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La questione coreana rischia di protrarsi per tutto il ventunesimo secolo: Intervista a Antonio Fiori

La questione coreana rischia di protrarsi per tutto il ventunesimo secolo: Intervista a Antonio Fiori

“Chiedere alla Corea del Nord il disarmo nucleare come precondizione per un dialogo è inutile”. Intervista a Antonio Fiori, autore de Il Nido del Falco. Mondo e potere in Corea del Nord.

La politica della Corea del Nord è raccontata dai mezzi di informazione perlopiù attraverso i crismi della follia e dell'irrazionalità. Mezzi di informazione autorevoli divulgano notizie dalla dubbia credibilità riguardanti stravaganze e crudeltà del regime, soprattutto del Leader Supremo Kim Jong-un, soprassedendo del tutto sul posizionamento politico dello stato nord-asiatico. Questo atteggiamento, per quanto dovuto anche alla chiusura del regime, ha generato una superficialità e una ignoranza gravide di conseguenze: la più importante è che nel trattare i nordcoreani come matti si rende impossibile un negoziato credibile con un paese che è già una piccola potenza nucleare. 

A cercare di ovviare a queste mancanze ha provato un interessante libro pubblicato da Le Monnier, Il Nido del Falco. Mondo e potere in Corea del Nord, scritto dal docente presso l’Università di Bologna e esperto di relazione intercoreane, Antonio Fiori. Si tratta forse del primo libro universitario in lingua italiana in cui si prende sul serio la politica estera del paese asiatico. Al centro del lavoro vi è, soprattutto, il tentativo di capire la logica delle continue escalation nucleari che vedono Pyongyang come protagonista.

Con Antonio Fiori abbiamo parlato della politica di Kim Jong-un, delle scelte passate di Obama e di quelle future di Trump, dell’atteggiamento sudcoreano. Sul futuro della penisola coreana il politologo è pessimista: l’unificazione appare sempre più come un miraggio e la “questione” coreana rischia di protrarsi per tutto il ventunesimo secolo.

nido del falcoI mezzi d'informazione occidentali – anche quelli più autorevoli – si concentrano su aspetti apparentemente bizzarri della Corea del Nord, specie del Leader Supremo Kim Jong-un, delegittimandone l’autorità e generando dubbi sulla sua stabilità mentale.  Spesso si fa uso di notizie false, qualcosa che andrebbe tenuto a mente quando si parla di post-truth, e si dipinge il paese come un luogo dominato dall’irrazionalità. Il Nido del Falco mostra come gli apparenti atteggiamenti irragionevoli della RDC rispondono a una politica estera in verità razionale e coerente. Quali sono i caratteri fondamentali di tale politica?

La Corea del Nord, secondo l’interpretazione del libro, è un paese dominato da un regime sicuramente dittatoriale ma in alcun modo irrazionale, come invece tendono a dipingerlo molti organi di informazione, molto probabilmente a causa della lontananza culturale e della “erraticità” che porta la Corea del Nord a rappresentare un elemento di disturbo per la comunità internazionale. Il regime, tuttavia, secondo me, risponde – con la sua condotta – a una duplice minaccia: quella esterna, rappresentata dalla possibilità di subire un attacco da parte della comunità internazionale (e segnatamente dagli Stati Uniti) e quella interna, che porta l’intera popolazione (almeno in senso teorico) a fare massa per proteggere la famiglia Kim. Quest’ultima, al fine di preservare se stessa, deve naturalmente fare attenzione anche a ciò che accade politicamente all’interno del paese. Gli esautoramenti (molti invero presunti) di cui sono preda alcuni esponenti delle forze armate devono essere visti in quest’ottica. L’esasperato controllo interno, a cui sono preposti diversi organismi politici e militari, servono proprio in quest’ottica. Dal punto di vista strettamente politico, infine, si è notato come il presente giovane leader abbia dato inizio ad una fase politica diversa da quella del padre, rimettendo al centro dell’azione politica il partito e, per certi versi, “depotenziando” la milizia, che non significa, tuttavia, che le forze armate siano state rese marginali.

Già negli ultimi anni al potere di Kim Jong-il i rapporti tra Corea del Nord e i suoi vicini (oltre che con gli Stati Uniti) si erano raffreddati, ma dall’avvento al potere di Kim Jong-un, il negoziato sul nucleare nordcoreano appare del tutto bloccato e il rischio di un conflitto militare appare crescente. Quanta parte di questa situazione sia responsabilità di Kim è oggetto di dibattito. Che bilancio possiamo trarre del  primo lustro di potere di Kim Jong-un e quali appaiono i tratti salienti della sua politica estera?

La politica estera di un paese isolato (e in parte auto-isolatosi) rappresenta sempre un tema di particolare difficoltà. Nel caso della Corea del Nord, gli sconvolgimenti politici seguiti al crollo del comunismo hanno spezzato l’asse con Mosca, mentre la fase di modernizzazione della Repubblica Popolare Cinese (nell’era post-maoista) ha modificato le relazioni. Allo stato attuale la Corea del Nord mantiene un rapporto “intimo” con la Cina, anche se questo si è trasformato rispetto all’epoca precedente. Non ci sono state, per esempio, visite del leader nordcoreano in Cina o della leadership cinese in Corea del Nord, e ciò assume un alto valore simbolico. Il presidente cinese Xi Jinping non ha fatto segreto di una sostanziale “irritazione” nei confronti dell’assertività nordcoreana, mal digerendo i lanci di missili o i test nucleari. Queste azioni, infatti, porterebbero dei problemi concreti alla Cina, indebolendo la sua azione politica internazionale. D’altro canto, Pechino non può consentirsi di “sganciare” la Corea del Nord perché ciò condurrebbe a una serie di problemi addirittura peggiori dello status quo (afflusso di rifugiati al confine cinese, eventuale riunificazione della penisola guidata da Stati Uniti e Corea del Sud, ecc.), e quindi, anche riluttantemente, spesso Pechino deve “sopportare” le azioni nordcoreane. Bisogna anche convincersi del fatto che, contrariamente a quanto molto spesso viene sostenuto dalla stampa, la Cina non ha la possibilità di agire in maniera radicale sul lato politico della Corea del Nord, convincendo con una azione di forza a cambiare atteggiamento, perché il regime di Pyongyang non è “ostaggio” di Pechino e non è prono alle direttive cinesi. Di certo la Cina può – e il alcuni casi l’ha fatto – intervenire riducendo gli aiuti economici alla Corea del Nord: anche questa strada è piena di pericoli, però, visto che la Cina deve stare attenta a non procurare degli scompensi economici tali in Corea del Nord da mettere in difficoltà il regime dei Kim.

Con gli Stati Uniti il rapporto è in una fase di “stallo”. Con Obama, almeno dal 2012, la tensione è tornata alta. Il problema fondamentale sta, a mio avviso, nel fatto che certe amministrazioni americane puntano a costringere la Corea del Nord a un preventiva denuclearizzazione prima di innescare qualunque tipo di confronto dialettico. Ciò non credo possa essere accettato dal regime di Pyongyang, anche perché ciò significherebbe rinunciare all’unica arma di “ricatto” che Pyongyang possiede per “ricattare” la comunità internazionale. Con l’amministrazione americana entrante, inoltre, i rapporti potrebbero sfilacciarsi addirittura di più, viste le posizioni “intransigenti” del neo-Presidente Trump.

La Corea del Sud, infine, ha allo stato attuale moltissimi problemi interni e quindi non è particolarmente concentrata sulla questione nordcoreana. È necessario dire, tuttavia, che le due ultime amministrazioni – quella del presidente Lee e quella della presidentessa Park – non hanno fatto molto per rivolgersi in maniera costruttiva verso Pyongyang. Le loro posizioni sono state fondate sulla reazione piuttosto che sulla proattività.

Da parte sua, Kim Jong Un non si è dimostrato particolarmente “attivo” sul fronte della politica estera; deve essere però ricordato come diverse volte, nel corso di questi anni, il regime nordcoreano ha “invitato” sia la Corea del Sud sia gli Stati Uniti a riprendere qualche forma di dialogo. Tali inviti non sono, però, stati recepiti. Ciò che bisognerebbe comprendere, a mio avviso, è che una posizione di attesa (attesa che il regime cada) non è positiva per nessuno, e anzi permette alla Corea del Nord di andare avanti – in maniera indisturbata – col proprio programma nucleare.

Con la condanna a morte di Jang Song-thaek, la possibilità che la Corea del Nord si concentri maggiormente sulla crescita economica sul modello intrapreso dagli altri stati socialisti piuttosto che sugli aspetti militari è svanita del tutto? Il Songung resterà ancora a lungo l’ideologia di base del paese?

Il Songun continua formalmente ad esistere ma, come già detto, alcuni cambiamenti prodotti da Kim Jong Un fanno pensare al fatto che il Partito sia stato riportato al centro della vita politica.

Jang non era colui che controllava la scena economica della Corea del Nord, ma piuttosto colui che intratteneva i rapporti, per conto del regime, con la Cina (anche di tipo economico, visto che era lui che parlava della situazione delle aree economiche nel settentrione del paese in cui gli investimenti della Cina fluivano). La sua esecuzione è dovuta a molte ragioni, tra cui, con tutta probabilità, l’aver tentato di acquisire maggior potere – anche in considerazione del suo ruolo privilegiato di interlocutore dei cinesi – a scapito del regime. Non credo, tuttavia, che il regime possa andare verso una riforma dell’economia come la Cina all’inizio degli anni ’80 o come il Vietnam con l’introduzione del doi moi nel 1986: ciò implicherebbe, infatti, un ripensamento dell’economia centralizzata e una qualche forma di apertura all’esterno che, in questo momento, il regime non può avviare. Nondimeno, Kim Jong Un si è sempre detto a favore dell’implementazione del byongjin, ovvero del contemporaneo sviluppo del programma nucleare e di quello riformista dell’economia. Questo secondo pilastro, tuttavia, è rimasto più a livello di propaganda che altro.

Si ragiona poco sul fatto che a 25 anni dallo scioglimento dell’URSS vi sono ancora cinque paesi socialisti con sistemi politici identici o molto simili a quelli del ventesimo secolo. La Corea del Nord cerca sponde economiche e militari in questi paesi? E si sente ancora parte di un movimento mondiale anticapitalista o il nazionalismo prevale del tutto della narrazione di Pyongyang?

Non credo ci sia ancora un movimento di questo tipo in essere o a cui Pyongyang fa riferimento. Del resto, i paesi a cui si fa riferimento sono profondamente diversi, dal punto di vista politico, gli uni dagli altri.

Si tenga conto del fatto che in Corea del Nord è ancora viva la filosofia Juche – spesso tradotta con auto-sufficienza – che pervade tutti gli ambiti pubblici del paese. È necessario, inoltre, tenere a mente il fatto che la Corea del Nord è un paese drammaticamente isolato (anche per proprie responsabilità, ovviamente) e quindi i contatti con paesi che con essa condividono alcuni tratti politici è particolarmente complicato. Ci sono ovviamente forme di collaborazione (Cina, Russia, Mongolia, ecc.), ma più di tipo economico e di sostegno economico che altro. Del resto, una delle formule di collaborazione più interessanti era stata sviluppata con la Corea del Sud, a Kaesong. Anche questa esperienza è stata, però, chiusa, e non interamente per responsabilità addebitabili ai nordcoreani.

La Nordpolitik prima e soprattutto la Sunshine Policy in seguito sono state politiche adottate dai sudcoreani finalizzate alla cooperazione economica con il Nord con l’obiettivo di generare impegni concreti da parte di quest’ultima. Ritenuta da molti come una strategia vincente in una prima fase, a fronte della realizzazione del programma nucleare nordcoreano i critici sostengono che la Sunshine Policy ha solo permesso al Nord di prendere tempo per continuare la realizzazione del suo programma nucleare. Una critica del genere viene mossa alle aperture di Clinton e Carter. A quasi 10 anni dal suo abbandono da parte delle autorità sudcoreane, che bilancio possiamo fare della Sunshine Policy e della politica di apertura sudcoreana?

La Nordpolitik e la Sunshine Policy erano delle strategie di avvicinamento alla Corea del Nord con tratti profondamente diversi e insiti in epoche storiche (e quindi con problematiche) distinte. La Sunshine Policy è sempre stata, secondo me, una delle strategie migliori di “ingaggio” della Corea del Nord, anche se non certamente scevra da imperfezioni. Se, però, fissiamo la nostra attenzione esclusivamente sul retaggio della SP si può sostenere che essa condusse ad un sostanziale abbassamento della conflittualità sulla penisola, ad un riavvicinamento nei cuori delle persone, a delle conquiste considerevoli dal punto di vista economico. Il decennio progressista in Corea del Sud, secondo alcuni, non ha fatto altro se non dare la possibilità a Pyongyang di sopravvivere indisturbata andando avanti sulla strada del perfezionamento del programma nucleare, che venne addirittura “foraggiato” dagli aiuti economici conferiti da Seoul (e che sarebbero dovuti servire per aiutare la popolazione in difficoltà). A mio avviso, invece, la SP riuscì ad avvicinare in maniera sostanziale i due paesi, facendo sì che essi cooperassero su varie questioni e reintegrando parzialmente la Corea del Nord all’interno della comunità internazionale. Di certo la SP – così come venne messa in atto da Kim Dae-jung prima e, in maniera un po’ diversa, da Roh Moo-hyun poi – non rappresentava una ricetta “perfetta”, ma sicuramente perfettibile e da portare avanti nella strutturazione delle relazioni tra i due paesi.

Aldilà delle dichiarazioni ufficiali, si ha l’impressione che in Corea del Sud stia emergendo una posizione contraria all’unificazione. C’è chi sottolinea gli ingenti costi socioeconomici di quella che viene vista inevitabilmente come un’annessione. La narrazione dell’unificazione della penisola coreana – che ebbe il suo apice nel decennio della Sunshine Policy – uscirà del tutto di scena per lasciar spazio esclusivamente a quella militare?

 

Non è facile rispondere a questa domanda. Di certo i sudcoreani – come testimoniato anche da recenti indagini – non sono favorevoli a una unificazione se ciò dovesse – come con tutta probabilità sarebbe – significare contribuire economicamente a questo obiettivo. In particolare, le generazioni giovani, con cui ho molta interazione, visto che insegno anche in Corea del Sud, non sono propense a questo tipo di soluzione. Del resto, allo stato attuale non sembrano esserci le condizioni minime per poter parlare di una qualche forma di unificazione.

L’unificazione della penisola, comunque, non è un qualcosa da escludere aprioristicamente: tale eventualità potrebbe verificarsi in diversi modi, non tutti augurabili. L’annessione, conseguente a un intervento militare ai danni di Pyongyang o all’implosione del regime, è una delle possibilità, e ovviamente è osteggiata dalla famiglia Kim, perché ciò significherebbe la loro scomparsa. Non credo, tuttavia, che sia positivo provare a forzare la mano e cercare un’unificazione per assorbimento, perché ciò significherebbe – di certo – un bagno di sangue sulla penisola.

 

Clinton diede vita a un negoziato bilaterale con la RDC mentre durante la presidenza di George W. Bush gli Usa realizzarono incontri multilaterali a sei. L’atteggiamento di Obama è stato più chiuso di quello dei suoi predecessori. Come giudica la politica di Obama sulla Corea? Trump continuerà la linea della “pazienza strategica”?

Obama aveva la possibilità di cambiare, probabilmente, le carte in tavola, ma ha deciso, in particolare dopo il 2012, di attendere che fossero i nordcoreani a fare la prima mossa. Tale mossa avrebbe dovuto essere rappresentata dallo smantellamento dell’arsenale nucleare della Corea del Nord; tale strategia non paga in alcun caso, dato che il nucleare risulta – allo stato attuale – l’unica forma di deterrenza di cui i nordcoreani sono in possesso e che possono giocare contro gli Stati Uniti. La pazienza strategica, e, analogamente, le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è poco significativa perché consente al regime di andare avanti indisturbato nell’azione di proliferazione missilistica e nucleare, senza peraltro contribuire a modificare le condizioni interne del paese o favorire un cambiamento.

Già alla metà degli anni ’90 il presidente sudcoreano Kim Young Sam sosteneva che era inutile perdere tempo sulla questione nordcoreana perché il regime sarebbe crollato di lì a poco; ciò non solo non si è dimostrata un’ipotesi realistica, ma ha contribuito forse a guardare con scarsa attenzione alla Corea del Nord.

Non so esattamente quale sarà la strategia del nuovo presidente americano, dal quale tutto ci si può aspettare. La sua posizione in campagna elettorale è stata abbastanza ondivaga rispetto alla Corea del Nord, che comunque non è risultata in cima alle sue preoccupazioni in politica estera. Vedremo tra qualche mese che tipo di trattamento sarà riservato a Pyongyang e cercheremo di capire anche come i nordcoreani vogliano approcciare, nel caso, la nuova amministrazione statunitense.

Forte della sua potenza militare e della protezione cinese la Corea del Nord appare un agente con cui è meglio non avere un confronto militare il quale, tuttavia, ha ingente bisogno di risorse finanziarie. In questo momento la situazione appare del tutto bloccata. C’è il rischio che la “questione coreana” si prolunghi per tutto il ventunesimo secolo?

Sì, il rischio c’è ed è concreto. A mio avviso è necessario un cambiamento sostanziale di atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, che conduca le grandi potenze a voler gestire seriamente un processo di avvicinamento e riapertura dei colloqui (attraverso un tavolo negoziale magari) con Pyongyang. Non vedo, però, in questo momento, alcuno spiraglio perché ciò possa realizzarsi.

(Antonio Fiori è professore associato presso la Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, dove insegna International Relations of East Asia. Esperto di relazioni intercoreane, ha studiato e vissuto lungamente in Asia, in particolar modo nella Repubblica di Corea. Tra i suoi lavori ricordiamo i volumi L’Asia Orientale (Il Mulino, Bologna, 2010) e The Chinese Challenge to the Western Order (FBK, Trento, 2014)).

 

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