ad "abbracciare" la Cina, evidenziando ulteriormente come il “pivot si sia rivelato una delusione in molte capitali con l'ambizioso accordo commerciale Trans Pacific Partnership ormai nelle secche. La Cina, al contrario, può offrire un mucchio di denaro e promesse di investimenti senza negoziati tortuosi e condizioni impegnative”.

Agli occhi della sinistra occidentale la Cina resta un enigma. Non si capisce come il socialismo possa combinarsi con privatizzazioni e disuguaglianze, si rimane disorientati nel sentire Xi invocare aperture commerciali per contrastare il neo-protezionismo di Trump. A questi dubbi si risponde spesso che nella Repubblica Popolare centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà. Che cosa significa “socialismo” per il Partito Comunista Cinese?

Ad oggi la dirigenza comunista cinese dichiara apertamente di puntare alla costruzione di un Paese moderno e socialista entro la metà del secolo, e di essere ancora impegnata in una fase di transizione caratterizzata dalla sviluppo delle forze produttive e dalla uscita da una situazione ancora caratterizzata da sottosviluppo e sacche di povertà. Fase nella quale – viene riconosciuto – trova spazio anche una economia capitalista accanto al controllo statale dei settori strategici e al permanere di una politica di pianificazione. Il socialismo cinese è senza dubbio il frutto in divenire di sperimentazioni continue (e queste risalgono al periodo delle basi rosse) e di un processo di apprendimento che ha fatto, e sta facendo i conti, con la fine del socialismo sovietico e delle democrazie popolari dell’Est Europa. E di questo processo fa parte anche la Nep leniniana (un esperimento durato troppo poco per Mao), vale a dire una politica economica che, allo scopo di far uscire la giovanissima Unione sovietica da una situazione di miseria generalizzata e di accerchiamento imperialista, puntava sull’apertura controllata al mercato, alla privatizzazione di parte del settore industriale, concentrando la proprietà pubblica ai settori strategici, all’apertura agli investimenti stranieri e ad una maggiore autonomia delle imprese.

Quanto al giudizio cinese sulla globalizzazione, direi che il discorso pronunciato da Xi a Davos non deve certo sorprendere per il semplice fatto che la Cina popolare di oggi è proprio il risultato della sua apertura al commercio internazionale, della sua ammissione nelle istituzioni e organizzazioni che la informano, degli accordi di libero scambio e delle collaborazioni. Ma è stato detto anche altro in quell’occasione e sarebbe utile riflettere sul fatto che la “globalizzazione” a cui si riferisce Xi è una versione un poco diversa da quella a trazione occidentale, liberista e guerrafondaia che abbiamo vissuto e in parte ancora stiamo vivendo, ma è quella di chi ha utilizzato l’apertura al commercio internazionale e le innovazioni tecnologiche per far uscire dalla povertà assoluta qualcosa come 600 milioni di persone, ponendosi indiscutibilmente alla testa di questa battaglia a livello globale; una globalizzazione la cui priorità dovrebbe essere data alla lotta alla povertà, alla disoccupazione, al crescente divario di reddito ampliamento e alle preoccupazioni delle persone svantaggiate per promuovere l’equità sociale e la giustizia.

Nella parte finale del testo c’è un accenno alle critiche che dentro il PCC sarebbero sviluppate contro Xi. Tuttavia manca una descrizione delle correnti e del dibattito interno al Partito Comunista. È possibile descrivere quali qual è il dibattito interno al Partito Comunista e quali sono le fazioni che si confrontano?

Nel libro ho scelto di non trattare di “correnti” all’interno del partito comunista – argomento sul quale si occupo ormai anche la stampa italiana – per privilegiare un altro aspetto, a mio avviso più interessante, quale quello d’accentramento del potere nelle mani del segretario del partito e presidente della Repubblica Xi Jinping e le possibili ripercussioni interne ad un partito che da Deng in poi si è dato come principio fondamentale la leadership collettiva per impedire ogni possibile sbocco autocratico e un eccessivo accentramento di potere. La recente indicazione di Xi Jinping quale “nucleo” della attuale generazione di governo (ottobre 2015) è stata possibile - forse anche segnalando se non proprio divisioni, almeno dei dubbi e delle incertezze – in un quadro nel quale di ribadisce la necessità della “direzione collettiva” e della “consultazione”, vale a dire l'intolleranza ad ogni potere incontrollato e la necessaria opera di sorveglianza nei confronti di ogni membro del partito (“nessuno è al di sopra della disciplina di partito”).  In questo quadro è lecito affermare che la sanzione ufficiale del rafforzamento di Xi Jinping non sia una delega in bianco, la resa di un partito all'uomo solo al comando, ma più un avvertimento indirizzato a tutta la burocrazia di partito e ai governi locali che in questi ultimi tempi si sono disallineati rispetto alle politiche centrali, timorosi delle possibili conseguenze sociali delle riforme economiche. Per il resto vanno ricordati due aspetti: che il segretario e presidente della Repubblica trova di fronte a sé dei limiti che sono dati dalla pluralità dei centri di potere (anche quelli provinciali) e dal “selettorato” vale a dire da coloro che sono chiamati a selezionare il presidente, e che i nuovi incarichi formali (la corrispondenza fra cariche e poteri e una vera e propria rottura con la prassi maoista) assunti lo rendono ancora più responsabile e sotto giudizio.

Il PCC non si tira indietro nella riflessione sulla democrazia. Nel Libro Bianco del 2005 Costruendo una Democrazia Politica in Cina si insiste sul fatto che questo sistema è un legittimo desiderio, ma che deve adattarsi alle caratteristiche di ogni paese, allo sviluppo interno e senza pressioni esterne. Nel 2008 si è arrivati poi a ipotizzare che nel 2040 si possano tenere elezioni dirette dell’Assemblea nazionale e che entro quella data si possa garantire maggiore indipendenza ai mezzi di comunicazione, prospettive, entrambe, non troppo distanti dall’idea occidentale di democrazia. Dunque, si tratta di condurre la Cina verso un concetto realmente diverso di democrazia o si sta conducendo il paese, lentamente ma progressivamente, verso un sistema politico non troppo diverso da quello occidentale? E in cosa si caratterizzerebbe l’ideale cinese della democrazia?

Ci troviamo di fronte ad una importante novità: per la prima volta nella storia del socialismo un partito comunista al governo si pone come obiettivo la costruzione di uno stato di diritto all’interno di un sistema socialista. E questo non sarebbe possibile se non si fosse avviata anche una riflessione sulla democrazia. Va subito detto, tuttavia, che non stiamo parlando qui di una democrazia di stampo occidentale che vede come momento centrale la competizione elettorale pluripartitica. Fin dagli inizi del secolo scorso le diverse forze rivoluzionarie e riformatrici cinesi hanno visto nella democrazia occidentale più un mezzo per rafforzare la coesione interna che un fine in sé, un programma per rispondere ai bisogni del popolo, soprattutto dal punto di vista sociale. La posizione dei comunisti cinesi sul punto è chiara da tempo: non c’è nessun rifiuto a proprio dello sviluppo democratico e delle importanti lezioni che vengono dall’evoluzione delle democrazie occidentali, ma al contempo si sottolinea come ogni sistema politico sia il risultato delle condizioni specifiche e della storia di un Paese. Quella specifica cinese, cioè di un Paese immenso ancora impegnato ad uscire dal sottosviluppo, è una democrazia che si sviluppa ampliando il suo carattere “consultivo” e di collaborazione multipartitica sotto la guida del Pcc, che punta ad una procedura a maglia larga che moltiplichi i canali di consultazione tra gli organismi di Stato, i partiti, i gruppi politici, le organizzazioni che si stanno formando e agiscono nella società cinese.

La Cina ha realizzato passi sensazionali nella tutela dei diritti sociali, permettendo, come hai detto tu, l’uscita dalla povertà a centinaia di milioni di persone. Tuttavia le grandi organizzazioni in difesa dei diritti umani mettono Pechino all’indice denunciando il mancato rispetto di diritti civili e politici. La Cina viene accusata di reprimere il dissenso, di compiere violenze su avvocati, su artisti, di avere una giustizia sottomessa al potere politico. Pechino ha risposto più volte sottolineando il carattere politico del concetto di diritti umani, dietro al quale si nasconderebbero atteggiamenti di ingerenza negli affari interni. Un esempio consiste nel Documento n. 9 del 2013, in cui si vede nei valori universali dei diritti umani uno dei sette pericoli provenienti dall’Occidente. Potresti spiegare il punto di vista di Pechino sulla soggettività dei diritti umani e universali?

Inizio la risposta con una breve domanda: i diritti in campo sociale non sono essi stessi diritti umani? Togliere dalla povertà milioni e milioni di persone significa prima di tutto riconoscere il più importante dei diritti umani: quello alla vita. La privazione economica rende solo teorico il godimento dei diritti umani. Credo che nel riflettere sulla condizione dei diritti umani nella Cina popolare si debba tenere presente il quadro generale che vede il gigante asiatico da una parte ancora impegnato nella lotta al sottosviluppo e alla povertà e dall'altra oggetto di un vero e proprio accerchiamento militare, sorretto anche da progetti che puntano allo smembramento del paese stesso: si pensi alla crescita del movimenti indipendentista ad Hong Kong guardato con simpatia in occidente o al terrorismo di matrice islamica che agisce nello Xinjiang. Ebbene, in una situazione geopolitica non certo facile, è difficile non vedere i passi avanti compiuti tanto che un storico non certo tenero nei confronti della dirigenza cinese come Rana Mitter sottolinea come la "Cina di oggi sia uno stato a partito unico che concede agli individui una notevole autonomia" e come, sempre la Cina di oggi sia ormai uno "Stato tutt'altro che totalitario": certo esistono limitazioni per quanto riguardano i diritti politici (ma anche qui il progresso è enorme se si pensa alla situazione in piena rivoluzione culturale), ma l'intervento statale nelle scelte personali si è sempre più ridotto. E si sono misure e progetti di riforma che spiegano bene questo processo, certo ancora caratterizzato da contraddizioni: l'abolizione dei campi di lavoro, la fine della politica del figlio unico, la volontà di limitare l'ingerenza politica in materia giudiziaria e - a partire dal 2008 - una serie di leggi per una maggiore tutela dei lavoratori.

La permanenza del PCC al potere con la contemporanea crescita di potere economico della borghesia viene spiegata dal fatto che la nuova classe di milionari non ha potere politico. Il ruolo di essa viene giudicato fondamentale dal Partito per lo sviluppo nazionale e per questo, recuperando le idee di Mao sviluppate tra gli anni ’30 e ’50, si insiste molto sul rafforzamento del Fronte Unito. Tuttavia, nella storia la borghesia raramente si è accontentata di un ruolo politico subordinato. D’altro canto, il proletariato industriale dà segni di conflittualità chiedendo – e a volte ottenendo – miglioramenti nelle condizioni di lavoro. Le nuove norme ambientali, infine, determinano ostacoli all’arricchimento della borghesia. Non credi che queste contraddizioni possano generare un conflitto di classe con dure conseguenze per la stabilità del PCC?

Non c’è dubbio: quasi quarant’anni di politica di riforma e apertura, di riconoscimento dell’economia di mercato e dell’iniziativa privata, hanno portato alla crescita di nuove forze sociali e imprenditoriali con specifiche esigenze e richieste e che potrebbero un domani aprire ad un vero e proprio conflitto (in parte è avvenuto anche nei giorni di Tienanmen nel 1989 con le richieste di maggiori liberalizzazioni economiche all’interno di un movimento che metteva proprio in discussione il governo comunista) e alla messa in discussione della guida del partito comunista cinese. Ad oggi così non sembra essere, anche grazie al recupero della politica del fronte unito e alla conseguente capacità del partito comunista di esercitare capacità egemonica su queste forze, attraverso organismi, istituzioni e l’apertura stessa della sua struttura (la “Triplice rappresentanza” come capacità del Pcc di rappresentare le forze di avanguardia della produzione) , allargando il blocco sociale di riferimento, così da evitare la loro organizzazione in forze politiche antagoniste e per utilizzare capacità e collegamenti acquisiti a livello globale per metterli al servizio degli obiettivi del governo. Va infatti ricordato che il settore privato, impegnato nella competizione globale, permette alla Cina popolare di acquisire strumenti, competenze e conoscenze in settori sempre più strategici. Nel luglio del 2016  è stato istituito un nuovo organismo centrale del partito comunista (Ufficio N. 8 o Ufficio per la gestione del lavoro del nuovo strato sociale), posto sotto l'egida del Dipartimento del Fronte unito del comitato centrale, il cui compito è quello di favorire la rappresentanza all'interno del partito stesso – soprattutto attraverso la diffusione dei comitati di partito in ambito privato e professionale - dei nuovi gruppi sociali ad esso esterni, in special modo quelli legati alla information technology.  Un insieme che – secondo la definizione ufficiale – è andato con il passare del tempo e con le riforme economiche a formare un “nuovo strato sociale” nel quale rientrano le figure come quelle del personale manageriale e tecnologico impegnato in aziende private cinesi e straniere, quelle impegnate in organizzazioni sociali, nei nuovi media e liberi professionisti.

Si prosegue, insomma, sulla strada tracciata da Mao della “espropriazione politica” della borghesia.

*Diego Angelo Bertozzi, nato a Brescia nel 1973, laureato in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano, si occupa da tempo di Cina, politica internazionale e storia del movimento operaio. Ha pubblicato “La Cina da impero a nazione e Socialismo, pace e democrazia”. Coautore dei volumi “Marx in Cina. Appunti sulla Repubblica popolare cinese oggi” e “Il risveglio del Drago. Politiche e strategie della rinascita cinese”, ha scritto la prefazione al racconto di Jack London “Guerra alla Cina. L’inaudita invasione” nell’edizione di O barra O. Collabora con la rivista «Marx21», con la testata online Cinaforum e gestisce il blog Tianxia per la testata web l’Antidiplomatico.

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